eurovicenza

Il blog del Movimento Federalista Europeo – sezione di Vicenza

Politica estera

Contare in Europa o far contare l’Europa?

Contare in Europa o far contare l’Europa?

In questi mesi di elezioni e nomine europee mi ha sorpreso un aspetto del dibattito politico italiano, che si ripete di frequente quando si parla dell’Unione europea. Il leitmotiv è che l’Italia deve contare di più in Europa: la preoccupazione principale è infatti che l’Italia sposti gli interessi europei verso quelli italiani.

La possibilità di una maggiore integrazione europea (diremmo noi, federale) che favorisca la creazione di un interesse comune europeo non sembra essere parte del dibattito offerto all’opinione pubblica. A dire il vero il Trattato sull’Unione europea già prevede il perseguimento dell’interesse generale europeo per i due organi che compongono l’asse sopranazionale, ovvero l’Europarlamento e la Commissione. Tuttavia, nei fatti l’orizzonte europeo è spesso secondario anche all’interno di queste istituzioni: lo dimostra il fatto che parallelamente agli incontri del gruppo europeo si svolga l’incontro della delegazione del partito nazionale e che i commissari vengano proposti al presidente della Commissione e al Parlamento dagli Stati membri.

Esempio di questa “sopranazionalità imperfetta” è il fatto che la Spd non abbia votato a favore della elezione della neopresidente Von der Leyen per motivi puramente interni.  Ma è soprattutto al secondo punto che mi riferivo all’inizio. Con la recente nomina dell’ex Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni come commissario europeo per gli affari economici e monetari, diversi giornali e politici che fanno parte della maggioranza sembrano assegnare al neocommissario il compito di ottenere più flessibilità per i conti pubblici italiani. Al di là del merito della questione, l’idea che Gentiloni debba in qualche modo fare gli interessi italiani in quanto componente della Commissione europea è un’idea assolutamente sbagliata, contraddicendo innanzitutto ciò che è scritto nel Trattato sull’Unione europea, all’art. 17 nel quale è stabilito che “la Commissione promuove l’interesse generale dell’Unione e adotta le iniziative appropriate a tal fine”. Un commissario quando entra in carica deve quindi svolgere le sue funzioni secondo l’indirizzo politico della Commissione, senza seguire interessi nazionali. Dire il contrario sarebbe come dire che il Ministro Gualtieri debba fare gli interessi del Lazio solo perché romano.

C’è da dire tuttavia che l’ambiguità di fondo sulla rappresentanza di interessi è dovuta alla perenne complessità e istituzionale che caratterizza le istituzioni dell’Unione. La sua indefinita forma giuridico-politica fa sì che non si instauri nell’arena pubblica un rapporto fiduciario tra rappresentante e rappresentato. I processi politici più importanti nella vita politica comunitaria, checché ne dicano i sovranisti, sono ancora in capo ai singoli Stati e ciò contribuisce a costruire la retorica del “contare in Europa”, la quale continua anche nella (breve) vita del secondo governo Conte. Se è vero che c’è stato un netto miglioramento dei rapporti con le istituzioni comunitarie (specialmente grazie alla presenza di politici fortemente europei, come Gualtieri e Amendola) è altresì vero che una riforma strutturale delle istituzioni europee che porti – se non a un processo costituente – quanto meno a una revisione dei trattati, sembra non essere nemmeno lontanamente una delle priorità del nuovo governo.

Esistono tuttavia delle soluzioni in risposta a queste questioni aperte della governance europea. Un inizio potrebbe essere dare meno poteri al Consiglio e al Consiglio europeo, mantenendoli (almeno per il momento) solo per determinate materie, storicamente di materia degli Stati (come per esempio politica estera e di sicurezza o cooperazione in materia di polizia). In particolare, il Consiglio europeo dovrebbe avere meno voce in capitolo sulla formazione della Commissione e dovrebbe quantomeno consultarsi con i gruppi politici al Parlamento europeo (cui spetta comunque l’approvazione) in fase di nomina. In questo modo si avvierebbe un processo di politicizzazione dello spazio europeo che diventerebbe finalmente “comune”; questo processo era stato avviato con la prassi degli Spitzenkandidaten, che dopo la nomina della Von der Leyen sembra definitivamente tramontata.

In conclusione credo che le forze politiche europeiste, se esse vogliono veramente cambiare l’Europa come si sente dire da tempo, debbano fare uno sforzo per cancellare la retorica del “contare in Europa” e proporre soluzioni concrete di riforma dei Trattati per “far contare l’Europa” e discutere di come rendere l’Unione più democratica, più giusta e più unita.

Lascia una risposta

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Tema di Anders Norén