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Il blog del Movimento Federalista Europeo – sezione di Vicenza

Cultura

EX ILIONEO

Ricoperto di miserrimi cenci, il verbo del panorama politico contemporaneo si ritrova costretto a una deleteria inopia: a preservarlo da un tragico epilogo vi sono solamente dei nutrienti dagli ambivalenti effetti. Sostanze che, pur fornendogli le forze necessarie a compiere qualche passo, ne avvelenano gradualmente e velatamente il fisico. Rebus sic stantibus, che la parola politica sia oggi soggiogata da falsificazioni tanto temibili quanto diffuse è circostanza non degna di reazioni intrise di stupore: intorno a tale tematica, ampiamente dimostrata da una consistente varietà di fatti e fenomeni, persino lo scrivente ha intessuto alcune riflessioni, la lettura delle quali potrebbe risultare d’aiuto a una comprensione migliore di quanto viene esposto in questo testo.

Tra i casi di deformazione oggi più conosciuti e denunciati è possibile annoverare la
retorica delle radici: tratto annosamente presente nel discorso di determinate fazioni politiche, tale forma del dire è costituita da una narrazione che, rimodellando alcuni elementi del passato di una certa entità, si rende strumento idoneo a sollecitare fatui sentimenti di coesione prima e proposte colme d’intolleranza poi. Una delle figure che nello scenario attuale possono essere accostate con maggior evidenza a tale retorica corrisponde al profilo di Giorgia Meloni, leader del partito Fratelli d’Italia, la quale in diverse occasioni ha parlato di “radici giudaico-cristiane” dell’Europa. (Ultimamente, a dire il vero, nei suoi interventi è scomparso l’aggettivo “giudaico” e la versione attuale dello slogan rimanda alle radici “classiche e cristiane” dell’Europa: che significato possegga una simile operazione, il lettore può ben comprenderlo.) Ebbene: non solo, come è semplice apprendere, le “radici” dell’Europa – si ammette qui il ricorso al termine “radici”, ma è bene rammentare che tale termine possiede una validità scientifica quantomeno controversa sul piano dell’analisi storica – risiedono anche nel mondo greco-romano, ma proprio all’interno di tale dimensione è possibile rinvenire un insieme di prospettive e insegnamenti che cozzano in maniera stridente con le finalità cui oggi viene asservita la retorica in questione, dimostrandone così, al di là dell’esosa apparenza, la natura ingannevole.

Uno dei prodotti letterari più preziosi e significativi della latinità è costituito dall’“Eneide” virgiliana: documento tra i più emblematici dell’età augustea, testo letterario dai pregi stilistici e artistici più e più volte celebrati nel corso dei secoli, opera nella quale è fortemente presente l’eredità omerica, in queste righe la stessa manifesta la propria rilevanza tramite un personaggio che compare nel primo libro e non coincide certo con l’eroe protagonista dell’intero poema. La figura alla quale si è accennato corrisponde al maximus Ilioneus, nobile troiano posto a capo di una nave che, giunto con pochi altri al cospetto della sovrana di Cartagine, ossia la regina Didone, si rivolge alla stessa placido sic pectore e intreccia un discorso (I, 522-558) del quale più commentatori dell’opera virgiliana hanno elogiato l’acuta intelligenza. Tramite le proprie parole Ilioneo racconta le tragiche sventure occorse ai troiani durante il loro viaggio e implora la regina affinché la stessa ordini ai cartaginesi di non trattarli come pirati da combattere, ma come un pius genus che necessita di trarre a riva le proprie navi e di intagliare dei nuovi remi sfrondando gli alberi presenti sulla costa. Uno dei punti più incisivi del discorso di Ilioneo si attesta nelle due sdegnose e potenti interrogative dirette che lo stesso formula ai vv. 539-540:
“Quod genus hoc hominum? Quaeve hunc tam barbara morem permittit patria?”, ossia:“Che genere d’uomini è questo? O quale popolo tanto barbaro permette questo costume?”. L’atteggiamento indignato di Ilioneo meglio si spiega alla luce dello ius gentium, il diritto di tutti i popoli a ricevere un trattamento umano che emerse all’interno dei costumi giuridici romani nel periodo successivo alle guerre puniche: proprio il mancato riconoscimento di tale diritto ai troiani faticosamente approdati alle coste governate da Didone provoca lo sdegno di Ilioneo. Quale iato scinda l’insegnamento insito nelle parole di Ilioneo dai fatui contenuti della retorica delle radici di cui oggi si servono alcuni tra coloro che lottano nell’agone politico – ammesso che tale agone sia ancora degno di un aggettivo simile – non potrebbe essere più patente.

Attualmente l’Europa – si perdoni il ricorso a un soggetto tanto generico e indefinito – è descritta da quanti si occupano di affari politici come una realtà boccheggiante, assediata da acuminati pericoli. Se la stessa desidera guadagnarsi la propria salvezza, pare evidente che non possa affidarsi a chi blatera di radici attraverso aride retoriche che nascondono soltanto la deformazione e l’inganno. Alla salvezza dell’Europa può contribuire, invece, la parola tràdita, scrigno contenente i tratti più profondi della coscienza europea e i più fecondi stimoli al rinnovamento. Proprio intorno a un elemento strettamente connesso alla parola, ossia il mito, tempo addietro si è soffermato il filosofo Massimo Cacciari, che sulle pagine del numero de “L’Espresso” risalente al 16 maggio 2019 scriveva: “I miti europei sono soltanto quelli del viaggio, della scoperta, della curiosità per l’altro spinta magari fino al naufragio. Ma non sono miti, ecco il punto. Sono grandi opere dello spirito, della critica, della ragione. Sono creazioni, artifici. Non definiscono né radici, né confini, né dimore dove poter essere “in pace”. La loro Europa è una Patria che fugge. […] Pericle si rivolgeva ai suoi concittadini ateniesi incitandoli a ritenere Patria le loro navi. L’Europa è in navigazione o non è. […] È possibile ancora per l’Europa “narrarsi” in questa chiave? È possibile un simile “mito”, costruito attraverso l’interrogazione, il dubbio, la ricerca, e ormai, per necessità, alieno da ogni prepotenza economica, politica, militare?”

Dalla parola, qui da intendersi secondo l’accezione di logos e non certo di sterile retorica, dipende il futuro dell’umanità: se ciò che può deciderne le vicende in misura non infinitesimale (e nemmeno totale), ossia la dimensione politica, si ridurrà – come già sta accadendo – a spazio nel quale la parola coincide soltanto con uno strumento di dominazione, allora il silenzio più devastante ammanterà tutto. Se dalla parola, invece, sgorgherà un fecondo interrogarsi volto a nominare – e dunque a conoscere, intendendo tale verbo come un complesso processo – ciò che ancora non è stato nominato, ricordando così quanto sostenne in un intervento televisivo il filosofo Martin Heidegger, allora la parola diverrà parto e schiuderà dall’oscuro strade luminose che, forse, consentiranno la sopravvivenza.

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