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Il blog del Movimento Federalista Europeo – sezione di Vicenza

Congressi e convegni MFE

La Brexit alla prova dei fatti

Le conseguenze della Brexit sono state al centro di un interessante incontro organizzato sabato scorso al palazzo Zironda di Thiene da Volt, il partito paneuropeo nato di recente per iniziativa di un gruppo di giovani appassionati ai temi dell’integrazione. L’ha coordinato Jacopo Bulgarini, affiancato come relatori da Uberto Marchesi e Giorgio Saugo. Al tavolo dei relatori anche Anne Parry, esponente dell’associazione British in Italy ed il nostro Presidente Giorgio Anselmi, che ha tenuto la prima relazione dedicata alle origini del federalismo europeo.

Mentre il Regno Unito sta lasciando l’Ue, si fa fatica a credere che siano stati proprio gli inglesi a coltivare per primi l’ideale sovranazionale e che intellettuali di stampo liberale come Lord Lothian, George Curtis, Lionel Robbins abbiano esercitato una profonda influenza sullo stesso Altiero Spinelli. Hanno trovato ascolto nell’imminenza della seconda guerra mondiale di fronte al pericolo tedesco ed anche nel primo dopoguerra, quando Churchill ha auspicato la formazione di una specie di Stati Uniti d’Europa. Poi però la politica li ha abbandonati. Quando il progetto europeo ha preso le sue prime forme negli anni ’50, gli inglesi ne sono stati fuori e hanno fatto di tutto per avversarlo. Visto il suo successo vi hanno aderito negli anni ’70, ma hanno consumato la rottura con Maastricht nel ’92, mantenendo la loro moneta. L’unico premier che ha cercato di entrare nell’Unione è stato Tony Blair, ma prima di lui c’era stata Margareth Tatcher e dopo David Cameron, Theresa May, ora Boris Johnson, che si è intestato l’uscita e non vuol nemmeno sentir più pronunciare la parola Brexit considerandola un passo compiuto. D’altra parte, bisogna riconoscere che anche l’Unione ha le sue colpe. Ha tradito lo spirito dei padri fondatori e si è affidata alla sola moneta. Troppo poco. Ora cosa resta da fare? Mfe ha da tempo lanciato l’idea di un’Europa a due cerchi, uno stretto riservato a chi vuole approfondire l’integrazione in senso federale; ed uno più largo per chi è interessato solo al mercato. In questo secondo potrebbe essere incluso il Regno Unito, assieme ad altri Paesi come la Turchia che già fa parte della Nato, o l’Ucraina che potrebbe in tal modo essere aiutata a risolvere le sue crisi interne.

Le relazioni successive hanno affrontato l’attualità. Il Regno Unito se ne sta andando e rischia di perdere importanti pezzi del suo territorio. L’Irlanda del Nord è stata deliberatamente sacrificata. Verrà assoggettata per qualche anno ad un regime speciale, ma la sua prospettiva è la riunificazione con la Repubblica d’Irlanda. La Scozia non vuole abbandonare l’Unione e giocherà la carta del referendum separatista, anche se ha scarsissime possibilità che il Parlamento di Londra glielo approvi. Il Galles sarà in sofferenza per il labile confine tracciato davanti al suo mare ed i controlli commerciali, che dovrà sobbarcarsi. Insomma, il Regno Unito accumulerà tensioni e rischierà di frammentarsi. L’auspicato supporto da parte del Commonwealth si rivelerà molto debole e non solo perché Cipro e Malta fanno già parte dell’Unione. L’Australia è lontana e non ha mai manifestato sentimenti avversi all’Ue. Il 2020 non basterà a ridefinire i nuovi rapporti con l’Ue, che Johnson vorrebbe sulla falsariga dell’accordo col Canada. Vi sono molte questioni pregresse difficili anche tecnicamente da rimuovere ed i negoziatori di Bruxelles hanno già detto che non si lasceranno impressionare dai funambolismi di Johnson. La verità è che i commerci inglesi dipendono per oltre il 50% dal mercato unico ed appena per il 14% dagli gli Usa, coi quali dovrebbe essere intensificata la special relationship ed intanto si è acceso un forte contrasto su Huawei. Siamo sicuramente di fronte ad uno strappo istituzionale, ma quello commerciale è ancora tutto da verificare e potrebbe addirittura spingere verso una riaggregazione con formule originali.

Un aspetto finora poco in evidenza è la condizione dei molti inglesi che vivono fuori dalla madrepatria. L’accordo approvato da Westminster tutela le loro posizioni lavorative e pensionistiche, ma lascia aperti molti interrogativi sulla mobilità transnazionale e sul destino delle nuove generazioni. Perfino Erasmus è in dubbio e potrebbero essere compromessi gli scambi interculturali, che hanno una comprovata importanza in età formativa. Gli inglesi in Europa si sentono traditi come cittadini e offesi nei sentimenti verso i loro luoghi di origine. Lo stesso avvertono coloro che hanno sempre guardato all’Inghilterra come alla patria delle libertà, della democrazia, della creatività, dell’accoglienza. Quell’Inghilterra non c’è più e non basteranno le prossime trattative diplomatiche a farla tornare.

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