Il patto di Visegrad fra Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia viene ancora considerato una anomalia destinata a risolversi alla pari dei tanti contrasti sorti in passato tra Paesi membri. E’ invece un caso geo politico di ampio raggio, che richiede una rinnovata solidarietà tra i Paesi fondatori

 

Visegrad è una piccola città poco distante da Budapest affacciata su un’ampia ansa del Danubio, storicamente famosa perché nel 1335 i Re di Polonia, Ungheria e Boemia vi stipularono  un Trattato per creare nuove vie commerciali e sottrarsi all’egemonia di Vienna. La memoria di quel lontano summit non si è mai persa e le rovine del palazzo dove si è tenuto sono considerate un simbolo della fierezza di quelle popolazioni, gelose della propria indipendenza e capaci di innumerevoli prove di coraggio quando l’Europa fu attaccata da mongoli e ottomani.

Non a caso, nel febbraio 1991 il Primo Ministro d’Ungheria Josef Antall, il Presidente dell’allora Repubblica Cecoslovacca Vaclav Havel e il Presidente della Repubblica Polacca Lech Walesa si sono incontrati in questa città per stabilire una strategia comune in fatto di economia, sicurezza, integrazione politica. Qualche mese dopo, hanno dato vita ad un organismo di coordinamento permanente (Trilaterale) e dichiarato la volontà di aderire a pieno titolo alla Nato, suscitando la risentita reazione di Mosca.

Lo sdoppiamento consensuale della Cecoslovacchia nel 1993 e l’adesione della Slovacchia all’euro nel 2009 non hanno minato la coesione del gruppo. L’originario Trattato nel tempo si è esteso a materie ulteriori come l’educazione, la cultura, la scienza e si avvale ora di un proprio Fondo di investimento di importo ancora modesto, ma significativo della linea di stretta collaborazione che i quattro intendono portare avanti. E’ una linea che non ha niente a che fare con quella del Regno Unito, che vuol lasciare l’Unione e le relative cariche istituzionali. I quattro intendono invece rimanervi per beneficiare di tutti i vantaggi che questa comporta, finanziamenti per lo sviluppo in primis, ribadendo nel contempo con orgoglio il proprio nazionalismo.

E’ una posizione inaccettabile, ma potrebbe essere associata a quella della Germania se questa non fosse il maggior contributore del bilancio Ue. Quando è venuto il momento di sottoscrivere il Trattato di Lisbona nel 2009, tutti i Paesi membri hanno aggiunto propri codicilli e la Germania della Signora Merkel ne ha aggiunto uno per far passare attraverso il filtro dei propri organi costituzionali le decisioni comunitarie che toccassero gli interessi tedeschi. Allora l’Unione ha assunto caratteri ancor più marcatamente confederali e la Commissione ha perso peso politico, come vediamo dalla sufficienza con la quale sono accolte molte sue proposte.

Non deve sorprendere quindi che anche il suo piano di ripartizione dei flussi migratori per quote nazionali giaccia da tempo nei cassetti e che in particolare Visegrad l’abbia immediatamente respinto al mittente, con l’avvertenza di non riprovarci. Parimenti non deve sorprendere che Bruxelles non abbia reagito con la necessaria decisione e che abbia trovato il coraggio di farlo solo quando nei Paesi dell’ex impero sovietico sono emerse pulsioni illiberali che nemmeno una Confederazione potrebbe tollerare. Lo scorso dicembre infatti la Commissione ha applicato per la prima volta l’articolo 7 del Trattato di Lisbona nei confronti della Polonia, ravvisando nella recente riforma della giustizia una scoperta politicizzazione dei magistrati ed una minaccia allo Stato di diritto. Ha dato avvio così ad una procedura, che coinvolgerà Parlamento e Consiglio e potrà comportare la sospensione di alcuni diritti propri dei Paesi membri compreso il diritto di voto negli organi comunitari.

Non sappiamo quale esito potranno avere le sollecitazioni trasmesse anche per via diplomatica alla dirigenza polacca, in un clima appesantito dalla recente legge sui campi di sterminio. Intanto c’è da registrare un provvedimento tecnico che non ha precedenti nella storia europea ed è politicamente affine alla freddezza istituzionale dimostrata all’Austria ad inizio secolo, quando il democristiano Schussel aveva formato un Governo con i nazionalisti del Fpo.

Ricucire lo strappo non sarà semplice. Dissidi e contrasti fra Paesi membri ci sono sempre stati e fanno parte dell’ordinario della vita politica. Ma in questo caso emergono diversità storiche e culturali già sottolineate nel 2004 quando i Paesi dell’ex impero sovietico sono stati accolti nella comunità europea con una procedura affrettata, che ha ignorato i parametri di Copenaghen applicati in tutte le precedenti fasi di allargamento. Si è omesso cioè di accertare che vi fossero minime condizioni di omogeneità economica, sociale e istituzionale col nucleo “carolingio” e sono prevalse le pressioni Usa, che temevano instabilità e ingerenze di Mosca.

Proprio la protezione degli Usa aiuta a capire la sicumera con la quale i quattro persistono nella loro linea conflittuale. Ancora nel 2003 mentre non erano ancora concluse le procedure per l’allargamento, Donald Rumsfeld Ministro della difesa dell’amministrazione Bush jr, aveva affermato che al di là dell’Altlantico esistevano due Europe. Una vecchia composta da Paesi come Francia e Germania che si erano opposti all’intervento americano in Iraq ed erano ormai divenuti alleati inaffidabili; ed una nuova rappresentata dagli ex satelliti dell’Unione sovietica desiderosi di affrancarsi definitivamente da quella influenza e di abbracciare gli Usa come sicuro baluardo per tutte le loro paure. Questa interpretazione monolitica è divenuta in seguito meno plausibile. E’ stata anche di recente contraddetta da alcune esternazioni del Presidente ungherese Viktor Orban, che si è dichiarato pronto a collaborare con Vladimir Putin in campo energetico, e soprattutto dalla campagna russofila che è valsa a Milos Zeman la conferma alla Presidenza della Repubblica Ceca. Sono tentativi di affermare un autonomo ruolo internazionale e forse anche di praticare una ambiziosa politica dei due forni abbondantemente fuori della portata di due Paesi, che hanno economie minuscole ed insieme arrivano appena a 20 milioni di abitanti. Carature troppo modeste per andare oltre qualche schermaglia diplomatica e sottrarsi alla linea americana sul nostro fronte orientale. Questa continua a mantenere i tradizionali caratteri della contrapposizione con Mosca e la si può rintracciare anche nell’infuocato il discorso, che Donald Trump ha pronunciato l’estate scorsa nella centralissima Krasinski Square di Varsavia per ribadire l’amicizia con la popolosa e russofoba Polonia.

Oggi la Nuova Europa è più frastagliata rispetto agli esordi, ma ha una sua capitale e sta facendo proseliti a cominciare dalla Croazia che al recente voto all’Onu sulla questione di Gerusalemme si è astenuta assieme a Polonia e Repubblica Ceca. La seguirà probabilmente l’Austria, che sugli immigrati condivide la linea di chiusura di Visegrad ed intanto tira su muri al Brennero. E’ diventata un problema, che Bruxelles ha finora ampiamente sottovalutato e non può risolvere con grida manzoniane. Per farlo, deve stringersi attorno al suo nucleo storico e riprendere da qui il percorso dell’integrazione, che rimane l’unica possibile alternativa per mettersi al riparo dalle tempeste del mondo globale.