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Politica interna

La parabola spagnola: dalla stabilità alle elezioni infinite

La parabola spagnola: dalla stabilità alle elezioni infinite

Tante volte si leggono o si ascoltano nei media italiani opinioni come per esempio: “l’Italia è in perenne campagna elettorale”, “i politici agiscono solo per il consenso” o meglio “per mantenere la poltrona”. Tutte riduzioni semplicistiche della politica italiana che pur hanno, da un certo punto di vista, un fondamento, nella misura in cui si rivelano scontate, dal momento che la ricerca del consenso è fondamentale nel rapporto rappresentante-rappresentato. Eppure c’è un paese che da cinque anni è in campagna elettorale permanente, avendo avuto in questo lasso di tempo quattro elezioni nazionali (cinque se contiamo le elezioni europee): quel paese è la Spagna.

Prima di analizzare la situazione politica spagnola in seguito alle doppie (o triple) elezioni di quest’anno, è bene ripercorrere brevemente la peculiare storia della Spagna contemporanea. Il paese iberico è stato attraversato per tutto l’inizio del Novecento da profondissime divisioni: da un lato c’era chi era fedele al re e quindi era tendenzialmente tradizionalista, cattolico e fedele a un forte centralismo burocratico; dall’altro c’erano i repubblicani, fortemente progressisti dal punto di vista sociale (e con al loro interno frange anticapitaliste e anarchiche), favorevoli a una maggiore decentralizzazione. Questa divisione sfociò nella nota guerra civile che portò poi, grazie agli aiuti di Hitler e Mussolini alla vittoria dei falangistas, guidati da Francisco Franco, futuro dittatore della Spagna. Dopo quasi 40 anni di franchismo la Spagna ha poi potuto far parte della grande famiglia europea a cui apparteneva e i risultati sono stati subito estremamente positivi dal punto di vista economico e politico. Il sistema politico spagnolo era uno dei più stabili in assoluto e l’economia aumentava di anno in anno sulla spinta dell’adesione al mercato unico.

Il tempo che ho usato è però il passato. La Spagna è passata infatti da paese più “prevedibile” d’Europa a quello più instabile, sia dal punto di vista politico, sia dal punto di vista economico. Riguardo a quest’ultimo punto la crisi del 2008 ha portato conseguenze disastrose nell’immediato: la disoccupazione era nel 2009 al 17% e arrivò alla spaventosa percentuale del 26% solamente 4 anni dopo, per poi tornare a livelli “di guardia” (la World Bank riporta il 15% come tasso di disoccupazione nel 2018). Tuttavia c’è da dire che gli ultimi anni hanno segnato dal punto della crescita economica un’inaspettata vitalità. A oggi la Spagna è uno dei paesi che cresce di più dell’intera Eurozona, con una crescita del Prodotto Interno Lordo nel 2018 del 2,5% sempre, ma i dati degli anni precedenti sono ancora maggiori: tra il 3,6% e il 2,9% tra il 2015 e il 2019 (sempre dati World Bank).

Ciò è risultato inaspettato soprattutto per quanto ricordato prima: l’instabilità politica attuale della Spagna ha pochi eguali nella storia europea. Al contrario, in passato il sistema politico spagnolo era notoriamente ancorato a un sistema bipartitico, senza la necessità neanche occasionale che le due maggiori formazioni politiche (il Partido Popular e il Partido Socialista Obrero Español) stipulassero accordi di colazione con partiti minori né prima né dopo le elezioni: o vinceva l’uno o vinceva l’altro. Questo accadeva grazie alla presenza di una legge proporzionale pura, che tuttavia premiava i partiti maggiori grazie al ridotto numero di deputati che ogni collegio eleggeva. La legge elettorale è ancora in vigore, ma a non dominare più la scena sono i partiti tradizionali. A sommarsi agli strascichi che la crisi del 2008 ha portato con sé (si pensi alle proteste degli indignados e all’ascesa di Podemos) si è sommata la questione del referendum sull’indipendenza catalana, un esempio di come la definizione delle identità politiche non sia mai da dare per scontata e di come la frattura centro-periferia sia sempre presente nella politica spagnola. Proprio questo ha messo più in crisi il governo Rajoy, dimessosi l’anno scorso a seguito di una mozione di sfiducia da parte del PSOE di Pedro Sanchez, che ha assunto la guida del governo. Dopo la caduta di quest’ultimo a causa dei partiti regionali che davano appoggio esterno, sono state necessarie due elezioni, con in mezzo un’estenuante e inconcludente trattativa, per giungere a un accordo minimo con Podemos pochi giorni fa. In entrambe le elezioni tenute quest’anno il PSOE è arrivato primo con il 28% e il PP secondo con risultati intorno al 20%. La vera novità è però l’ascesa di Vox: la Spagna sembrava infatti immune dal fenomeno europeo dei populismi di destra; invece, il leader Santiago Abascal è riuscito ad assorbire il consenso della fazione conservatrice di Ciudadanos e PP, attestandosi come terza forza al 15% lo scorso novembre. Al contrario, il partito di Rivera, dopo un’ascesa esponenziale negli ultimi, anni è crollato dal 15% di aprile al 6% di novembre. Il partito ha scontato l’ambiguità di professarsi europeista e liberale da un lato e l’allearsi in Andalusia con Vox dall’altro; allo stesso tempo l’ex leader Albert Rivera aveva aperto a una futura alleanza con Sanchez, scontentando entrambe le anime del suo elettorato.

Ora il futuro del paese iberico sembra indirizzato verso un governo di coalizione tra PSOE e Podemos con l’appoggio esterno dei partiti regionali e indipendentisti: lo stesso caduto pochi mesi fa sulla legge di bilancio. Non si escludono neanche eventuali grandi coalizioni o astensioni dei partiti conservatori. Insomma, tutti gli scenari sembrano aperti e solo il tempo potrà dirci il destino politico della Spagna. C’è da sperare solo che non siano altre elezioni.

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