Il Comitato federale dell’Unione Europea dei Federalisti (Uef) si tiene a rotazione nei vari Paesi membri ed è stato organizzato da Mfe a Venezia lo scorso week end, toccando per il 2015 all’Italia. Sabato mattina, prima dell’inizio dei lavori veri e propri, in una affollatissima sala dell’Auditorium Santa Margherità dell’Università Ca’ Foscari, si è svolto un interessante Seminario coordinato dal nostro Presidente nazionale Giorgio Anselmi.

In apertura, Elmar Brok, Presidente Uef e Presidente della Commissione Affari esteri del Parlamento europeo, ha richiamato le drammatiche tensioni cui è soggetta l’Europa in questo momento per effetto delle ondate migratorie e dei massacri di Parigi. Le risposte a queste sfide non vanno cercate per singoli Paesi cedendo all’emotività e ai populismi, ma approfondendo l’integrazione politica sul piano della politica estera, della difesa, della sicurezza e dell’economia. Va respinta quindi la tentazione di sospendere o addirittura di cancellare gli accordi di Schengen ripristinando frontiere superate dalla storia, ma vanno piuttosto integrati i servizi di intelligence e di prevenzione finora esercitati in modo frammentato dalle singole polizie nazionali.

Gli interventi successivi si sono coordinati sulla stessa linea, con approfondimenti settoriali a cura di Sandro Gozi, Mercedes Bresso, Enzo Moavero Milanesi, Antonio Emilio Tajani, titolari di incarichi politici a livello nazionale ed europeo. Tra gli altri, è stato ripreso il tema da tempo in discussione relativo a quali iniziative siano possibili a Trattati vigenti e quali ne richiedano invece una riforma. Ha prevalso la considerazione che, prima di coinvolgere Governi, Parlamenti, cittadini nel lungo percorso di revisione, vadano esplorate tutte le possibilità offerte dai Trattati vigenti e debbano essere impiegati tutti gli strumenti disponibili, in particolare le Cooperazioni rafforzate. Sono state introdotte dal Trattato di Amsterdam, rese più facili da Trattati successivi, riordinate da quello di Lisbona e consentono oggi ai Paesi desiderosi di approfondire la loro integrazione di stipulare appositi Protocolli, consentendo a quelli eventualmente in disaccordo di aderire in un secondo momento.

L’Unione deve inoltre mantenere alta l’attenzione oltre i propri confini. La recrudescenza dei conflitti nel Mediterraneo e nel Medio Oriente non deve lasciare in secondo piano la questione ucraina, che è tuttora aperta e chiede un ruolo attivo da parte di Bruxelles accanto alle grandi potenze. Vanno poi contrastati i movimenti populisti, quando guardano ad un impossibile passato e chiedono adesso di interrompere le relazioni con la Turchia. Al contrario queste vanno intensificate per la funzione di cerniera che questo Paese ha col mondo islamico e per il ruolo che può svolgere nella disciplina delle migrazioni verso i Balcani, dando come Unione un contributo per il rispetto dei diritti fondamentali e delle regole della democrazia.

Interessanti i cenni poi, pur a grandi linee, alla lettera che Cameron ha inviato a Tusk per ridiscutere la partecipazione del Regno Unito all’Unione. E’ stata condivisa la necessità di preparasi alla trattativa aperta dal Premier inglese consapevoli della forza dell’unione monetaria che non può essere scalfita dalla prospettiva di una Europa “multicurrency”. La moneta dell’Europa è e rimane l’euro. E’ stato adottato a suo tempo non come scelta tecnica, ma come passo verso una unione politica che deve rimanere un obiettivo primario condiviso già da 19 Paesi, non escludendo peraltro forme particolari di partenariato per chi intenda mantenere la moneta nazionale.

Non sono mancati infine appelli per riaffermare le conquiste di civiltà, cui l’Europa è arrivata nel corso della propria storia anche con passaggi dolorosi. Quando è stato ricordato che vanno difese approfondendo l’integrazione e non mettendola in discussione, la sala ha risposto con applausi accalorati, interrompendo più volte i relatori. Una bella giornata quindi di federalismo in cupo momento di storia europea; ma anche una giornata di speranza, se pensiamo come Jean Monnet che le crisi servono per andare avanti.