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Il blog del Movimento Federalista Europeo – sezione di Vicenza

Cultura, Economia

Il capitalismo vuole cambiare pelle. Ma sarà vero?

In America si moltiplicano i documenti critici sugli eccessi del capitalismo ed è paradossale che li sottoscrivano gli stessi capi azienda che lo rappresentano. L’Europa ha una cultura antica e potrebbe imboccare un sentiero diverso

Verso la fine dello scorso agosto, i maggiori capi azienda americani hanno sottoscritto un documento per una nuova forma di capitalismo. Lo hanno fatto personalità come Jamie Dimon, Randall Stephenson, Dennis Muilenburg presidenti e ceo rispettivamente di JP Morgan Chase, di AT&T e della Boeing assieme a molti altri, in occasione di un seminario sull’innovazione organizzato dalla Business Roundtable, che riunisce 200 grandi compagnie. Hanno dichiarato di non inseguire unicamente gli interessi degli azionisti, ma di voler anche proteggere l’ambiente, rispettare la dignità dei lavoratori, promuovere il benessere delle comunità in cui si trovano ad operare. Insomma di voler prendere le distanze da quella forma di capitalismo esasperato, che  per decenni ha delocalizzato, eluso il fisco, chiesto flessibilità al lavoro e porta la responsabilità della crisi del 2008.

Documenti di questo tenore non sono rari nel mondo americano. Oltre alle associazioni d’impresa, vi sono singoli magnati in grado di influenzare i media e scuotere l’opinione pubblica con una sola dichiarazione. Il più celebre è forse Larry Fink, classe 1952, figlio di un negoziante di calzature, arrivato ad accumulare una fortuna colossale in un paio di decenni con una società di risparmio gestito. Oggi la sua BlackRock ha milioni di clienti, tra investitori privati, banche centrali, governi, fondi pensione, fondi sovrani ed è diventata la prima società di investimento mondiale con un portafoglio di 6mila miliardi di dollari. Per essere presente anche nel sociale ha creato una Fondazione, cui ha dato un nome esemplare (Robin Hood Foundation) ed ogni anno invia una lettera ai più importanti operatori privati e pubblici, per sensibilizzarli ai problemi generali del pianeta. Quest’anno ha scelto come tema la differenza tra scopo e profitto, per dire che il secondo è essenziale alla sopravvivenza delle compagnie ma deve essere indirizzato al benessere di tutti, anticipando di qualche mese l’iniziativa della Roundtable.

Questi documenti hanno suscitato molto scetticismo. I politologi più smaliziati li hanno considerati una mossa per riposizionarsi in vista delle prossime presidenziali e dimostrare sensibilità a temi cari alla sinistra democratica, che potrebbe riuscire a portare un proprio candidato alla Casa Bianca. Gli economisti li hanno considerati troppo generici e non vi hanno colto alcuna seria volontà di cambiare l’assetto del capitalismo americano, che rischia di schiantarsi alla prossima crisi finanziaria. Nemmeno vi hanno visto la disponibilità a mettere un limite agli stratosferici compensi, che rendono così impopolari i top manager.

Uno studio di Equilar commissionato dal New York Times ha calcolato che Fink guadagna 22,5 milioni di dollari/anno, 195 volte la media dei suoi dipendenti, Zuckerberg fondatore di Facebook 25,5 milioni, 229 volte, mentre  la retribuzione dei ceo delle  società quotate con più di 10.000 dipendenti arriverebbe a 337 volte. Il medesimo studio ha poi calcolato il valore dei compensi virtuali proiettati sul valore di borsa a 10 anni, giungendo a cifre dell’ordine di migliaia di volte. Questi compensi sono considerati scandalosi anche perché sono fissati dagli stessi beneficiari, che oltre ad essere al timone delle compagnie ne sono anche azionisti e riescono ad assegnarseli indipendentemente dai risultati e talvolta perfino in caso di rilevanti danni sociali. D’altra parte la filantropia, che qualifica lo stile di vita di molti di questi personaggi, distribuirebbe solo briciole e non cambierebbe il profilo del capitalismo vigente: finanziarizzato, speculativo, anonimo, globalizzato, avulso dai territori.

E l’Europa? Ha subito la supremazia americana a partire dalla seconda guerra mondiale, quando è stata salvata militarmente dal nazifascismo e colonizzata economicamente col piano Marshall. Grazie a questo celebre piano si è risollevata prontamente dalle distruzioni, ha ricostituito le sue infrastrutture, riavviato le attività industriali, creato lavoro, alimentato consumi ed investimenti. Ma nonostante il dominio finanziario del dollaro, non ha seguito pedissequamente il modello americano. Il gigantismo industriale ha attecchito solo parzialmente e la ricchezza è stata prodotta in larga parte da una fitta rete di piccole e medie imprese, differenziate settorialmente e ben distribuite sui territori. Sono nate inizialmente come trasformazione dell’attività agricola ed in seguito di quella operaia, mantenendo un forte radicamento nelle famiglie con le quali si sono in molti casi confuse. Si è così riaffermata l’antica etica del lavoro, il convincimento cioè che ricchezza e benessere non possono venire altro che da fatiche personali ed in progresso di tempo attraverso le generazioni.

Con la nuova ricchezza, l’Europa si è data un welfare che per quanto imperfetto non ha paragoni nel pianeta. Ha preso le sue prime forme su pressione delle lotte socialiste nella Germania di Bismarck e si è meglio articolato nel secolo successivo in Inghilterra con le riforme di Lord Beveridge, contagiando l’intero continente. Ha i suoi capisaldi nel sistema pensionistico e nell’assistenza socio sanitaria di tipo universalistico. Sono due settori che assorbono gran parte della spesa sociale degli Stati e richiedono soluzioni nuove per alleggerirla, senza compromettere i livelli di assistenza. Per questo sta crescendo la fiducia nelle organizzazioni del terzo settore, che tramite associazioni, fondazioni, cooperative, banche etiche prestano vari servizi, anche grazie all’aiuto di volontari di ogni età. Nello stesso tempo contribuiscono alla formazione di capitale sociale, di un tessuto cioè di reciproca fiducia ed assistenza che la natura competitiva delle attività commerciali tende invece a lacerare. 

In questa realtà cooperativa, che in Italia raccoglie 4 milioni di volontari e rappresenta già il 3% del Pil nazionale, alcuni vedono una prefigurazione del tipo di società teorizzata da Antonio Genovesi nella seconda metà del ‘700, un paio di decenni prima che nascessero gli Usa. Nelle sue Lezioni di Economia civile sosteneva che lo sviluppo economico per mantenersi nel tempo dovesse avere una base di fede pubblica, intesa come corda che lega ed unisce…un vincolo delle famiglie in una vita compagnevole.  Considerava altrettanto importante il rispetto per i beni comuni, quei beni essenziali di cui ognuno può godere senza sacrificio dell’altro. Sono beni che le nostre società chiamano adesso “commons” come l’aria, l’acqua, la biodiversità, l’istruzione, la cultura, e cercano di difendere dal dilagante economicismo.

Dopo un lungo periodo di oblio, si va oggi riscoprendo la scuola del grande illuminista napoletano. L’ha fatto negli anni ’50 Adriano Olivetti, sostenendo che le fabbriche dovessero produrre beni materiali ed insieme coltivare valori superiori. E’ rimasto un caso isolato, ma potrebbe trovare degni eredi in un futuro non lontano. Con probabilità maggiori in Europa che in America.

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