eurovicenza

Il blog del Movimento Federalista Europeo – sezione di Vicenza

Politica interna

I paradossi dell’Unione Europea

Le differenze in seno agli stati dell’Unione Europea la porteranno alla sua disgregazione. La crisi Covid-19 è l’ultima speranza.

Gli accadimenti degli ultimi mesi hanno evidenziato l’impotenza dei singoli stati nazionali a fronteggiare da soli problemi di portata mondiale. Questo vale a maggior ragione per gli stati Europei che tra l’ennesima crisi dei migranti provocata dai nuovi focolai in Siria, all’emergenza sanitaria che sta falcidiando prima la popolazione e poi l’economia, dimostrando come, in un sistema economicamente e culturalmente integrato, la mancanza di riferimenti e strutture d’autorità condivise e competenti contribuisca ad aggravare la portata delle crisi.

Non è la prima volta che succede: la crisi del debito sovrano Europeo, originata da disagi strutturali interni ai singoli Stati e banche dell’Eurozona, rischiò di condurre l’Europa al suo epilogo perché mancò una strategia di contrasto comune. Non fu un caso che le acque cominciarono a placarsi successivamente al “whatever it takes” di Mario Draghi, nel 2012: la prima volta che la BCE si avvicinò ai ruoli propri di una banca centrale a tutela dell’Eurozona nel suo complesso, istituendo la possibilità di acquisto illimitato di titoli di Stato (OMT, Outright Monetary Transaction), per altro mai utilizzato.

Non è il concetto di Unione Europea ad essere sbagliato, è controproducente la struttura incompleta che ereditiamo da Lisbona e Maastricht.

C’è un incontrovertibile paradosso alla base della sfiducia nei confronti dell’EU: la sua debolezza deriva dalla volontà degli Stati nazionali a preferirla debole, con competenze limitate.

Gli unici a cui conviene una mancata Unione, sono i principali detrattori del progetto Europeo, poiché grazie all’accusa nei confronti delle istituzioni di essere trazione Nord Europea guadagnano in termini elettorali nei paesi del Sud, mentre al Nord chi accusa le istituzioni Europee di essere troppo flessibili nei confronti dei paesi spendaccioni del Sud ottiene lo stesso risultato in Olanda, Germania, Finlandia.

Risultato? L’integrazione Europea è ferma da 15 anni e quando si parla di riformare l’Europa i progetti concreti sono impercettibili a fronte dell’intenzione, da parte dei governanti dei rispettivi stati membri, di trovare un capro espiatorio capace di assolverli di fronte alle loro responsabilità.

La colpa non è direttamente dell’Unione Europea, ma degli Stati nazionali che, tarpandole le ali in termini di competenze, impediscono un coordinamento sovranazionale forte, chiaro e condiviso.

L’Unione Europea per la sua struttura è stata e sarà semplicemente un’opportunità di business politico ed economico per i vari Stati Europei, un patto che, dalla sua formazione in Maastricht, è stato favorevole agli stati del Nord Europa che, in virtù delle loro caratteristiche strutturali in termini di flessibilità del mercato del lavoro e affidabilità creditizia, traggono vantaggio dal rigorismo economico seguito minuziosamente dalle istituzioni UE, distruggendo il capitale sociale di orientamento europeista nei paesi del Sud.

Prima della grande crisi del 2008/2009 l’Europa aveva accumulato grandi squilibri sotto il profilo della bilancia commerciale e delle transizioni finanziarie: i paesi del Nord, soprattutto la Germania, hanno accumulato un surplus di conto corrente, esportando di più rispetto a quanto importassero, corrisposto da un proporzionale surplus nel conto finanziario. Situazione opposta nei paesi mediterranei (Italia, Spagna, Portogallo, Grecia) che videro i propri deficit di conto corrente aumentare in favore delle formiche Europee, finanziati in gran parte con gli avanzi di conto finanziario Nord Europeo.

L’avanzo nel conto corrente tedesco fu favorito dal “Patto del Lavoro” siglato dal governo Schröder (1998): il quale prevedeva che gli aumenti di produttività dovessero essere indirizzati alla creazione di nuovi posti di lavoro e non all’aumento dei salari. Tale compromesso fra sindacati, lavoratori e governo provocò una stagnazione dei salari reali per i lavoratori tedeschi e un conseguente aumento di competitività nei prezzi dei beni tedeschi che favorì le esportazioni e di conseguenza l’occupazione. In merito a questo fenomeno ci sono due considerazioni lampanti: senza la moneta unica, la competitività delle merci tedesche sarebbe stata controbilanciata da una proporzionale svalutazione del tasso di cambio estero (ad esempio quello italiano, secondo le celebri svalutazioni competitive) che avrebbe annullato il minor prezzo dei beni tedeschi. Diminuendo poi la domanda aggregata tedesca, la quale implica una contrazione delle importazioni, i maggiori partner commerciali che esportavano in Germania, risultarono svantaggiati. La politica espansiva della BCE di quel periodo con i tassi d’interesse che diminuirono dal 4,75% dell’Ottobre del 2000, al 2% del Giugno 2003 mantenuto fino 2005, favorì l’ulteriore l’indebitamento in quei paesi dove il tasso di inflazione reale era superiore alla media Eurozona (2% di tasso d’inflazione medio, bilanciato al ribasso dalla minore inflazione dei paesi del Nord, soprattutto della Germania): infatti un maggiore tasso di inflazione reale a parità di tassi d’interesse (lo spread inizio a gonfiarsi successivamente al 2009) significò tassi d’interesse reali minori che stimolarono ulteriormente la spesa, l’inflazione e l’accumulo di debito estero.

Questa fu la base di sterpaglie secche che prese fuoco dopo l’innesco della crisi finanziaria del 2008.

Le misure adottate per fronteggiare la successiva crisi del debito sovrano rappresentano il grande fallimento dell’Europa a trazione intergovernativa. I suoi successi, che consistettero in una grande erogazione di prestiti che nessun altro investitore, operando secondo le ordinarie leggi di mercato, avrebbe messo a disposizione di coloro che ne hanno usufruito alla luce dei tassi di interessi contenuti con cui sono state remunerate, vennero oscurati da come venne gestita la situazione e dalla prospettiva con la quale l’Unione Europea ne uscì.

In primis perché ciò che venne presentato come il risanamento della Grecia era più considerabile come una punizione, come se ci fosse una differenza morale a favore di chi impresta soldi rispetto a che li prende a debito: i prestiti alla Grecia vincolati alle clausole di condizionalità e la conseguente ristrutturazione del debito Greco furono orientati al salvataggio dell’opinione pubblica e le banche dei paesi del Nord, dove queste ultime erano molto esposte sia per quanto riguarda i derivati che per i crediti contratti negli anni precedenti con i paesi del sud, a scapito però dell’efficienza del piccolo stato Greco.

In secondo luogo è stata un’occasione sprecata per dotare l’Unione Europea di maggiori competenze, rafforzando così le debolezze in seno alla nascita dell’UE: cioè la scarsa volontà di alcuni Stati verso una mutualizzazione del rischio a fronte però dei vantaggi che l’azione dei paesi “meno virtuosi”, grazie alla moneta unica, porta alle loro economie, in termini di esportazioni e flussi finanziari. Ne è un emblematico esempio lo stallo dell’Unione Bancaria di fronte al dibattito sui crediti non performanti (NPL, Non Performing Loans).

I paesi del Sud, soprattutto l’Italia, avrebbero solo da prendere esempio da alcuni Stati del Nord (Germania fra tutti), in materia di spesa pubblica produttiva ed efficienza della pubblica amministrazione, certo è che la rinuncia a concessioni, che dovrebbero essere vicendevoli (pensiamo alla polemica completamente improduttiva al netto degli interessi elettorali di alcune fazioni politiche sulla riforma del Mes in Italia), indeboliscono l’UE nel suo complesso, favorendo i competitors internazionali, soprattutto in una situazione geopolitica dove, sia sulla sponda Est europea che oltreoceano, ci sono sciacalli che non vedono l’ora di banchettare sulla carcassa dell’UE.

Quindi colpa dell’Europa? Della Germania? Svoltiamo verso un’internazionale sovranista?

Ovviamente no, provate a chiedere a chi tanto vuole chiudere le frontiere richiedendo che siano anche altri Stati a farsi carico dei migranti, se fosse disponibile a prendersi l’onere di accoglierne qualche migliaio per alleggerire la pressione su qualche stato frontaliero. La risposta sarebbe probabilmente no, ma provate allora a estendere questo discorso come se ogni Stato adottasse questa linea: un problema gigantesco come è e come si prospetta essere sempre di più quello dei migranti (in virtù della persistente instabilità nel Medio Oriente e dell’esponenziale crescita demografica in Africa), che necessita di un fronte comune, diventa irrisolvibile a partire da una prospettiva unilaterale.

Il momento unico che stiamo vivendo, con 2,5 miliardi di persone che vivono in stato di isolamento e una crisi economica che colpirà tutti indistintamente, si prospetta essere il punto di svolta per l’Unione Europea, la quale o ne uscirà rafforzata o si dissolverà.

Abbiamo detto che la crisi colpirà indistintamente tutti paesi, questo non vuol dire però che ci saranno in tutti i paesi gli stessi effetti: senza un piano d’aiuti condiviso, i governi che possono permettersi manovre finanziarie di grossa entità recupereranno in fretta, mentre gli altri saranno preda dei sovranisti, sancendo la fine dell’Europa come la conosciamo.

L’Unione Europea, non è rimasta con le mani in mano, Luca Jahier Presidente del CESE (Comitato sociale ed economico europeo) intervenuto alla videoconferenza organizzata dal Movimento Federalista Europeo della sezione di Vicenza, ricorda le misure impressionanti e senza precedenti messe in atto fino a qui dalla Comunità Europea: << 1100 miliardi di acquisto di titoli nel 2020, sospensione del patto di stabilità (PSC) che autorizza gli stati a prendere qualsiasi tipo di misura economica, la nuova linea di credito precauzionale nel MES che può finanziare senza condizionalità (a patto che si tratti di spese sanitarie) fino al 2% del Pil, permettendo di accedere all’OMT >>.

Sono misure straordinaria che in tempi ordinari avrebbero necessitato di decenni per essere approvate.

In via di definizione ci sono anche il piano della BEI (Banca Europea Investimenti) di 200 miliardi per la liquidità alle imprese, che andrà parzialmente a sostituire le garanzie nazionali e lo strumento SURE da 100 miliardi che consentirà alla Commissione di fornire prestiti con tassi bassissimi e scadenze lunghissime per meccanismi come la cassa integrazione.

Non saranno sufficienti, o almeno, non per tutti gli stati allo stesso modo, sempre per la stessa ragione: le differenze strutturali in seno agli stati membri dell’Unione Europea deficitaria di meccanismi di compensazione propri di un’Unione Federale.

È pienamente consapevole Luca Jahier, che si augura una definizione il più presto possibile di un massiccio European Recovery Plan. Sfida non facile perché, come giustamente sottolinea, emettere titoli di Stato europei in assenza di un’unione fiscale e un bilancio comunitario è impresa ardua. L’Unione Europea questa volta sta dimostrando che in sua assenza paesi come l’Italia sarebbero probabilmente impossibilitati a finanziarsi sul mercato, con una moneta che sarebbe utile come svago per la reclusione forzata, sostitutiva della valuta del Monopoli.

È fiducioso il Presidente del CESE: confida nella forza di un mercato da 18.490 miliardi di dollari e di una popolazione forte di 446 milioni di persone e avverte, grazie allo spunto del segretario Giovanile MFE Vicenza Giovanni Coggi, che si dovrebbe attribuire la responsabilità agli Stati Membri della presunta inefficacia dell’Unione Europea, riconsiderando quest’ultima come necessaria solo se orientata verso un’integrazione più ampia, ispiratrice di sogni prima e fagocitatrice di speranze ora, di un destino che comunque rimane comune.

Lascia una risposta

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Tema di Anders Norén