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Politica interna

Il 2019 dell’Europa

Ogni anno ci diciamo che l’annata ventura sarà quella decisiva, per la svolta, per i buoni propositi, perché sia l’anno decisivo e come sempre al 31 dicembre ci accorgiamo, che così non era.

Tuttavia questo 2019 sarà un anno colmo di eventi, di scelte, di nuovi inizi e conclusioni e se non per tutti, lo sarà sicuramente per l’Unione europea.

A gennaio di quest’anno infatti abbiamo già potuto constatare la fine del tanto dibattuto e da alcuni contrastato Quantitative Easing, il programma della BCE volto ad acquistare titoli di stato dei paesi dell’Unione, al fine di alleggerire la pressione, sui paesi membri attanagliati dalla crisi del debito sovrano.

Pertanto da quest’anno lo scudo messo in campo da Mario Draghi, presidente dell’istituto bancario di Francoforte, verrà a mancare, rendendo quindi più esposti al rischio sistemico i paesi più deboli e periferici dell’area euro.

Tuttavia alla BCE si prospettano ulteriori cambiamenti, da ottobre scadrà infatti il mandato dell’attuale presidente Mario Draghi, il cui mandato ha senza ombra di dubbio segnato un punto di svolta per l’istituto di Francoforte, contribuendo ad accrescerne l’autorevolezza ed il ruolo negli equilibri politici europei.

La sua successione è certo che diverrà un argomento importante nelle prossime discussioni tra le cancellerie europee e sicuramente susciterà più di qualche apprensione.

Tuttavia è pressoché scontato che la rilevanza del cambio di guida a Francoforte verrà molto probabilmente oscurata dal clamore mediatico sull’uscita, forse definitiva, del Regno Unito dalla UE.

La data prevista per il divorzio tra Londra e Bruxelles dovrebbe essere il 29 marzo, tuttavia il condizionale è quanto mai d’obbligo viste le complicazioni che regnano a Westminster.

Theresa May sta infatti navigando a vista, come del resto tutta la politica britannica, da quanto la sua proposta di accordo è stata bocciata a larga maggioranza dal parlamento e con l’aiuto dell’ala più radicale del suo partito.

Insomma arrivati a questo punto, il “no deal” da fugace e temuta ipotesi, comincia a materializzarsi con sempre maggior vigore ogni giorno che ci avvicina al fatidico 29, data delle nuove idi di marzo della classe dirigente britannica.

Nonostante questa volta sia Bruxelles ad avere il coltello dalla parte del manico, essendo ormai divenuta il convitato di pietra in questa tragedia che sa di farsa, tra un Primo ministro ed il suo parlamento, sarebbe avvenato affermare che le ripercussioni di un’uscita disordinata del Regno Unito dall’Unione non porterebbero un forte impatto sulle istituzioni già acciaccate dell’Unione.

Il tutto inoltre dovrà compiersi, a meno che non si trovi un accordo o una dilazione, con il contestuale inizio della campagna elettorale per le elezioni europee.

Tornata elettorale che vedrà il rinnovarsi del Parlamento europeo, che per la prima volta potrebbe essere testimone di un emiciclo a larga presenza euroscettica e con un generale caos tra le varie famiglie politiche che lo comporranno.

Ma contestualmente al parlamento la cui composizione resta ancora un’incognita per capire che assetto prenderà una certa politica dell’Unione europea, il 2019 vedrà anche la scelta per una nuova Commissione europea, terzo polo della politica europea.

Verosimilmente dopo alcuni mesi dall’elezione del Parlamento, infatti una nuova commissione dovrà presentarsi ed essere approvata dal parlamento successivamente tuttavia ad una ben più estenuante trattativa che vedrà luogo tra le varie capitali europee al fine di strappare le migliori condizioni possibili per la difesa dei propri interessi.

Vexata quaestio sarà invece chi riuscirà a porsi al vertice dello scranno più alto della Commissione, ossia della sua presidenza. I cosiddetti spitzenkandidaten sembrano infatti piuttosto deboli per il ruolo che saranno chiamati a ricoprire in caso di vittoria, e proprio per questo oltre al nome di Manfred Weber per i popolari già circola l’ipotesi di Michael Barnier, capo negoziatore della Brexit stimato trasversalmente da Parigi e Berlino e all’interno del parlamento stesso.

Tuttavia la debolezza dei candidati delle varie famiglie politiche europee, rischia di vedere il ritorno dell’influenza dei dominus incontrastati della politica europea, le capitali nazionali, le quali dal 2014 hanno dovuto cedere il passo all’esito delle elezioni parlamentarie per decidere a chi affidare lo scranno più alto della Commissione.

Sicuramente in questi dodici mesi di fronte a noi, saremo testimoni delle capacità dell’Unione europea di rimodularsi e di mostrarsi resiliente in questa congiuntura politica non propriamente favorevole al verbo europeista.

Tuttavia siamo anche consapevoli che la casa comune degli europei in questi settant’anni di storia e di pace si è confrontata con scenari ben peggiori.

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