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Politica interna, Storia

I muri di un’Europa ancora divisa

I muri di un’Europa ancora divisa

Il 9 novembre appena trascorso si sono tenute le celebrazioni in occasione della caduta del muro di Berlino, l’evento che nel lontano 1989 ha segnato la fine della guerra fredda, un conflitto non armato che aveva visto divisa l’Europa,  e con lei il mondo, per quarant’anni.

La divisione del nostro continente in due blocchi, uno sotto l’influenza statunitense e l’altro sotto quella sovietica, aveva creato non pochi attriti in Europa e simbolo di questa continua tensione è stata certamente la città di Berlino, anch’essa divisa da un vero e proprio muro. Lo scopo di questa costruzione era deliberatamente quello di impedire ai cittadini della parte est (appartenente al blocco sovietico) di oltrepassare il confine e scappare nella parte ovest (retta da alleati delle forze statunitensi).

Quel muro, dunque, che in questi giorni è stato al centro dell’attenzione di tutti per i concerti e le feste che sono stati organizzati in quei pressi, è stato a lungo il simbolo di questa lotta per la supremazia, una linea di demarcazione tra il mondo democratico e quello autoritario dell’Unione sovietica, da cui in tanti cercavano di fuggire, rimanendo, però, uccisi in questo tentativo.

Durante le celebrazioni di questi giorni, infatti, è stato portato anche un ricordo alle molte vittime di queste brutalità, che hanno perso la vita in cerca di un’esistenza migliore e più felice.

Nato nel 1961, il muro di Berlino era inizialmente nient’altro che una linea di filo spinato che divideva la parte est da quella ovest, ma divenne immediatamente famoso.

Non a caso, il Presidente americano John Fitzgerald “Jack” Kennedy pronunciò solenni e coraggiose parole di fronte a quel muro: “Duemila anni fa l’orgoglio più grande era poter dire civis Romanus sum. Oggi, nel mondo libero, l’orgoglio più grande è dire ‘Ich bin ein Berliner.’ Tutti gli uomini liberi, dovunque essi vivano, sono cittadini di Berlino, e quindi, come uomo libero, sono orgoglioso delle parole ‘Ich bin ein Berliner!‘”.

Parole che fecero storia e che ben presto risuonarono con forza in tutto il mondo libero. Il Presidente Kennedy portò con sé innovazione e speranza, un augurio per tutti i berlinesi di vedersi presto riuniti ai tedeschi dell’ovest.

JFK, però, non visse abbastanza a lungo per vedere il suo proposito realizzarsi.

Passarono, infatti, molti anni prima che si arrivasse alla fine dell’era del comunismo e allo smantellamento del blocco sovietico.

La guerra fredda giunse definitivamente al termine grazie alle riforme avviate e volute dal Presidente dell’URSS Michail Gorbachev, che hanno condotto alla fine dell’Unione sovietica stessa.

Ciò che oggi ci dobbiamo chiedere, però, è questo: siamo davvero in un’Europa più libera, priva di muri e di costrizioni? Siamo davvero più liberi noi, cittadini europei, di quanto non lo fossero i berlinesi cui si rivolgeva Kennedy? Davvero l’Europa è unita, ora che non c’è più nulla a separarci, fisicamente oltre che ideologicamente?

Ci sono sicuramente state molte innovazioni da allora: l’Europa ha cambiato la sua fisionomia, i Trattati dell’Unione europea e sul Funzionamento dell’Unione europea oggi garantiscono una generale tutela nei confronti dei cittadini europei, affermando il principio della parità di trattamento tra tutti i soggetti dell’ordinamento comunitario.

Nel 2001 è entrata in vigore la Carta dei Diritti fondamentali dell’Unione europea, che ha dato anch’essa un valido contributo allo sviluppo dell’ordinamento dell’UE e dei singoli ordinamenti nazionali.

Eppure, ancora oggi ci sentiamo lontani dall’Unione europea: in molti non riescono a capirne il senso, non sanno cosa ha comportato per l’Italia entrare a far parte di quest’organizzazione sovranazionale (che noi seguaci di Spinelli vorremmo vedersi trasformare in una federazione) e non hanno idea di cosa accadrebbe se, seguendo l’esempio inglese, usassimo la clausola di opting out ex art. 50 TUE.

Ciò che ad oggi manca è il sentimento europeo vero e proprio, è un sentirsi europei, è il percepire di avere un’identità europea.

Un’identità che ci faccia essere fratelli fra noi, che non alimenti il risentimento e il rancore tra i cittadini dell’Unione stessa e che ci faccia comprendere che il grande beneficio donatoci dall’Europa è la possibilità di vivere in pace e sicuri dei nostri diritti e delle nostre prerogative.

Dovremmo, dunque, ricordare a noi stessi che ciò che ci accomuna e ci unisce è il rispetto e la riverenza per i diritti umani. Ciò che l’unione dovrebbe prefiggersi consiste nell’assicurarsi il rispetto di tali diritti e incoraggiare i singoli Stati membri ad adottare misure che volgano alla loro tutela.

Solo così, infatti, i cittadini europei potranno effettivamente percepire il loro valore e la loro importanza all’interno dell’ordinamento comunitario, che oggi risente di una crisi profonda, una crisi legata al distacco tra gli europei stessi e le loro istituzioni.

Avvicinando il singolo alle istituzioni e agli organi dell’UE, invece, si potrebbe arrivare a comprendere come queste operino ogni giorno per garantire il nostro benessere e una vita senza muri, fatta di solidarietà e fratellanza, un’esistenza improntata ai valori della democrazia, che ha già sconfitto in passato l’ombra oscura del muro di Berlino.

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