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Politica estera

Europa, ultima chiamata

L’Unione è paralizzata dalle sue divisioni e si è estraniata dal contesto internazionale. La Conferenza intergovernativa sul futuro dell’Europa in programma il prossimo anno è l’occasione per ritrovare la solidarietà necessaria alla sua stessa sopravvivenza. Forse l’ultima

La Conferenza intergovernativa sul futuro dell’Europa doveva tenersi entro la fine dell’anno e invece abbiamo solo un non-paper concordato tra Germania e Francia, che dovrebbe essere sul tavolo del Consiglio di dopodomani. E’ uno scarno documento di una pagina e mezza, che fornisce alcune indicazioni di massima. Una prima fase sarà dedicata al funzionamento democratico dell’Unione e dovrebbe iniziare già il prossimo febbraio; una seconda riguarderà le politiche settoriali, in primis ambiente, immigrazione, difesa, sicurezza, e dovrebbe iniziare qualche mese dopo. I lavori dovrebbero concludersi nel primo semestre del 2022 e produrre i materiali per una generale revisione dei Trattati.

Cosa possiamo aspettarci? Ricordiamo anzitutto che l’iniziativa è francese. La scorsa primavera Emmanuel Macron aveva pubblicato su tutti i maggiori quotidiani europei e sullo stesso sito ufficiale della presidenza una lettera aperta, invitando i cittadini a rendersi conto che l’Europa era in pericolo e che proprio la brexit ne era l’emblema. Gli inglesi stavano forse facendo un errore storico, ma aiutavano a capire che l’Europa non aveva saputo rispondere alle esigenze delle popolazioni e che le sue istituzioni venivano avvertite come una macchina burocratica, odiosa e incomprensibile. Bisognava quindi ridiscutere tutto e rilanciare l’Unione, attraverso una grande Conferenza.

Angela Merkel l’aveva presa malissimo. Appena un mese prima aveva stipulato con lo stesso Macron il Trattato di Aquisgrana ispirato alla cooperazione bilaterale ed ora doveva assistere a questa sorprendente uscita in solitaria del partner francese. Non si era nemmeno presa il disturbo di rispondergli e aveva lasciato il compito a Annegret Kramp-Karrenbauer, da poco al suo posto alla guida della Cdu, che si era affrettata a pubblicare su Die Welt un editoriale chilometrico per rigettare in blocco l’europeismo in edizione francese: niente mutualizzazione del debito, nessuno sconto a chi non ha la contabilità in ordine, niente politiche economiche espansive, niente politiche di protezione sociale. Soprattutto no a trasferimenti di potere a Bruxelles, perché ogni decisione sarà assunta di volta in volta da accordi fra singoli Stati.

Oggi i rapporti bilaterali sono ancora a questo punto. Anzi in tema di sicurezza si è aggiunto il contrasto sul ruolo della Nato, che Macron vede in coma cerebrale, discostandosi parecchio dalla più tradizionale visione della Signora Merkel. Stando alle cronache più recenti, i rapporti tra i due sarebbero scaduti anche sul piano personale e la leader tedesca avrebbe dichiarato di avere difficoltà anche a prendere un tè con il collega francese.

La difficoltà maggiori vengono comunque dal quadro politico generato dalle elezioni di maggio. Poche legislature europee sono cominciate male come questa. La soddisfazione per l’affermazione elettorale del fronte europeista è durata poco ed è stata raffreddata dalle prime sommarie analisi del voto. Al suo interno (popolari, socialisti, liberali, macroniani,verdi) ha conservato tutte le divisioni in materia di economia, finanza, politica estera emerse nei precedenti cinque anni, che nessun candidato si è preoccupato di mitigare durante la  campagna elettorale.

Non meno diviso è apparso il fronte sovranista (leghisti di Salvini, inglesi di Farage, francesi di Le Pen, ungheresi di Orban, polacchi di Kaczynski). Non solo ha racimolato un misero 20%, ma ha preso posizioni molto diverse su euro, migranti, la stessa costruzione europea. Altre formazioni, come i 5S italiani, non hanno ancora alcuna precisa collocazione e gli eletti inglesi non hanno fatto capire se lasceranno Strasburgo con la brexit, o se resteranno fino alla scadenza naturale del mandato. Insomma, la legislatura è cominciata all’insegna della frammentazione e della volatilità politica.

Le conseguenze si sono viste molto presto. Nella seduta del Parlamento che a metà luglio l’ha eletta Presidente della Commissione, Ursula von der Leyen ha raccolto solo 383 voti, appena 9 in più della soglia minima, e ha dovuto conteggiare 75 franchi tiratori all’interno dello schieramento europeista, in prevalenza socialisti tedeschi in dissidio con Angela Merkel. Il Parlamento ha poi bocciato tre candidati nazionali destinati ad affiancarla in Commissione, costringendola a far slittare al 1° dicembre la data di assunzione delle funzioni e mettendo a rischio la sua stessa credibilità politica.

Un altro dissidio si è consumato quasi contemporaneamente a proposito del bilancio di previsione 2021-2027 presentato dalla Commissione. Il Consiglio lo ha bocciato senza tanto discuterlo, visto che prevedeva un’espansione di spesa e quindi maggiori esborsi finanziari da parte dei Paesi membri. Di conseguenza si sono riaccesi i contrasti fra istituzioni, che vedono Commissione e Parlamento sempre più ostaggio degli Stati e continua l’agonia del metodo comunitario a vantaggio di quello intergovernativo, che con non ha niente a che fare con la prospettiva federativa.

Ancor più significativo può essere un terzo esempio. Al Consiglio di metà ottobre, la Francia si è opposta all’ingresso nell’Unione di Albania e Macedonia del Nord, nonostante si trattasse solo di fissare la data di inizio delle negoziazioni. In questo modo ha non solo contraddetto la Commissione ed il Parlamento che avevano espresso parere favorevole dopo una lunga istruttoria, ma anche rinfocolato la rivalità con la Germania che sui Balcani nutre storiche ambizioni di influenza.

Il percorso della Conferenza è pertanto tutto in salita e parte da una situazione di sostanziale paralisi dell’Unione rispetto ai suoi compiti, come ha riconosciuto Davide Sassoli incontrando i giornalisti nella sede del Parlamento un paio di giorni prima della presentazione del non-paper. Non sappiamo quali risultati potrà conseguire, ma dobbiamo augurarci che possa avere successo, perché è l’unico modo per non immiserirci nell’ordinario e per porre rimedio alle divisioni fra gli Stati, avviati oramai ad una umiliante condizione di vassallaggio delle maggiori potenze. Tutto, compresa la revisione dei Trattati, deve risolversi entro questa legislatura. La prossima potrebbe anche non esserci.

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