Il 4 marzo, in Italia, si sono tenute le insipide elezioni dedicate alla composizione del Parlamento: l’esito delle stesse appare tuttora difficile da interpretare. Gli unici punti fermi, al momento, sono costituiti dal ruolo primario acquisito dal M5S da un lato, e dalla coalizione di centro-destra dall’altro. Qualcuno riuscirà a formare un esecutivo? Quali alleanze saranno sancite? A quale figura verrà affidato il compito di costruire un governo?

Mentre i mezzi d’informazione della Penisola si interrogano  da giorni – e con ritmo pressoché febbrile – sugli interrogativi delineati, nel continente asiatico si è da poco verificato un momento d’epocale rilevanza.

11 marzo, Cina: l’Assemblea Nazionale del Popolo – il singolare parlamento cinese – si è riunita all’interno della Grande Sala del Popolo e lì, con 2.958 voti a favore, tre astenuti e due contrari, è stata approvata la riforma costituzionale avanzata da Xi Jinping, attuale leader cinese.

Sorpresa totalmente inattesa? Conclusione prevedibile, a dire il vero: la composizione dell’Assemblea Nazionale è riservata quasi esclusivamente ai membri del Partito comunista, e Xi Jinping è tuttora la potente e indiscussa guida di tale schieramento – ammesso che possa essere concepito come un semplice schieramento. Non è casuale, dunque, la maggioranza schiacciante che ha accolto l’iniziativa promossa dal presidente.

Il risultato? Il limite dei due mandati presidenziali che era stato introdotto dopo l’era di Mao Zedong con l’intento di evitare derive autoritarie è stato abolito. Xi Jinping, quindi, è ora legittimato a conservare il proprio ruolo ben oltre il 2023 – anno di scadenza del suo secondo mandato. Forse preserverà la posizione di presidente fino al termine dei suoi giorni. A vita. Senza condizioni, senza restrizioni, senza limiti. Forse, quindi, Xi Jinping potrà godere di un potere assoluto. Non bisogna dimenticare, infatti, che ora neanche il tempo costituisce un ostacolo rispetto ai piani di Xi Jinping.

Il passo compiuto dall’Assemblea Nazionale del Popolo ha suscitato reazioni tra loro contrastanti: gli organi istituzionali della stampa cinese, ad esempio, hanno annunciato trionfalmente il cruciale cambiamento avvenuto. La riforma è stata presentata come una manovra fortemente voluta e dal popolo e dall’intero partito. Shen Chunyao, a capo della Commissione Affari Legislativi dell’ANP, dopo le votazioni ha descritto l’emendamento come un passo necessario al progresso della leadership e alla realizzazione degli obiettivi insiti nella Costituzione cinese. Accanto a tale narrazione degli eventi, però, è necessario evidenziare, come segnala Il Sole 24Ore, che nelle settimane precedenti al voto il governo cinese ha bloccato articoli e pubblicazioni critiche rispetto al Partito comunista e che, come riporta la CNN, il China Daily – giornale cinese in lingua inglese – ha mosso pesanti accuse ai cronisti e ai commentatori stranieri: più precisamente, li ha tacciati di ignoranza rispetto alla realtà cinese e li ha incolpati di coltivare una “malicious predisposition” verso il sistema politico del paese asiatico. Tra gli aperti contestatori della scelta operata dall’ANP, invece, si colloca il dissidente Hu Jia: “Quarantadue anni dopo, nell’era di internet e della mondializzazione, un nuovo tiranno in stile Mao si eleva sulla Cina”, sono le parole che Il Fatto Quotidiano attribuisce a Jia. Li Datong, ex-direttore del China Youth Daily, ha commentato i fatti sottolineando la pericolosità della manovra compiuta da Xi Jinping: “Si è scavato la buca da solo. I limiti temporali legati alla figura presidenziale erano l’unico denominatore comune tra le forze politiche. La sua rimozione potrebbe innescare delle lotte.” Duncan Innes-Ker, direttore per il continente asiatico dell’Economist, ha definito Xi Jinping un “bulldozer”, ne ha paragonato l’attuale condizione alle prime fasi del percorso di consolidamento del potere sviluppato da Putin, e ha concluso la propria analisi con le seguenti parole: “La questione più importante è capire se questo accumulo di potere attorno a Xi sia positivo o meno.”

Più che a Putin, il risultato recentemente conseguito da Xi Jinping accosta il medesimo a figure come Deng Xiaoping e Mao Zedong: anche a Xi Jinping, infatti, è toccato un onore che in precedenza era stato riservato soltanto a tali personalità della storia cinese. Il contributo ideologico dell’attuale presidente, ossia “Il pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era”, tramite l’emendamento approvato dall’ANP è stato inserito nel preambolo della Costituzione cinese. Si tratta del suggello che conferma pienamente la colossale massa di potere ormai concentratasi tra le mani di Xi Jinping, il quale non corrisponde solamente al presidente della Cina, alla guida del Partito comunista, al capo della Commissione centrale militare e a colui dal quale dipendono decine di altri organi legati alle istituzioni cinesi, ma anche all’ambizioso politico che intende condurre la Cina alla “rinascita”, ossia a un grado di modernizzazione tale, da eguagliare gli Stati Uniti entro il 2035 – come spiega La Repubblica.

In passato, gli imperatori cinesi erano i destinatari di un indiscutibile culto della personalità e di una incontestabile forma di divinizzazione. Nella Roma antica, invece, simili schemi erano guardati con forte disprezzo: non casualmente, la deriva alla quale si abbandonò Nerone calamitò le aspre proteste dei senatori. Ebbene: oggi la posizione assunta da Xi Jinping risulta alquanto singolare: ancora una volta, infatti, sembra che il popolo cinese voglia affidarsi a una figura unica, a un uomo nel quale accentrare il controllo del potente stato asiatico. Se Hegel potesse assistere a questi eventi, non avrebbe esitazioni: nel ruolo conquistato da Xi Jinping scorgerebbe una traccia dell’immortale spirito della nazione cinese. Tuttavia, Hegel è morto e le sue idee sono state a più riprese contraddette. Rimane una domanda, allora: Xi Jinping si lascerà stregare dal fascino dell’Assoluto?