eurovicenza

Il blog del Movimento Federalista Europeo – sezione di Vicenza

Cultura, Ritratti

Diamo il Nobel a Federico Faggin

Ha inventato il microchip che fa funzionare i nostri pc e sostiene tesi innovative nel campo della ricerca scientifica. Vicenza deve mobilitarsi per candidarlo all’alto riconoscimento dell’Accademia svedese

Federico Faggin è un personaggio poco conosciuto, molto meno di quanto meriti. Ci accontentiamo di sapere sbrigativamente che è l’inventore del microchip e non abbiamo altre curiosità. Usiamo pc, tablet, smartphone con la stessa indifferenza con la quale entrando in casa accendiamo la luce, avendo dimenticato i nomi di Volta, Edison, Tesla. Questo anonimato è in parte colpa sua. Ha passato decenni a lavorare dieci ore al giorno, senza tirarsi indietro quando era necessario sacrificare week end e ore di sonno. Adesso però che ha pubblicato un libro autobiografico (Silicio – Mondadori 2019) e lo sta presentando con interviste, conferenze, incontri vari, la colpa è tutta nostra.

Federico è nato a Vicenza durante la seconda guerra mondiale nella casa di famiglia pericolosamente vicina alla ferrovia. Per questo papà Giuseppe e  mamma Emma la abbandonarono presto e lo portarono a vivere a Isola Vicentina, il loro paese di origine a una decina di km. Vi restò sei anni in un gruppo di edifici dei nonni paterni organizzati attorno ad una corte, che comprendevano una falegnameria ed un’osteria. Il paese manteneva ancora la secolare impronta rurale, si radunava alla sera nei filò per chiacchierare e passare l’inverno al calore degli animali. Le case erano fredde, non tutte avevano l’elettricità e nessuna l’acqua corrente. A maggior ragione non avevano il telefono, di cui il libro infatti non parla. Per comunicare col resto del mondo gli abitanti avevano però a disposizione un telefono pubblico nell’unica locanda in piazza, un grosso apparecchio nero inchiodato ad una parete, che si poteva usare parlando ad un’imboccatura sulla parte fissa e ascoltando con una cornetta legata ad un filo. Per conversare era opportuno scegliere le ore meno affollate e bisognava passare attraverso un centralino, che non si sapeva dove fosse e metteva soggezione. Il gestore del locale raccomandava di prendere appuntamento per le telefonate in partenza, mentre per quelle in arrivo mandava il primo ragazzino a tiro ad avvisare l’interessato ovunque si trovasse, contrade comprese.

Questo era lo stato della tecnologia a servizio delle nostre comunità. L’adolescente Federico se ne incuriosisce e terminate le medie dice ai genitori che vuole iscriversi all’Istituto tecnico Alessandro Rossi, per imparare a progettare e realizzare strumenti, macchinari, modelli d’aereo per cominciare. Il padre, professore di filosofia al Liceo classico della città non la prende bene, ma alla fine si arrende all’entusiasmo del figlio, considerando anche che fino a quel momento non aveva dimostrato alcuna particolare predisposizione agli studi. Brilla invece nei cinque anni dell’Istituto e ancor di più alla Facoltà di Fisica dell’Università di Padova, dove si laurea in anticipo col massimo dei voti e la lode.

Trova subito lavoro alla SGS, un’azienda brianzola, che aveva la licenza di fabbricare circuiti integrati della Fairchild società leader nel settore dei semiconduttori con sede a Palo Alto in California. Nel ’67 partecipa ad un programma di scambio di personale tecnico e comincia a lavorare nella casa madre. Il rapporto si consolida e si trasferisce con la moglie Elvia nella valle di Santa Clara, che era allora una immensa distesa di orti e frutteti. Si chiamerà presto Silicon Valley, anche per merito suo.

Nell’aprile ’70 viene assunto dall’Intel e gli viene affidata la responsabilità di un progetto di ricerca per realizzare un nuovo tipo di processore per i computer, che allora erano ingombranti, instabili e costosi. La sola unità di calcolo centrale a transistor (Cpu) occupava lo spazio di un tavolino e rappresentava già un notevole passo avanti rispetto alla precedente generazione di computer a valvole termoioniche, che pesavano tonnellate. Le migliori menti del settore erano da tempo impegnate a farne un altro ed avevano elaborato progetti per concentrare tutti i circuiti in un’unica piastrina di germanio o silicio. Mancava però la tecnologia per realizzarli. Faggin la trova nel novembre ‘71. Realizza  il microchip 4004 e riduce la vecchia Cpu ad una scheggia di silicio della dimensione di un’unghia. Arriva a questa scoperta grazie al Mos (Metal oxide semiconductor), al quale quasi nessuno guardava ed aveva la sfiducia degli stessi azionisti dell’azienda, che lo aveva assunto. Il successo gli dà un grande prestigio personale, ma acuisce le tensioni con lo stato maggiore della Intel, dalla quale se ne va sbattendo la porta.

Fonda quindi una serie di start-up e diventa imprenditore. Con la Zilog si dedica allo sviluppo del microchip, che avrà diverse versioni sempre più potenti e versatili. Con la Synaptics realizza il touch-pad (sostitutivo del mouse nei portatili) e per un decennio è fornitore ufficiale della Apple. Poco tempo dopo realizza anche il touch screen e dice no a Steve Jobs, che vorrebbe il brevetto in esclusiva, costringendolo a realizzare una tecnologia in proprio. Quando gli iPad e gli iPhone vengono presentati, si apre un mercato immenso per tutti i competitori di Apple, compresa la Synaptics che cresce vertiginosamente in fatturato ed occupazione.

Contemporaneamente studia biologia e neuroscienze. Si accorge che i manuali vedono nell’attività cerebrale solo impulsi elettrici e reazioni biochimiche e non danno alcuna spiegazione della consapevolezza umana. Non dicono come si producano sensazioni fisiche, emozioni, pensieri, sentimenti. Finchè questi processi resteranno un mistero, sarà impossibile costruire computer intelligenti e bisogna guardarsi da chi lo promette. Ciò che è possibile fare invece è indagare la consapevolezza come prerogativa non dell’uomo in particolare ma del creato nel suo insieme. Lo avevano intuito i mistici di antiche civiltà, come alcuni rami dell’induismo che consideravano la consapevolezza un aspetto irriducibile della natura. In questa impostazione si discosta di molto dalla Fisica dominante, ma lui non se ne cura e ricorda che era guardato con diffidenza anche quando conduceva le sue ricerche sul microprocessore. Ha i mezzi per ribadire le sue idee e nel 2011 crea la Federico and Elvia Faggin Foundation, per finanziare centri di ricerca ed Università che si dedichino a questi studi.

Questa linea eretica gli ha forse compromesso la candidatura al Nobel. Ma le grandi innovazioni sono sempre scaturite da sommovimenti eterodossi, spesso individuali. Gli accademici di Stoccolma dovrebbero apprezzare il coraggio di Federico Faggin, che non ha avuto paura di mettersi nuovamente in gioco dopo i grandi successi conseguiti. Dovrebbe apprezzarlo anche Vicenza, che farebbe bene a mobilitare le proprie istituzioni a sostegno di un  figlio tanto illustre, che nel lungo soggiorno californiano non ha mai dimenticato le sue origini ed è venuto adesso a risiedere nel suo cuore storico.

  1. Sogno blu

    Merita il nobel per la fisica un nome illustre,per il mondo della della fisica quantistica e padre del microchip. il cuore del computer.

Lascia una risposta

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Tema di Anders Norén