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Politica interna

Brexit: a che punto siamo?

A più di tre anni dal referendum che in Gran Bretagna ha cambiato ogni cosa ancora non vi è traccia di un accordo ufficiale fra il Regno di Sua Maestà e l’Unione europea. Se l’attuale Presidente del Consiglio europeo ha dichiarato che entro la fine di settembre si dovrà pervenire ad un “agreement”, il Governo britannico, impersonato da Boris Johnson, che ha ereditato il gravoso compito di portare l’UK fuori dall’Europa, fa sapere che non si accettano ultimatum dall’UE: la scadenza ultima per presentare delle proposte resta sempre il 18 ottobre, senza tralasciare l’ipotesi di un’uscita senza accordo.

Tutto ciò non senza clamore e scalpore. Dal 28 agosto, giorno in cui il Premier inglese ha annunciato la sospensione del Parlamento, molte cose sono cambiate: il Parlamento potrà riprendere i propri lavori solo il 14 ottobre, senza potersi più opporre alla Brexit. Proprio questa decisione ha suscitato scandalo e delusione: come si può eludere così il potere sovrano del Legislatore, di chi è deputato a decidere la sorte dei cittadini?

Com’è possibile che non ci sia alcun modo per sindacare la posizione del Governo?

Il Presidente della Camera dei Comuni stesso l’ha definito un vero e proprio “oltraggio costituzionale”.

La procedura prevede che sia il Governo a chiedere al sovrano di sospendere il Parlamento e dovrebbe essere la Regina a decidere definitivamente sulla questione: la “prorogation” è una delle prerogative reali, uno dei poteri lasciati all’autorità del sovrano. Tale strumento da più di un secolo è in realtà esercitato sempre sulla base di una richiesta del Governo, a cui il sovrano non si oppone, dando così spazio agli organi legittimati dai cittadini.

In questa situazione di incertezza i Parlamentari non perdono il loro incarico e le loro attività restano sospese, non ci sono né dibattiti né voti, nemmeno il voto di fiducia, determinando così l’impossibilità del Governo di cadere.

Questo evento è rimasto controverso nella mente di molti cittadini: riduce al minimo l’influenza del Parlamento, gli toglie ogni prerogativa e viola il principio della “parliamentary sovereignty”.

Sono stati registrati almeno due casi nel Novecento in cui la “prorogation” è stata utilizzata. Il primo caso si colloca nel 1948, quando il Governo inglese guidato da Attlee utilizzò tale escamotage per impedire alla Camera dei Lord di opporsi alla nazionalizzazione di alcune industrie siderurgiche, cercando di ridurre il potere della Camera alta: grazie alla “prorogation” il Governo riuscì a procedere alle nazionalizzazioni. Il secondo caso è stato registrato nel 1997, quando il Premier conservatore Major chiese e ottenne dalla Corona la sospensione del Parlamento per evitare che venisse discusso un report su uno scandalo che coinvolgeva parlamentari conservatori, accusati di aver accettato mazzette: in questo caso le Camere sospesero i loro lavori il 21 marzo e vennero sciolte l’8 aprile, facendo così giungere il Paese a nuove elezioni a maggio. Ironia della sorte, uno dei più accesi avversari della mossa di Johnson è proprio Major.

Ciò che suscita in me perplessità, come giurista e cittadina, resta questo: se la “prorogation” è definita come uno strumento eccezionale, da adottare in casi estremi, quale potrebbe essere la giustificazione da dare all’utilizzo di tale strumento in questa situazione rilevante non solo a livello nazionale, ma anche e soprattutto a livello internazionale, coinvolgendo per sempre gli equilibri del mondo in cui viviamo?

Com’è possibile che un esecutivo agisca senza l’avallo del Parlamento in tale situazione? Dove sono finite le garanzie assegnate dalla stessa Costituzione inglese in tale ipotesi? Dov’è finita la separazione dei poteri delineata da Montesquieu? Dov’è la sovranità del Parlamento, frutto di lotte, sanguinarie e ideali?

Forse solo un novello Guy Fawkes potrebbe aiutarci a trovare un nuovo equilibrio, indossando una maschera per portare avanti un’idea e un ideale che non ha identità, volto o colore, ma che è plasmata dall’anima di chi se ne fa portatore.

E oggi la questione che agita le vite degli inglesi e che condizionerà non solo la loro esistenza ma anche la nostra è certamente la Brexit, che ha determinato una frattura insanabile con l’UE.

Sono già cambiati tre Primi Ministri e il Paese si ritrova spaccato in due: tra i fautori di una nuova idea di Europa e gli scettici, desiderosi di “autonomia” ed “indipendenza” dal padrone malvagio vituperato a lungo.

In questa situazione di stallo è giusto che l’Europa faccia sentire la propria voce con forza e decisione: eludere le garanzie costituzionali a difesa dei cittadini inglesi non può essere la giusta linea da seguire, permettendo così al Governo di agire come meglio creda, senza possibilità di contraddittorio con il Parlamento.

L’Unione Europea deve sciogliere questo nodo agendo subito, prendendo una posizione netta e decisa e incoraggiando ancor di più la formulazione di un accordo. Basta mezze misure, ci vuole una scelta coraggiosa che porti l’UK verso il suo stesso futuro che – spero per il popolo inglese – non comprenda nuove “gloriose rivoluzioni” contro i novelli, veri, tiranni.

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