Il motto dell’Unione Europea è In diversitate concordia, che in italiano suona tipo “unità nella diversità”. In questo articolo cercherò di capire quanto i popoli europei siano diversi e fino a che punto possiamo considerarci uniti.

Cominciamo dalle differenze: innanzitutto, gli Stati europei si sono originati in tempi e con modalità totalmente diversi. Abbiamo Stati giovani, come la Spagna, e altri più “anziani”, come la Francia. Da ciò deriva la varietà nei modi di amministrare e di regolare uno stesso problema all’interno del nostro continente; ogni Stato porta le tracce del proprio passato: i Lander tedeschi, l’accentramento francese, il self-government inglese. L’Unione Europea convive con queste entità, senza pretendere un’omologazione verso un modello già esistente.

Noi europei abbiamo anche diversi stili di vita: un italiano ha priorità diverse rispetto ad un olandese, ma è probabile che un operaio milanese sia più simile a un operaio bavarese che a un contadino della Valtellina. L’Europa, nel corso dei secoli, ha formato dei ceti sociali che sono identificati da un preciso stile di vita, che è trasversale agli Stati. Lo stesso discorso vale per la cultura e le tradizioni: se è vero che un piemontese e un finlandese hanno poco da spartire, ditemi cos’hanno in comune un calabrese con un veneto oppure un texano con un newyorkese! Eppure loro vivono nello stesso Stato. Quella che tanti euroscettici ci raccontano – che l’Europa non potrà mai essere unita per via delle diversità culturali – è una balla colossale, smentita dalla storia e dal presente. Aggiungo che, a mio parere, le mille sfaccettature culturali che caratterizzano l’Europa sono la nostra fortuna, perché ci danno una ricchezza e un’abitudine al confronto che non esistono in nessun’altro luogo. Smettiamo di dire che le culture che coesistono in Europa sono il freno all’integrazione, perché dovrebbero essere il suo volano, se solo ce ne rendessimo conto.

L’Europa è anche terra di religioni diverse e di libertà di culto; e ancora una volta, chi dice che è impossibile convivere con altre religioni mente spudoratamente. Pensate alla Spagna del secolo XI, in cui cristiani, ebrei e musulmani condividevano la stessa terra pacificamente; oppure alcuni Stati moderni, come la Costa d’Avorio, che sono praticamente spartiti equamente fra cristiani e musulmani (e magari animisti, come il caso della Costa d’Avorio) ma non hanno visto alcun atto di violenza per motivi religiosi. La violenza viene solo quando la religione viene strumentalizzata, perché i libri sacri danno valori diversi sed non adversi.

Tutte queste diversità – culturali, religiose, economiche, giuridiche… – costituiscono un patrimonio straordinario, che l’Unione Europea ha il dovere di preservare e di esaltare, facendole conoscere in primis a noi europei e poi a tutto il resto del mondo. Attenzione, però: lingue, culture e idee cambiano naturalmente con il tempo, e sarebbe sbagliato prevenirne artificialmente la scomparsa o la decadenza. “Tutto scorre”, e noi dobbiamo lasciar scorrere.

A mio parere, però, gli Stati membri dell’UE condividono molta storia, cultura ed interessi presenti. L’unità del continente sta nella letteratura comune, nel diritto romano, nella cultura artistica e letteraria, nel rispetto del diverso, nello scambio di idee, l’ideale di eguaglianza e di diritti minimi garantiti a chiunque. Anche in cose negative: ogni europeo si sente ancestralmente superiore a qualsiasi altro popolo, e crede che sia giusto esportare i propri valori – più o meno pacificamente – dove ce ne sia “bisogno” nel mondo.

È inutile negare che abbiamo anche numerosi interessi in comune: trattare il prezzo del gas con la Russia da Europa invece che da Italia; avere un’intelligence in comune per contrastare il terrorismo; avere un esercito comune per non dipendere dalle armi americane; essere rappresentati con una sola voce all’ONU; controllare i confini con una sola politica, e non con Stati che accettano i migranti e altri che li rifiutano; promuovere progetti di interscambio di persone, idee e beni; potrei continuare all’infinito, ma vi lascio un solo, ultimo esempio: i progetti comunitari, come il CERN e l’ESA, sono delle eccellenze mondiali, che sono riusciti a competere – e forse addirittura a battere – gli storici rivali americani e asiatici. Un altro esempio pratico sono i cacciabombardieri: mentre in Europa abbiamo tre diversi aerei (Eurofighter, Rafale e Tornado), gli americani ne hanno solo uno. Vi lascio indovinare quale funziona meglio. Come al solito, i progetti statali sono più deboli di quelli sovranazionali, per ovvi motivi (minor budget, meno cervelli, mercato più ristretto…).

Appurato dunque che le differenze sono un falso problema e che abbiamo molti interessi e aspetti in comune, mi chiedo il motivo per cui non siamo ancora uniti per davvero; ossia, perché non abbiamo un bilancio unico per l’Eurozona, un nostro esercito, un controllo comune delle frontiere, un Parlamento che non sia soggetto ai veti degli stati nazionali? Bella domanda. L’unica risposta che mi do è che gli Stati nazionali non vogliono cedere la loro sovranità, in un atto di egoismo verso i propri cittadini che non ha precedenti. È giunto il momento di far sentire la nostra voce: “UNITÀ nella diversità”, ora!