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Cultura

Vento di elezioni

                                                         Vento di elezioni

È arrivato il momento delle elezioni e, come in ogni buona elezione che si rispetti, una buona parte dell’elettorato si ritrova divisa: andare a votare oppure no? E soprattutto per chi?

Domande legittime, lecite, doverose oserei dire, a cui cerchiamo di dare risposta al meglio delle nostre possibilità. Sempre più spesso ultimamente si sente commentare con tristezza la nostra attuale situazione politica: “tanto sono tutti uguali”, “voterò per il meno peggio” o “forse vado e voto per un partito minuscolo che neanche mi rappresenta solo per evitare di contribuire all’elezione di chi non mi piace” sono ormai frasi all’ordine del giorno.

Che dire dunque? Cosa fare davanti a queste dichiarazioni?

Sono molto giovane e forse per questo sono ancora molto idealista, troppo ottimista forse nei confronti della politica e soprattutto della possibilità di cambiamento portato dalle nuove generazioni. Per questo ho sempre ritenuto mio diritto, ma soprattutto mio dovere, contribuire alla vita della nostra Repubblica e dell’Europa in cui abbiamo la fortuna di vivere, un’istituzione che ha portato ai Paesi scossi dalle guerre per secoli un periodo di, insperata, pace.

Vado a votare perché amo la storia. Mi è sempre piaciuto interrogarmi su ciò che è accaduto nel passato, capire perché gli uomini e le donne che animano i nostri manuali di storia hanno agito in un modo piuttosto che in un altro, mossi da ideali, convinzioni, paure, impeti del cuore, follie. È un mosaico affascinante quello che amo guardare, complesso e controverso, più simile alla composizione di un quadro di Picasso che non all’arte bizantina. È un mondo di suoni e di voci, che mi ricordano come ognuno di noi, non importa se piccolo o grande, ricco o povero, colto o ignorante, possa cambiare il corso delle proprie stelle e quelle del destino di tanti altri.

Ed è proprio questo che si è chiamati a fare con il proprio voto: si dà la possibilità ad ognuno di noi di essere parte del cambiamento, di essere soprattutto “il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo”.

Dunque, per questo dobbiamo andare a votare. Se non per prendere posizione, almeno per dare un senso alle lotte e alla fatica di chi prima di noi non ha potuto usufruire di quest’opportunità. E se questa considerazione ci pare poca cosa, una vuota clausola di stile che solo gli storici potrebbero usare, basti pensare all’ipotesi in cui qualcuno ci faccia una domanda riguardo ad un argomento che ci sta a cuore e noi non riuscissimo a replicare, a rispondere a dovere, a dare un senso alla nostra fatica e al nostro impegno.

Per questo, quindi, quando siamo chiamati alle urne per decidere del futuro del nostro Paese e della nostra Unione l’attenzione ad informarsi correttamente e a prendere in serio esame tutte le alternative a nostra disposizione diventa ancora più importante.

Viviamo in una società complessa, frutto di un lento cammino di integrazione. Oggi ci ritroviamo, infine, davanti ad un bivio: scegliere se vogliamo costruire un tipo di Europa forte e maggiormente coeso oppure un mondo più “debole”, fatto di nuove separazioni e frammentazioni.

Personalmente credo che se tanta strada è stata fatta fino ad ora, tanta altra strada deve essere percorsa. Dobbiamo imparare a vederci come fratelli, simili ma diversi e forti della nostra diversità.

Gli esiti delle elezioni sono stati chiari: la vittoria della Lega in Italia, che distanzia ancora di più il Movimento Cinque Stelle, della LePen in Francia e di Orbàn in Ungheria sono segnali inequivocabili di una volontà di cambiamento.

Di un cambiamento dirompente, di una volontà di rottura con l’Unione stessa: si vogliono nuove regole, nuovi modi di “dialogare” con le istituzioni europee e nuovi volti che cambino la fisionomia dell’Europa stessa.

Sorpresa davanti a questi dati, ma non così tanta: il malcontento e la visione di un’Europa tiranna hanno imperversato per questa nostra parte di mondo. È vista come un essere lontano, un mostro da combattere e su cui far valere le proprie ragioni, come se fossimo di fronte a dei novelli San Giorgio pronti ad uccidere il drago. Queste forze sovraniste, dunque, si pongono in contrapposizione alle forze di sinistra, europeiste, che hanno vinto in tanti altri Paesi europei, mentre in Gran Bretagna il partito pro- Brexit ha avuto la meglio.

È un vento di cambiamenti quello che soffia in queste elezioni, in questa primavera scoppiata, almeno in Italia, con un po’ di ritardo. Le domande che si affacciano davanti al nostro cammino sono tante: cosa succederà nel nostro Paese? Si arriverà ad elezioni anticipate? E chi farà la manovra finanziaria, sfidando l’Europa con nuovi numeri? E cosa accadrà in Piemonte con la Tav?

Le divisioni all’interno del nostro Stato non sono poche, ciò lo conferma anche l’estrema separazione tra i partiti attualmente al Governo e tra le forze di destra, cosa che non ci porterà di certo a grandi cambiamenti positivi. Stiamo assistendo ad un panorama completamente diverso rispetto alle elezioni dell’anno scorso: è definitivamente la Lega che si è posta alla guida dell’Italia e che si impegna a portare la voce degli italiani in Europa.

Il tutto ora sta nel capire che voce vorrà dare e che tono vorrà usare davanti alle istituzioni dell’Unione, se veramente userà il pugno duro soprattutto con riferimento al tema, discusso e dibattuto, dell’immigrazione.

È una vittoria per Matteo Salvini, che vede la sua posizione stabilizzarsi e rafforzarsi nel nostro Stato e in Europa.

Questo è sicuramente un segnale importante per noi europeisti che, arrivati a questo punto, non possiamo che chiederci cosa accadrà alla nostra Europa, tanto martoriata e mai così lontana dall’obiettivo di una federazione.

È un aspetto da tenere in considerazione, che ci dice che il voto e il contributo di ognuno di noi è ancora maggiormente significativo per cambiare il futuro di noi tutti. Non sappiamo dove arriveremo, ma sappiamo da dove siamo partiti e molti di noi sanno dove vogliono arrivare: ad un’Unione più forte, che sappia affrontare i problemi dei suoi Stati membri e dare risposte concrete e solide. Vogliamo un’Europa democratica, più democratica e partecipativa. Perché se oggi siamo arrivati a questo risultato una cosa è certa: l’Europa, almeno in Italia, è percepita come fredda e distante e da ciò derivano i voti ottenuti dalla Lega.

Ora spetta ai nuovi membri del Parlamento europeo, di qualunque schieramento essi siano, cambiare il corso delle stelle e farsi rappresentanti della voce dei cittadini, dando un nuovo volto all’Europa tutta.

Ed è a noi che spetta essere spettatori e attori di questo vento di cambiamento.

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