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Politica estera

C’eravamo tanto amati

È imminente l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea, la tanto attesa Brexit.

Dopo quasi quattro anni, le dimissioni di due Primi Ministri, mille rinvii e milioni di proposte, è arrivato il momento tanto atteso – e tanto temuto.

Come sempre quando ci si avvicina alla fine di una storia il sentimento che si prova si trova a metà strada tra una cupa nostalgia e una serena consapevolezza. Nostalgia per ciò che è stato e che non sarà più e consapevolezza di ciò che sarà e che continuerà ad essere.

L’Unione europea si ritrova, ora, in questa situazione, drammatica certo, ma ormai così annunciata da aver perso qualsiasi ulteriore interesse o rimorso.

Davanti al risultato del referendum del 23 giugno del 2016, nessuno di noi voleva credere ai propri occhi: la Gran Bretagna, il Paese che durante la Seconda guerra mondiale era rimasto, per un certo tempo, solo a combattere su tutti i fronti – “dalle Alpi alle Piramidi” in tutti i sensi – , era arrivato a volersi allontanare definitivamente da tutti i suoi fratelli europei, dopo poco più di settant’anni di pace tra le nostre nazioni.

È stato un momento terribile, un duro colpo per le istituzioni europee, che hanno dovuto fare i conti con il malcontento e la diffidenza del popolo britannico, ricevendo così una pesante lezione.

Fin dalla nascita della Comunità Economica Europea nel 1957, il rapporto fra i membri della CEE e il Regno Unito si fecero tesi. La Gran Bretagna chiedeva, infatti, di poter entrare all’interno di quell’organismo comunitario, ma per due volte questa possibilità venne rigettata in forza del veto opposto dalla Francia.

De Gaulle era, infatti, fortemente contrario ad ammettere i cugini aldilà della Manica nella CEE. Nel novembre del 1962, il Generale – com’era noto tra i francesi per il suo ruolo di guida della Resistenza avverso i nazisti durante il secondo conflitto mondiale – ospitò in una delle sue residenze l’allora Primo Ministro inglese, Harold Macmillan, il quale cercava sostegno in Francia per ottenere l’approvazione dei sei Paesi fondatori ad entrare nella Comunità Economica Europea.

Dopo quell’incontro, De Gaulle, in una conferenza stampa del gennaio dell’anno seguente, espresse le proprie perplessità riguardo all’ipotesi di accogliere questo nuovo Paese membro. La ragione che il Generale addusse fu il carattere “insulare” della Gran Bretagna:  la distanza geografica di quello Stato rappresentava altresì una distanza politica ed economica insormontabile. Quel Paese, secondo l’opinione del Presidente francese, avrebbe sempre cercato di far valere la sua alterità rispetto ai sei membri fondatori della Comunità, cercando di imporre le proprie visioni e la propria posizione.

“Elle est maritime. Elle est liée par ses échanges, ses marchés, ses ravitaillements aux pays les plus divers, et souvent les plus lointains. Elle exerce une activité essentiellement industrielle et commerciale, et très peu agricole. Elle a dans tout son travail des habitudes et des traditions très marquées, très originales”: con queste parole, De Gaulle segnava una tremenda battuta d’arresto per la Gran Bretagna, sottolineando che il carattere di quel Paese, forte delle sue tradizioni e delle sue abitudini, avrebbe creato scompiglio. Non da ultimo, criticò anche l’eccessiva influenza che gli Stati Uniti esercitavano sui parenti d’Oltreoceano, definendo così la possibilità che tutto il lavoro fatto per anni – un lavoro di bilanciamento e pacificazione all’interno del continente europeo – andasse distrutto. Aveva tutti i torti?

Alcuni storici inglesi hanno definito De Gaulle come una sorta di oracolo, un profeta della Brexit.

Un profeta il cui monito non venne ascoltato, poiché, come si suol dire, “la speranza è l’ultima a morire”.

Nel 1973, infatti, fu ufficializzata l’entrata della Gran Bretagna nella CEE, sotto la guida del Primo Ministro conservatore Edward Heat. Da subito, furono i laburisti i più scettici riguardo all’opportunità e ai benefici che la partecipazione alla CEE avrebbe determinato per il Regno Unito. Nel 1975 si fecero portatori di una consultazione popolare riguardo al remain nella CEE, in cui il 67% degli elettori si espresse favorevolmente al mantenimento degli obblighi con la Comunità.

Nel 1992 la Gran Bretagna firmò il Trattato di Maastricht, ottenendo, però, di poter restare fuori dall’Euro e di poter evitare di adottare alcune delle scelte comuni. Aderì, dunque, all’Unione europea, ma lo fece esercitando sempre una vera e propria clausola di opting out, caratteristica che ha distinto da sempre lo scetticismo britannico rispetto alla moneta unica – cui, infatti, non ha mai aderito – e al mercato comune europeo.

Per questo, dopo meno di cinquant’anni all’interno delle istituzioni europee, potremmo chiederci se De Gaulle veramente avesse previsto la Brexit, se davvero egli avesse immaginato questa situazione.

Sono persuasa di credere che il Generale non potesse concepire lo scenario attuale: la Francia, la Gran Bretagna e la stessa Unione europea sono profondamente mutate dall’epoca del fu Presidente francese, al punto che ormai ci eravamo tutti abituati a considerare la patria di Harry Potter un po’ come se fosse casa nostra.

Molti miei coetanei, credo, non rammentino le parole e le ragioni che De Gaulle aveva sostenuto per evitare l’ingresso della Gran Bretagna nella CEE. E non lo ricordano per una motivazione: in questi anni molti italiani ed europei hanno conosciuto il mondo britannico e lo hanno potuto apprezzare, nelle sue contraddizioni e nella sua complessità, come ogni Paese che si rispetti.

Ci eravamo abituati ad essere i cordiali vicini di casa degli inglesi, come ci si abitua a quei parenti un po’ strani che abitano nella tua stessa via e che – cosa ci vuoi fare – devi frequentare perché sono i tuoi parenti, con le loro stranezze e con i loro colpi di scena.

Per questo ritengo che in molti saranno rattristati dall’idea di vedere la Gran Bretagna, infine, separata dall’Unione europea. A questa tristezza e a questo rammarico si aggiunge, però, anche il sollievo:  il sollievo che questa lunga storia sia ormai giunta ad una conclusione.

Una conclusione che sicuramente De Gaulle avrebbe voluto più celere: era un uomo pratico e avrebbe optato perché l’UE prendesse una posizione più decisa, più netta, nei confronti degli inglesi, cosa che l’Unione avrebbe, in effetti, dovuto fare.

Eppure, si continua a sperare che, da bravi vicini, si possa incominciare a lavorare di nuovo insieme, non più parenti, ma quanto meno bravi condomini su questa terra in cui siamo solo di passaggio.

Per questo le parole del Presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, hanno scavato un solco nel mio cuore quando le ho udite: “Cari amici britannici, addio è una parola troppo definitiva, ed è per questo che insieme a tutti i colleghi vi dico soltanto arrivederci. E voglio salutarvi con le parole di Jo Cox, la deputata britannica uccisa durante una campagna elettorale: abbiamo molto di più in comune di quanto ci divide”.

Le parole più consone in questa situazione potrebbero ricalcare il titolo del capolavoro di Ettore Scola: c’eravamo tanto amati. E forse, un giorno e in modo diverso, torneremo ad amarci.

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