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Il blog del Movimento Federalista Europeo – sezione di Vicenza

Cultura, Storia

Gli inglesi e la sindrome di Churchill

La Brexit ha rivelato l’ambiguità che l’Inghilterra ha sempre mantenuto nei confronti dei Paesi continentali. Essendo un problema di carattere storico, può essere in qualche misura mitigato ma non risolto

La bocciatura dell’accordo con l’Unione da parte del Parlamento inglese ha ingarbugliato ancor più la Brexit. Nessuno sa dire come andrà a finire. Quel che è certo è che il Regno Unito non potrà partecipare alle elezioni di maggio, non avrà più alcun rappresentante nel Parlamento di Strasburgo, nella Commissione, nel Consiglio e dovrà condurre la complicata trattativa per rimanere in qualche modo agganciato al mercato unico nei panni di un interlocutore esterno.

La classe politica inglese si è infilata in questo tunnel, disseminando falsità di ogni tipo.  Conservatori e laburisti si sono divisi al loro interno, ma hanno comunque taciuto gli enormi vantaggi avuti dall’ integrazione commerciale conservando la propria moneta. Fazioni di entrambe le parti hanno poi fatto credere che abbandonando l’Unione il Tesoro nazionale avrebbe conseguito notevoli risparmi e che i migranti europei non avrebbero più messo piede sull’isola. Il risultato è stato un dibattito confuso, che ha portato all’incauto referendum del 2016 e alla risicata affermazione del leave con una popolazione largamente inconsapevole delle conseguenze politiche ed economiche del proprio voto.

Forse la miglior definizione della Brexit l’ha data William Ward, esperto corrispondente inglese radicato da anni a Roma: un problema che non si risolve. Se gli diamo credito, dobbiamo vedere ciò che sta accadendo sotto una luce diversa e leggere le convulsioni della politica inglese come manifestazioni di un problema storico, che non potrà risolversi con ulteriori votazioni e forse nemmeno con uno specifico Trattato. Molti nodi si annidano infatti nel tipo di atteggiamento che l’Inghilterra ha lungamente tenuto nei confronti dei Paesi continentali e nell’ostinazione a non cambiarlo nel mutato contesto internazionale.

Anche se è difficile crederlo, agli inizi del secolo scorso si era affermato un movimento culturale che considerava indispensabile uscire dall’ottica nazionale e procedere verso ampie aggregazioni politiche. In quegli anni non c’erano superpotenze e le due che fino a poco tempo prima avevano dominato la scena europea si erano ritirate nei loro confini. Con molti territori ancora intrisi del sangue della prima guerra, non c’era il timore che potesse scatenarsene un’altra e c’era per contro una notevole fiducia nella Società delle Nazioni fondata nel 1920 a coronamento degli ideali di pace e solidarietà internazionale propugnati da Woodrow Wilson con i suoi 14 punti.

In poco tempo quella fiducia andò tuttavia delusa. Le nazioni intervenivano alle riunioni di Ginevra per sabotarsi reciprocamente e la prospettiva di un nuovo scontro armato si fece via via concreta. A Versailles, la Germania aveva dovuto subire umilianti condizioni di pace ed una specie di senso di colpa aveva preso i vincitori, che arrivarono a capire se non a scusare l’occupazione della Renania e dell’Austria. Molti condannavano quegli atti di forza, ma nel contempo tendevano a considerarli inevitabili e a mettere nel conto il peggio. A quel clima infausto cercarono di reagire personalità come Lionel Robbins, Lord Lothian (Philip Kerr), Lionel Curtis, tutti nati sul finire dell’800 e accomunati dalla convinzione che dove era implicato l’interesse nazionale i contrasti erano insanabili e l’escalation inevitabile. Visto che ognuno tendeva a gonfiare il petto più dell’altro, per risolvere le tensioni occorreva un’assemblea rappresentativa dei vari popoli in grado di prendere decisioni a nome di tutti e di farle valere

A quella visione, facevano da sfondo esigenze di carattere amministrativo della Corona. La formula inaugurata dalla Costituzione Usa a fine ‘700 sembrava una buona soluzione per aggregare i quattro Stati del Sud Africa ed estenderla magari all’intero Commonwealth. Inizialmente la parola federalismo non fu molto usata e divenne esplicita solo alla fine degli anni ’30, quando una nuova generazione di intellettuali creò la Federal Union e seppe permeare di quelle idee organi di stampa e mondo politico. Fu solo un movimento d’opinione, ma riuscì ad elaborare un progetto che varcò le soglie del Foreign Office e di Downing Street, sensibilizzando personalità come Clement Attle, Arthur Chamberlain, Lord Beveridge. Il progetto proponeva di iniziare da una unione volontaria di Stati democratici, cui avrebbero potuto aderire in seguito anche Germania e Italia ed ebbe diverse varianti fino ad arrivare a  17 Paesi, comprendendo gli Usa.

I cannoni spazzarono via quel tentativo. L’ultima versione fu ridotta ad una alleanza con la Francia, nel disperato tentativo di salvarla dalla capitolazione. A guerra finita, l’Europa non aveva più le chiavi del proprio destino e l’Inghilterra non aveva più bisogno degli Stati oltremanica. Era l’unica vera potenza vincitrice e Winston Churchill condensò il nuovo clima che si era formato nel celebre discorso tenuto a Fulton nella primavera del ‘46 e replicato dopo pochi mesi a Zurigo: per contenere il pericolo sovietico, era opportuno che gli Stati europei si organizzassero in una sorta di Stati Uniti d’Europa. Però non prometteva di farvi parte. Il prestigio internazionale nel frattempo conseguito e soprattutto l’asse con gli Usa consentivano all’Inghilterra di svolgere un ruolo di tutor, per indirizzare, incoraggiare, controllare, senza condividere nulla.

Su questo punto, Churchill mantenne una ambiguità di fondo, che non fece in tempo a chiarire. Era stato infatti appena detronizzato dalle prime elezioni post belliche e fu troppo breve il suo reinsediamento nell’ultima parte della sua vita, cosicché ancor oggi ci si interroga se si considerasse anche europeo o soltanto membro di un esclusivo club anglosassone. La ambiguità non fu risolta nemmeno dalle generazioni politiche successive alla sua. Ne1959 Londra tentò di guidare con la EFTA (European Free Trade Association) un processo di integrazione alternativo a quello dei Trattati di Roma di poco precedenti, chiamando attorno a sé Austria, Danimarca, Norvegia, Portogallo, Svezia e Svizzera. Ma ottenne risultati largamente insoddisfacenti e si ridusse allora ad accedere alla Cee nel 1973, esercitando clausole di opting out ad ogni possibile occasione e soprattutto contrastando pervicacemente l’integrazione nei settori della sicurezza, della politica estera e della difesa militare. Mezzo secolo di coabitazione nelle istituzioni di Bruxelles non è bastato a risolvere il dilemma di Churchill e gli inglesi ne sono ancora prigionieri, pur avendo nel frattempo perso l’Impero e il rapporto privilegiato con Washington.

Nel disorientamento della politica europea, il fervore culturale inglese dei primi del ‘900 continua ad essere una affascinante fonte di ispirazione. Lo è stata per Spinelli, che nella elaborazione del Manifesto di Ventotene è stato largamente influenzato dagli scritti di quei primi federalisti, dove trovava chiarezza di pensiero ed un “metodo assai buono per analizzare la situazione nella quale l’Europa stava precipitando e per elaborare proposte”.  Lo è per il nostro Movimento che è nato sulla falsariga della Federal Union e persegue i medesimi ideali. Deve esserlo per i partiti se, avvicinandosi alle elezioni di maggio, avvertono la necessità di superare l’Europa fredda e burocratica contro la quale, più o meno consapevolmente, hanno votato i cittadini britannici.

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