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Il blog del Movimento Federalista Europeo – sezione di Vicenza

Cultura, Politica estera

Destinati al tramonto?

Di fronte alle politiche aggressive di Russia e Cina, Europa e America sono divise e credono sempre meno al patto atlantico. L’Occidente sembra avviato al malinconico tramonto profetizzato un secolo fa da Oswald Spengler. Tutti gli indizi in un recente libro

Maurizio Molinari è tra i più noti giornalisti italiani. Ha percorso tutti i gradini della carriera a La Stampa di Torino fino a diventarne direttore e per molti anni ha inviato corrispondenze da Bruxelles, Washington, New York, Gerusalemme, Ramallah. E’ stato nei luoghi dove maturano le grandi decisioni politiche, intervistando presidenti americani, leader europei, dittatori di ogni tempra; ed anche in quelli, dove si consumano le peggiori tragedie dell’umanità, in Medio Oriente, nei Balcani, nel Corno d’Africa.

E’ anche uno scrittore prolifico. Ha già al suo attivo una ventina di libri e sviluppato riflessioni oltre i limiti della cronaca, mettendo a frutto la sua esperienza professionale. Ha da poco pubblicato il 21° dedicato ai rischi che l’Occidente sta correndo sotto l’attacco delle emergenti autocrazie, Russia e Cina in particolare (Assedio all’Occidente – La nave di Teseo, 2019).

La prima si è messa alle spalle l’umiliazione del muro di Berlino e sta rimediando alla disgregazione territoriale che ha distrutto l’Urss. Arrivato al Cremlino nel 2000, Vladimir Putin in una prima fase ha dovuto subire l’espansione Nato verso est, ma nel 2014 si è annesso la Crimea e ha occupato militarmente le regioni orientali dell’Ucraina, risvegliando l’orgoglio nazionalista del popolo russo. Si è poi affermato con un ruolo di protagonista in Iran ed in Medio Oriente, in particolare in Siria, approfittando delle esitazioni della politica estera Usa.

Quelle militari non sono le sue uniche armi. Sa usare anche le nuove tecnologie digitali per manomettere le basi dati di Paesi avversari. La prima dimostrazione l’ha data nel 2007, con una rappresaglia contro l’Estonia colpevole di aver spostato una statua al soldato russo dal centro di Tallin ad una zona periferica. L’attacco è stato così inaspettato ed efficace che le banche hanno dovuto sospendere tutte le transazioni finanziarie e la Nato non è riuscita a raccogliere prove sufficienti per accusare Mosca. Attacchi simili sono stati condotti in Ucraina e Georgia, dove sono state bloccate centrali elettriche e infrastrutture di vitale importanza per ammonire le forze politiche simpatizzanti per l’occidente. Hackeraggi sono stati portati anche in Paesi occidentali per indebolirli in momenti cruciali della loro vita democratica. Non sono mai stati diradati i sospetti di intrusione informatica durante le consultazioni per la brexit, le elezioni presidenziali in America e Francia, le ultime politiche in Germania e perfino in Italia in occasione del referendum costituzionale.

La Cina non è da meno. Gli analisti stimano che abbia un milione di tecnici impiegati nella intelligence per spiare segreti industriali e importare in modo disinvolto tecnologie e conoscenze dell’Occidente. Ne ha pagato le spese la compagnia canadese di telecomunicazioni Nortal, che ha scoperto nel 2004 di essere stata vittima di hackeraggi sistematici per almeno un decennio. Stessa sorte è toccata ad un’azienda fornitrice della marina americana, che nel 2008 ha denunciato di essere stata derubata di dati progettuali relativi a nuovi sistemi missilistici. Intromettendosi nelle basi dati altrui, la Cina sta accumulando una enorme massa di informazioni e tramite Huawei ha aggredito gli stessi “otto king kong”, cioè Apple, Cisco, Google, Ibm, Intel, Microsoft, Oracle, Qualcomm, mettendo in discussione l’oligopolio che hanno sul territorio nazionale americano.

Tutto questo impegno è uno degli assi portanti delle  ambizioni imperialiste di Pechino. L’altro è di natura commerciale. Nel 2001 la Cina è entrata a far parte del Wto (World trade organisation) e ne ha sfruttato tutte le opportunità senza rispettare le regole della concorrenza e della proprietà intellettuale. Nel 2013, sotto la nuova presidenza di Xi Jinping, ha lanciato la Belt and Road Iniziative, un grandioso progetto per interconnettersi con reti ferroviarie, autostrade, porti marittimi con l’Europa e l’Africa, bypassando l’America. Mano a mano che il progetto avanzerà, gli Usa perderanno peso non solo in Asia ma anche in diversi Stati europei, compresi quelli che tiene legati con la Nato. Sintomatico al riguardo il fatto che da quando il colosso cinese Cosco si è impadronito del porto del Pireo, la Grecia ha cominciato a votare contro tutte le decisioni Onu pregiudizievoli per la Cina.

Di fronte ai pericoli da Oriente, America ed Europa avrebbero tutto l’interesse a rinvigorire la loro storica alleanza. Dovrebbero riconoscersi in un Occidente con 800 milioni di abitanti in un pianeta che corre vertiginosamente verso i 10 miliardi, non tutti ragionevoli. Invece sta accadendo l’opposto. L’America si è data una sua National Security Strategy, elaborata nel 2017 da Mike Pompeo per caratterizzare la sua fresca nomina a Segretario di Stato. E’ un documento ispirato ad una logica di muscolare contrapposizione a Cina, Russia, Corea del Nord, Iran, che non risparmia la Turchia nei suoi propositi di espansione neo ottomana. Gli Stati europei devono adeguarsi alle strategie del Pentagono, rimanere fedeli alla Nato, incrementare il loro contributo finanziario, dimenticare il progetto di integrazione. Trump ha fatto propria questa linea aggressiva e l’ha sostenuta con nuove risorse di bilancio, considerandola complementare al protezionismo commerciale che lo porta ad applicare o minacciare dazi contro tutti, alleati compresi.

Assediata ad est e abbandonata ad ovest, l’Europa è oggi sola. Priva di forza militare e di solidarietà politica, ha scarsissime possibilità di evitare il malinconico declino profetizzato un secolo fa da Oswald Spengler ne Il Tramonto dell’Occidente, che assimila le civiltà agli esseri viventi e ne interpreta l’evoluzione come se fossero assoggettate alle medesime leggi. Quella occidentale, dopo le fasi dello sviluppo e della supremazia planetaria, avrebbe imboccato la strada della decadenza, come accaduto in passato ad altre splendide civiltà. Molinari evoca nel titolo questa discussa opera recentemente riedita, ma non la cita e preferisce credere che l’America, nonostante i populismi che la attraversano, possa rimanere il più vivace e imprevedibile laboratorio delle democrazie moderne. Nello stesso tempo spera che verso le emergenti autocrazie l’Europa non ricada nell’appeasement, che ha portato alle tragedie di Monaco nel ’36 e Praga nel ’68. Sono in gioco non solo la sua indipendenza economica e la sua prosperità, ma anche i diritti fondamentali, le libertà, lo stile di vita che ha saputo conquistarsi nella sua lunga storia. La classe politica attuale è scarsamente consapevole delle nuove emergenze alle porte e si sta adesso lasciando accerchiare a sud dalla Russia e dalla Turchia, che hanno esteso la loro influenza sulla Libia. Ne serve presto una, che sia all’altezza del compito.

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