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Il blog del Movimento Federalista Europeo – sezione di Vicenza

Politica estera, Politica interna

Cosa ci insegna il coronavirus

Sanità e ricerca scientifica sono state trascurate e se ne vedono adesso le conseguenze. L’epidemia è così estesa e prolungata che sta compromettendo l’intera nostra organizzazione sociale. L’Italia sta reagendo con un primo pacchetto di misure, ma serve l’intervento dell’Europa che ha l’occasione di dimostrare vicinanza alle sofferenze dei cittadini di ogni Paese

Abbiamo conosciuto varie epidemie di diversa gravità, dall’asiatica del 1957 fino alle più recenti sars, suina, aviaria. Ad un certo momento sono cessate con grande sollievo delle popolazioni senza lasciare tracce, se non sofferenze e lutti. Anche quella in corso cesserà, ma diversamente dalle precedenti lascerà dietro di sé una lunga scia e ci costringerà a profondi cambiamenti. Il coronavirus che l’ha provocata si è rivelato inafferrabile e ha messo in crisi abitudini consolidate, paralizzando gli spostamenti e tutte le forme di vita associativa in qualunque campo, di studio, lavoro, vacanza, intrattenimento. Sono state chiuse scuole, aziende commerciali e produttive, soppresse manifestazioni sportive, vietate celebrazioni religiose, svuotando strade e piazze. L’intera nostra organizzazione sociale è stata sconvolta. Scienza e tecnologia si sono lasciate sorprendere e ancora non hanno trovato risposte. Per questo oggi tutti avvertono un forte senso di disorientamento e si aspettano  maggiore protezione da parte delle istituzioni pubbliche.

La sanità è ovviamente il primo settore, cui si guarda. Pur essendo uno dei più rappresentativi del nostro welfare con 150 miliardi di euro di spesa/anno, è arrivata debilitata all’appuntamento con questa emergenza, per effetto dei drastici tagli imposti dalle ultime manovre finanziarie. Un recente rapporto della Fondazione Gimbe ha calcolato che in dieci anni il finanziamento pubblico è stato decurtato di 37 miliardi e ha comportato una forte riduzione di personale, la chiusura di 359 reparti e la sparizione di diversi piccoli ospedali. Sono stati persi 70 mila posti letto, arrivando ad una media di 3,2 ogni mille abitanti, contro i 6 della Francia e gli 8 della Germania, in un disegno di razionalizzazione che non ha ridotto le liste d’attesa e non ha tenuto conto delle emergenze sempre in agguato.

I primi di marzo il Governo ha annunciato di voler metterci una pezza con uno stanziamento di oltre 6 miliardi per aumentare del 50% il numero dei posti letto in terapia intensiva e addirittura del 100% nelle unità operative di pneumologia e malattie infettive. Ha dato poi il via libera immediato ai concorsi di abilitazione alla professione di medico chirurgo e alle assunzioni di anestesisti e pneumologi. Ha risposto poi alla richiesta della Lombardia di incrementare gli organici con 500 medici e 1000 infermieri qualificati.

Sono stati i primi passi per una riconsiderazione complessiva del nostro sistema sanitario. E’ stato concepito secondo un modello universalistico alla fine degli anni ’70 per superare il sistema delle casse mutue, che tutelavano i lavoratori e  lasciavano tutti gli altri alla eventuale carità delle  Opere Pie. Questo modello è stato affidato alla competenza delle Regioni e ha generato al suo interno troppe differenziazioni territoriali, frammentando il Paese. Non sarebbe sorprendente se questa pandemia fornisse l’occasione per riformulare il Titolo V della Costituzione, che regola le relazioni fra centro e periferia e lascia alla seconda spazi che molti ritengono eccessivi e immeritati.

Strettamente connessa alla sanità è la ricerca scientifica. La politica l’ha sempre considerata un optional in tutte le formazioni governative, che ha espresso. Al momento della preparazione dell’annuale legge finanziaria, l’ha sistematicamente tenuta per ultima in buona compagnia di cultura e scuola. Se rimanevano un po’ di fondi dava qualcosa, altrimenti tagliava anche quelli dell’esercizio precedente. Negli ultimi anni, c’è stata una ripresa di attenzione documentata da un recente rapporto Istat, che quantifica in 23,8 miliardi di euro la spesa nazionale per R&S con una leggera prevalenza del privato sul pubblico. Il primo si presenta dinamico all’interno delle aziende più avanzate ed il secondo segna qualche tasso di crescita. Troppo poco per recuperare il gap accumulato. In Italia la spesa in ricerca è arrivata a rappresentare l’1,4% del Pil, ma rimane ampiamente al di sotto della media europea (2,03%). Eurostat ci dice poi che l’Italia ha meno di 5 ricercatori ogni mille occupati, con una media europea che supera i 7. In termini assoluti sono 118 mila, mentre la Germania ne ha 360 mila, la Francia 265 mila, la Spagna 123 mila.

L’epidemia ha fatto capire quanto sia stato sbagliato trascurare questi due settori, nei quali è ora necessario investire importanti risorse umane, organizzative, finanziarie. Ha poi fatto emergere gravi arretratezze del settore scolastico, nel quale deve essere incoraggiato l’uso del web per modernizzare l’attività didattica e non comprometterne la continuità nel caso in cui per un qualsiasi motivo gli edifici diventino inaccessibili. Ha infine imposto gravi sacrifici all’economia e al lavoro, che devono ora essere aiutati. Per risollevarsi, l’Italia ha varato a metà mese un primo pacchetto di misure di 25 miliardi, comprensivo delle annunciate misure per la sanità, da finanziare a debito approfittando della sospensione dei limiti del patto di stabilità. Ne serviranno altri di importo ben maggiore dopo la decisione di sospendere le attività produttive non essenziali, che ci porteranno ad un aggravamento del rapporto col Pil abbondantemente oltre l’attuale 130% e ad  interessi passivi verso i 100 miliardi/anno. Un peso insopportabile, anche con l’aiuto del quantitative easing di 750 miliardi di euro deliberato dopo molte polemiche a Francoforte dalla Bce, che serve a difendere l’euro attraverso marchingegni bancari complessi e invisibili ai cittadini.

Il nostro Paese deve adesso impegnarsi in un’ulteriore partita e provocare la predisposizione di uno specifico strumento finanziario a Bruxelles. Lo hanno capito subito le forze politiche tradizionalmente europeiste, ma lo stanno capendo anche quelle euroscettiche costrette per la prima volta a guardare oltre i confini nazionali. Deve stringere alleanze con Paesi come Francia, Spagna, Germania che stanno conoscendo la medesima emergenza, per vincere la prevedibile riottosità di quelli settentrionali da tempo ostili alle istituzioni comunitarie. Quanto alle possibili misure, è già cominciata la discussione su antiche ipotesi, come la creazione del Safe Asset Europeo proposto a suo tempo da Juncker per emettere titoli di debito comune, la riunificazione dei vari Fondi di sviluppo esistenti, la ristrutturazione del bilancio comunitario che ancora destina il 40% delle sue risorse all’agricoltura. E’ emersa anche l’opportunità di usare in tutto o in parte le risorse del Fondo salva Stati, sostenuta dalla Commissione economica del Parlamento europeo presieduta dalla nostra Irene Tinagli e rilanciata da Giuseppe Conte. Mentre attendiamo le decisioni che pare vengano assunte entro questa settimana, non è fuori luogo ricordare che questo Fondo è stato creato a tempo di record per reagire alla crisi finanziaria del 2008 e salvare le banche con una potenza di fuoco stimata  da 400 a 700 miliardi di euro. Non sarebbe male se la classe politica europea fosse adesso altrettanto sollecita nel creare uno specifico strumento senza troppi lacci e condizionalità, per salvare i cittadini  dall’emergenza sanitaria e da quella economico-sociale, che ne conseguirà. Darebbe un grande segno di vicinanza alle sofferenze e alle aspettative di popolazioni di diverse nazionalità. Le basterebbe fare un primo passo in questo senso per rilanciare il progetto di integrazione e ritrovare lo spirito dei padri fondatori, che ha da tempo smarrito.

Dopo questa drammatica esperienza, nessuno di noi sarà come prima. Non potrà esserlo nemmeno l’Ue.

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