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Politica interna, Ritratti

La morte di Adamowicz è soltanto la morte di un sindaco?

13 gennaio 2019, Danzica. Volge al termine una manifestazione di beneficenza dedicata alla Wosp (Wielka Orkiestra Świątecznej Pomocy, ossia “La grande orchestra della beneficenza di Natale”), organizzazione polacca che si occupa della raccolta di fondi tramite i quali sostenere i trattamenti medici e l’acquisto di macchinari all’interno di ospedali dediti alla cura dei bambini. Sul palco sale il sindaco di Danzica Pawel Adamowicz, il quale comincia un discorso di ringraziamento. Mentre Adamowicz sta parlando, un uomo gli si avvicina inveendo e lo colpisce al petto con una lama della lunghezza di 15 centimetri circa. L’assassino sferra tre pugnalate, le quali danneggiano gravemente il cuore, l’aorta e il diaframma del sindaco. Quindi, con il coltello ancora insanguinato in mano, l’omicida vaga da un punto all’altro del palco e poi, strappato il microfono dalle mani di uno degli organizzatori, urla diverse frasi in condizioni visibilmente alterate. Secondo la ricostruzione de “Il Foglio”, queste le parole dell’assassino: “Ciao, mi chiamo Stefan, sono stato messo in galera da innocente, sono stato messo in galera da innocente. Piattaforma civica mi ha torturato, ed è per questo che Adamowicz è morto.” L’omicida, come riferisce “Il Messaggero”, si rivelerà essere Stefan Wilmont, ventisettenne uscito dal carcere a dicembre dopo essere stato condannato per una rapina in banca.

A nulla sono valse le cinque ore di intervento chirurgico cui Adamowicz è stato sottoposto durante la notte: è morto la mattina seguente, il 14 gennaio 2019, a cinquantatré anni, lasciando una moglie e due figlie di nove e quindici anni.

Nelle ultime ore, tante le reazioni alla tragica morte del sindaco che governava Danzica dal 1998 senza interruzioni. In Polonia, la famiglia di Adamowicz ha ricevuto le condoglianze di  Jaroslaw Kaczynski, portavoce del leader del partito di governo PiS, ma anche le parole di vicinanza del presidente del Consiglio europeo ed ex premier polacco Donald Tusk, membro dello stesso partito nel quale Adamowicz aveva militato fino a sei mesi fa, ossia Piattaforma Civica. Quindi, gli appelli dell’editorialista Jaroslaw Kurski sul quotidiano “Gazeta Wyborcza”, il quale ha sottolineato la matrice politica dell’assassinio e il clima d’odio diffuso dal partito della destra populista attualmente al governo, e dell’arcivescovo Stanislaw Gadecki, che ha invitato il mondo politico ad adottare un linguaggio più pacifico e disponibile al rispetto delle idee altrui. Simili sono state le parole del presidente del Parlamento UE Antonio Tajani. In Italia, l’omicidio di Adamowicz è stato condannato sia da Matteo Salvini sia da Matteo Renzi, che attraverso la propria newsletter ha invitato a non sottovalutare l’accaduto.

Il presidente polacco Andrzej Duda ha annunciato l’intenzione di promuovere una marcia ufficiale contro l’odio e la violenza e ha dichiarato che verrà organizzata una riunione con tutti i leader di partito. Nel frattempo, in diverse aree della Polonia si sono già svolte delle marce spontanee in favore della non-violenza.

Procedendo al di là della singolarità del fatto, è bene porsi una domanda: la morte di Adamowicz dev’essere semplicemente considerata la morte di un individuo che ricopriva il ruolo di sindaco in una città portuale quale Danzica?

Se si considerano alcuni degli elementi collaterali al delitto verificatosi, appare ben chiaro che la morte di Adamowicz dev’essere intesa non solo come una tragedia umana e, citando le parole rilasciate dal ministro dell’Interno polacco Joachim Brudzinski, “un atto di barbarie”, ma anche come la manifestazione di un cambiamento dalla colossale portata che si sta verificando e che forse, se non arrestato o rimodellato virtuosamente, condurrà verso i fondali di un oscuro abisso. Il cambiamento in questione è legato al linguaggio e ai modi della politica, alla loro corruzione sempre più brutale, alla progressiva perdita di comprensione democratica dell’altro, all’uso costantemente più preoccupante della violenza, allo smarrimento ormai palese di qualsiasi capacità di dialogo propriamente tale. Un uomo che pugnala un altro uomo con l’intento di zittirne le idee rappresenta con inquietante immediatezza lo stato nel quale versa ormai non solo l’intero contesto politico europeo, ma anche il contesto politico mondiale. Si tratta di un’immagine che racchiude in sé, pronto a deflagrare con terrificante virulenza, l’ordigno capace di sovvertire l’ordine democratico.

Per comprendere meglio perché l’uccisione di Adamowicz non possa essere scissa dalle considerazioni fin qui esposte, basta porre l’accento sui dati seguenti. Come evidenzia “Il Foglio”,  la manifestazione durante la quale si è verificato l’assassinio era stata allestita da un’organizzazione fondata nel 1993 da Jerzy Owsiak, personaggio pubblico molto conosciuto in Polonia. Non casualmente, proprio Owsiak nell’ultimo periodo ha palesato più volte dei pensieri critici nei confronti dell’attuale governo conservatore, giungendo anche a discutere con alcuni esponenti del panorama ecclesiastico. A causa delle sue posizioni, Owsiak si è gradualmente trasformato in uno dei bersagli più sferzati dalla propaganda dell’estrema destra polacca. Lo stesso Pawel Adamowicz, inoltre, da anni si batteva per i diritti delle minoranze, della comunità LGBT, dei migranti e dei rifugiati, e aveva acquisito particolare popolarità nell’area progressista polacca dopo aver sostenuto lo Stato di diritto contro le leggi tramite le quali il PiS aveva cercato di accentrare il potere nel governo.

Contro l’iniquo gesto che ha posto termine all’esistenza di Adamowicz e in segno di speranza rispetto al cupo futuro abbozzato in precedenza è opportuno ricordare le parole assai significative che il sindaco espresse durante un’intervista per il “The Guardian” nel 2016. “Io sono europeo e quindi per natura sono aperto.”

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