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Il blog del Movimento Federalista Europeo – sezione di Vicenza

Economia, Politica interna

Erasmus, la via alla crescita europea

Il progetto Erasmus (European Region Action Scheme for the Mobility of University Students) è nato più di 30 anni fa, nel lontano 1987. Nel corso degli ultimi 31 anni, ha accolto più di 2 milioni di giovani europei e coinvolto 4000 istituti in 31 diversi paesi europei, espandendo i propri tentacoli anche al di fuori dell’Unione Europea. Ogni anno più di 25.000 studenti italiani lasciano il paese per trascorrere un semestre in un’altra università europea o per una breve esperienza lavorativa – gli Erasmus trainees. Allo stesso tempo, l’Italia accoglie circa 17.000 ragazzi da tutta Europa, dando loro una casa per qualche mese. I ragazzi italiani si rivelano essere fra i più propensi a viaggiare nel nostro continente: siamo il quarto paese per numero di studenti in uscita e il quinto per numero di trainees. Altro che bamboccioni!

Cosa spinge questi ragazzi a lasciare la propria casa, fare i bagagli e partire verso un paese straniero? I punti di forza del programma Erasmus+ sono tanti: alcuni cercano un futuro migliore e opportunità di carriera all’estero, altri desiderano imparare una nuova lingua o conoscere culture diverse, altri ancora vogliono semplicemente cambiare aria e godersi un’esperienza nuova per qualche mese, con la possibilità di trasformarla in un anno all’estero.

Tutto ciò, unito a costi di trasporto sempre più bassi e comunicazioni rese più economiche e semplici dalle nuove tecnologie, ha determinato il successo del programma Erasmus+. Nonostante i venti del nazionalismo soffino sempre più forti in tutti i paesi europei, le adesioni sono in rapido a costante aumento: l’Italia ha registrato un +10% di partenze nel 2017, così come la Polonia e i paesi dell’Est Europa. Stiamo lentamente formando quella che viene chiamata “Generazione Erasmus”: un nutrito gruppo di ragazzi che viaggiano e si contaminano con culture diverse, aprendosi gli orizzonti e portando a casa un pizzico del paese che visitano. Com’è ovvio, questi giovani sono mediamente più europeisti rispetto ai coetanei che rimangono in Italia. Prospettive rosee per il federalismo? Non proprio. Dobbiamo espandere ancora di più la platea degli aderenti e diventare più attrattivi per gli studenti europei, perché la contaminazione avvenga in entrambe le direzioni. Una cospicua percentuale di giovani italiani vota ancora per forze populiste e antieuropeiste come il Movimento 5 Stelle e la Lega; nemmeno il 10% delle preferenze degli elettori sotto i 24 anni è andata a +Europa, con un picco nella popolazione universitaria.

Come possiamo aprirci di più e diventare il fulcro dell’integrazione europea? Un primo passo è senz’altro una maggiore apertura per gli studenti internazionali. Tale obiettivo si potrebbe raggiungere premiando i professori che tengono corsi in inglese o addirittura costringendo ad offrire una laurea in lingua in ogni facoltà. Spesso, infatti, la barriera linguistica scoraggia uno straniero che potrebbe essere interessato a scoprire le bellezze dell’Italia. Presto a dirsi, difficile a farsi: l’attuale corpo docenti non possiede le competenze richieste per offrire un corso in inglese e ci sarà una forte resistenza. Ci sarà quindi bisogno di un ricambio generazionale e di introdurre l’obbligo della certificazione di lingua – o di un congruo numero di pubblicazioni in inglese – per le nuove assunzioni. Si costruirebbe così un esercito di professori pronti ad accogliere gli studenti Erasmus, creando un ambiente più attrattivo. Un’alternativa è assumere più professori internazionali; ad oggi, le università vengono già valutate in base al grado di internazionalità del corpo docenti e ricevono i finanziamenti statali di conseguenza. Tuttavia, ciò richiede l’implementazione di sgravi fiscali e/o l’offerta di stipendi interessanti per gli standard europei – magari parametri al differente costo della vita lungo lo stivale.

Naturalmente, ci sarà anche bisogno di una riforma strutturale del mercato del lavoro, per rendere il paese davvero competitivo rispetto ai principali paesi del continente. Senza tutte queste misure, l’Italia sarà destinata a giocare un ruolo di second’ordine nell’integrazione europea e rischia di vedersi tagliata fuori dai tavoli che contano. Tutto ciò dipende dalla direzione in cui penderà l’elettorato nei prossimi mesi. Avremo sviluppato uno zoccolo duro di europeisti sufficientemente grande per resistere all’ondata populista? Lo vedremo presto.

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