L’idea di favorire la formazione di un Governo unitario sta incontrando molti ostacoli. L’opzione federale può stemperare le rivalità tra le fazioni e ridare stabilità alla regione

Sul futuro della Libia, ancora nebbia fitta. Le cronache continuano ad raccontarci  episodi di violenza, disordine, attacchi armati, decapitazioni, in un contesto oscuro che non si chiarisce nemmeno quando vengono ammazzati nostri connazionali. La sagace diplomazia di Gentiloni che lo scorso dicembre era riuscita a riunire a Roma tutti i principali attori internazionali si è appannata ed ora si limita a ribadire che un attacco armato con la partecipazione italiana non è alle viste, nemmeno se a chiederlo è il cugino americano. Il documento approvato nello stesso mese dal Consiglio di sicurezza dell’Onu a sostegno di un Governo libico unitario pare non trovi molto ascolto da parte degli interessati e rischia di finire in qualche cestino a far compagnia a tante altre illusioni di pacificazione in territori, che non hanno più né uno Stato né una forza politica di riferimento.

Rivelatasi troppo in salita la strada del governo unitario, alcuni analisti hanno cominciato ad ipotizzare quella federale, ricordando che la storia passata delle regioni libiche comprende  un’esperienza di questo tipo, sia pure per un breve periodo. In età antica, la Tripolitania è stata un’importante base commerciale dei fenici e dei cartaginesi, mentre la Cirenaica è stata colonizzata dai greci attorno al VII secolo ed in epoca alessandrina ha seguito le vicende dell’Egitto dei Tolomei. Durante l’Impero ottomano, la prima ha potuto godere di una relativa autonomia sotto la dinastia dei Karamanlis (Pascià musulmani di origine turca) e la seconda ha visto insediarsi una piccola congregazione religiosa di musulmani sufiti, che nel tempo hanno creato lo Stato confessionale della Senussia. L’esperienza federale è arrivata alla fine della colonizzazione italiana e del governatorato unitario di Italo Balbo. Nel 1950, una Assemblea costituente ha deciso di creare un regno federale comprendente anche il Fezzan, con a capo il re senusso Idris non senza resistenze da parte dei tripolini. Il resto è storia recente. L’assetto federale è durato fino al 1963, quando il Paese è diventato una monarchia rovesciata nel 1970 dalla dittatura di Geddafi.

Oggi la storica divisione fra le due regioni, si ripresenta nelle vesti di governi contrapposti in un contesto fortemente condizionato dalle risorse petrolifere scoperte alla metà del secolo scorso. E’ un petrolio di eccellente qualità, di facile lavorazione e perciò appetito dai raffinatori, vicino ai mercati di consumo ed è la principale se non l’unica fonte economica del Paese, rappresentando il 90% delle entrate governative. Se lo contendono, a Tripoli  forze di matrice islamista come il gruppo Alba, che si autodefiniscono rivoluzionarie per difendere i moti popolari del 2011 da una possibile restaurazione; a Tobruk, forze laiche di varia estrazione come vecchi rivali di Gheddafi, milizie della città di Zintan e soprattutto quelle dell’intransigente generale Hatar, che coltiva l’ambizione di diventare in Libia ciò che in Egitto è diventato Al Sisi, contando nel suo sostegno. Ma la situazione locale non è così schematica. Tutta l’area che separa i due fronti è attraversata dalle scorrerie dell’Isis e di altri gruppi armati, compresa la criminalità comune che trova terreno fertile per le imprese più turpi. Mentre a Sirte sventola il vessillo del Califfato, nei dintorni e per un raggio di diversi km operano liberamente fantomatiche milizie di ispirazione qaedista, che di propria iniziativa o su commissione intrattengono opache relazioni con le due fazioni antagoniste.

Un simile contesto sta alimentando tentazioni di occupazione manu militari da parte della coalizione internazionale, visto che i corpi speciali americani, inglesi e francesi da tempo presenti sul terreno non hanno ottenuto alcun sostanziale risultato. Contro una opzione di questo tipo sono state sollevate molte obiezioni e soprattutto è stato chiesto a quale strategia dovrebbe obbedire. Fino ad ora non sono state fornite risposte ed è per questo che acquista credibilità la proposta di sperimentare la strada federale, con garanzie di larga autonomia alle tre formazioni regionali ed un raccordo unitario per le principali funzioni di governo. Tripolitania, Cirenaica e Fezzan potrebbero cioè esercitare poteri indipendenti in materie come giustizia, istruzione, cultura, turismo, agricoltura ed accordarsi per una gestione condivisa delle risorse petrolifere, della sicurezza e della politica estera. Per muovere i primi passi in tale direzione non è necessaria nemmeno tanta inventiva ed è sufficiente guardare all’esperienza europea cominciata negli anni ’50 con la cogestione tramite la Ceca di una risorsa energetica fondamentale, allora il carbone.

Presto o tardi, le fazioni in lotta saranno indotte a più miti consigli dal disastro economico, che sta impoverendo 6 milioni di libici. La produzione di petrolio è scesa dai 1,5 milioni di barili/giorno agli attuali 300-400 mila ed i prezzi internazionali sono crollati ad 1/3, causando perdite stimate in 70 miliardi di dollari dall’inizio del conflitto e prosciugando le casse della Banca centrale, che pare non sia più in grado di pagare nemmeno stipendi e sussidi. Il federalismo si è spesso imposto come soluzione compromissoria in condizioni di necessità. Non sarebbe sorprendente se accadesse anche in Libia.