Tutto ha inizio lo scorso 5 ottobre, quando con un’inchiesta del New York Times si scatena una bufera mediatica che vede protagonista il celebre produttore cinematografico Harvey Weinstein. Decine di donne, tra cui modelle, attrici, dipendenti, lo accusano di molestie, stupri, assalti respinti. Col passare delle ore la lista delle donne che si dichiarano vittime cresce verosimilmente, provocando una vera e propria rivoluzione che sembra non volersi più fermare. Anche nel nostro Paese tantissime donne decidono di rompere il silenzio e di raccontare ciò che hanno subito, incoraggiate dalla solidarietà femminile che si viene a creare soprattutto sui social media.

In realtà il fenomeno della violenza sulle donne è ben noto in Italia, e rappresenta un terribile scenario da ormai molto tempo. Nel 2016 i femminicidi sono stati 149, e nell’anno corrente non c’è stato un segnale di riduzione, nonostante le numerose proposte legislative, manifestazioni e dibattiti. Si tratta solo di un problema culturale e ideologico, oppure ne sono responsabili anche i vuoti legislativi?

Sicuramente in alcune famiglie non viene data un’educazione adeguata, non viene insegnato che amare è rispettare l’altro, rispettare la sua libertà e la sua autonomia. Deve spaventarci vedere come ancora nel 2017 molti uomini considerino la donna come una proprietà, come confondano l’amore con il possesso. Questo purtroppo è lo scenario con cui siamo arrivati allo scorso 25 novembre, giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Per questa occasione, la Presidente della Camera Laura Boldrini ha voluto che l’Aula fosse riservata a 1300 donne provenienti da tutto il Paese, vittime di violenze. “Ci sono tanti uomini che vogliono bene alle donne, perché rimangono a guardare? Non vi sembra una incoerenza che gran parte uomini che rifiutano la violenza non facciano nulla? Non dovrebbero essere con noi?” chiede la Boldrini. Agli uomini è richiesto “di fare un salto in avanti, di uscire da una cultura che ha ridotto per millenni una donna a una proprietà. Bisogna educare i bambini e le bambine alla parità di genere, al rispetto per le donne.”

Dal punto di vista legislativo, non si può negare che in questa legislatura vi siano state azioni volte alla repressione di questi crimini. Il 27 giugno 2013 è stata ratificata la Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta alla violenza sulle donne e alla violenza domestica. Un atto importantissimo quest’ultimo, in quanto si tratta del primo strumento giuridico vincolante volto alla protezione delle donne da qualsiasi forma di violenza, ed introduce il riconoscimento della violenza sulle donne come forma di violazione dei diritti umani e di discriminazione. Ad oggi è stato ratificato da 32 Paesi.

Nello stesso anno è stato approvato il d.l. 93/2013, poi convertito in legge, in materia di sicurezza e contrasto della violenza di genere, che ha inserito nel nostro ordinamento nuove misure per la protezione delle vittime. Parliamo ad esempio del gratuito patrocinio per le donne vittime di violenza a prescindere dalle condizioni economiche, l’allontanamento dalla casa familiare, l’ammonimento e l’arresto in flagranza di reato del maltrattante e l’aggravante per la violenza assistita da minori.

Lo scorso aprile il Senato ha istituito la Commissione di inchiesta sul femminicidio e la violenza di genere, che svolge la funzione di indagine sulle cause di questo fenomeno, di verifica dell’applicazione della Convenzione di Istanbul e della legislazione italiana.

Ma i dati parlano chiaro, tutto questo non è sufficiente, si deve fare di più. Andrebbero innanzitutto aumentati i tempi per la denuncia : nel nostro Paese una donna ha a disposizione al massimo sei mesi per denunciare una violenza. Questo termine va necessariamente esteso, dobbiamo considerare che la consapevolezza nella vittima possa venire in un momento successivo (in molti Stati degli USA il termine è stato esteso a dieci mesi). Fondamentale è la prevenzione: reprimere questi atti di violenza alla loro nascita, prima che un semplice schiaffo si trasformi in un omicidio. Se da una parte le istituzioni devono lavorare di più sull’attuazione concreta delle leggi, noi cittadini dobbiamo combattere la discriminazione. L’unione fra queste forze è l’unica strada verso la parità di genere.