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Il blog del Movimento Federalista Europeo – sezione di Vicenza

Politica estera, Ritratti

L’Amazzonia tra il toro e la bambina

Il 16 dicembre 1989, a pochi giorni dalla conclusione dell’anno nel quale Ronald Reagan terminò il proprio mandato cedendo il ruolo di presidente degli Stati Uniti d’America a George H. Bush, senza alcuna autorizzazione proveniente dalle istituzioni pubbliche, lo scultore italiano Arturo Di Modica abbandonò un ciclopico toro in bronzo del peso di 3,2 tonnellate inizialmente davanti allo Stock Market e qualche giorno più tardi, recuperatolo in seguito a una rimozione, al Bowling Green Park, dove si trova tuttora, oggetto delle ossessive attenzioni dei turisti. Allo scultore l’opera costò circa trecentocinquantamila dollari e la ragione che lo indusse a compiere un gesto simile è stata spiegata dallo stesso Di Modica in un’intervista per Artribune risalente al 2014: “C’era una forte crisi finanziaria. Per dare un segnale d’incoraggiamento, mi venne in mente di fare un toro, simbolo della Borsa che cresce, per la città di New York”. Oggi tale opera è comunemente associata al capitalismo statunitense e alla sua (ormai declinante?) potenza furiosa. In tempi recenti, l’arcinoto Charging Bull realizzato da Di Modica è tornato alla ribalta a causa di una ragione che ha scatenato focose polemiche: l’8 marzo del 2017, in occasione della festa della donna e pertanto in omaggio alle battaglie legate alla parità dei diritti, davanti al toro di Wall Street, con l’intento non celato di fronteggiarlo senza timore alcuno, è comparsa un’altra scultura bronzea, un’opera realizzata dalla scultrice Kristen Visbal generalmente conosciuta come “Fearless Girl”. Quest’ultima corrisponde a una scultura del peso di centodieci chilogrammi che ritrae una bambina dalla postura determinata, con le mani fieramente appoggiate sui fianchi e lo sguardo teso in un moto di limpida fermezza. In seguito alle proteste sollevate da Di Modica, dopo alcuni mesi la “Fearless Girl” della Visbal è stata rimossa e trasferita altrove; tuttavia, in questo testo il cui titolo rimanda a un’area geografica ben diversa da quella cui appartiene una metropoli quale New York, la contrapposizione ormai smaterializzata tra le due sculture di Wall Street è metafora di uno scontro che, seppur entro una differente prospettiva semantica, si palesa ancora con viva presenza.

L’Amazzonia, conosciuta comunemente come “il polmone verde” del pianeta, è una foresta pluviale la cui superficie si estende per circa 5,5 milioni di chilometri quadrati toccando stati quali Brasile – dove è dislocato il 60% della stessa –, Bolivia, Colombia, Guyana francese, Guyana, Ecuador, Perù, Suriname e Venezuela. Si configura come un luogo dalla fondamentale rilevanza rispetto agli equilibri ambientali degli stati all’interno dei quali è presente, ma anche come uno degli elementi più importanti rispetto ad alcuni dei maggiori fenomeni climatici attinenti alla scala globale: la foresta amazzonica, infatti, è uno dei principali fattori capaci di ridurre la quantità di anidride carbonica insita nell’atmosfera, è legata al ciclo dell’acqua che coinvolge l’Oceano Atlantico, contribuisce agli spostamenti che conducono notevoli masse d’acqua sulle Ande, nutre le piogge invernali che precipitano sull’Uruguay, l’Argentina settentrionale e il Paraguay. Non soltanto: è anche lo spazio che ospita tre milioni circa di specie faunistiche e floristiche, nonché il luogo presso il quale vivono tuttora diverse popolazioni indigene – circa cinquecento, secondo i dati forniti da Il Post.

Ebbene: tale tesoro naturale da diverse settimane, in particolare dalla seconda metà di agosto, sta attraversando l’ennesimo stato di crisi acuta. Centinaia di incendi ne hanno devastato e continuano a devastarne la superficie, alterandone gli equilibri ecologici e costringendo alla fuga quanti vi abitano. Uno degli incendi più distruttivi si è verificato nella zona di confine tra Brasile, Bolivia e Paraguay: tale incendio aveva raggiunto un fronte di fuoco della lunghezza superiore ai cento chilometri. La catastrofe in questione, preoccupante ma non così diversa da alcuni devastanti episodi occorsi negli ultimi anni, ha allarmato il mondo intero e provocato una copiosa sequenza di pubblicazioni e servizi giornalistici. Benché le cause di tali incendi, di natura quasi esclusivamente umana, siano note da anni e abbiano radici economiche che coinvolgono la miserevole e al contempo brutale condizione degli agricoltori che operano in tale area, il bersaglio che i media hanno maggiormente colpito è stato ed è tuttora l’attuale presidente del Brasile, Jair Bolsonaro. Esponente dell’estrema destra liberista, nazionalista e populista, Bolsonaro non può non essere considerato il responsabile – non l’unico, ovviamente – della crisi ambientale che, acuendosi, proprio quest’anno ha sferzato con terrificante violenza il polmone del mondo: come promesso durante la sua campagna elettorale, Bolsonaro ha pericolosamente allentato le misure di controllo e prevenzione finalizzate a ridurre gli incendi; inoltre, di ciò non pago, si è rivelato disgustosamente restio all’intervento quando i governatori degli stati nei quali si stavano verificando degli incendi ne hanno richiesto il soccorso: Bolsonaro ha sì approvato (e poi prorogato) la mobilitazione dell’esercito, ma tuttora gli ambientalisti dubitano del suo impegno e lo accusano di parteggiare per la deforestazione dell’Amazzonia. Gli incendi scoppiati nella foresta, poi, hanno innescato un esplosivo vortice di conseguenze sul piano della diplomazia internazionale: furente dal G7 di Biarritz si è levata la voce del presidente francese Macron, a Bolsonaro – che li ha in seguito sdegnosamente rifiutati sostenendo che il Brasile non possa essere comprato – sono stati offerti venti milioni di euro da Francia e Germania per finanziare le operazioni di spegnimento, Brigitte Macron è stata insultata con termini sessisti dallo stesso presidente brasiliano, il ministro delle finanze finlandese ha proposto di vietare l’importazione di carne di manzo brasiliana in segno di opposizione, il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk ha definito difficile che l’Unione Europea firmi l’atteso accordo con i paesi del Mercosur.

A complicare e a tingere in maniera ancor più fosca la vicenda, i presunti piani segreti di Bolsonaro: secondo quanto emerge da un’operazione giornalistica condotta da The Intercept, il sito del giornalista americano Glenn Greenwald, Bolsonaro avrebbe intenzione di sfruttare l’Amazzonia soprattutto per realizzare tre mastodontiche infrastrutture: una diga idroelettrica a Oriximinà, un ponte sul Rio delle Amazzoni nel municipio di Óbidos e l’estensione dell’autostrada Br-163 a Suriname. Il disegno macchinato, che secondo Il Fatto Quotidiano ricorderebbe alcuni dei progetti partoriti durante la dittatura militare al potere tra 1964 e 1985, concorderebbe con una visione politica basata su obiettivi come la conquista del territorio amazzonico, l’uso della ricchezza mineraria dell’area, lo stanziamento di incentivi per le grandi imprese, il sogno militare di popolare l’Amazzonia, la legalizzazione delle attività di estrazione dell’oro, il contrasto della presunta invasione cinese, la neutralizzazione di forze ostili alla crescita brasiliana quali la Chiesa cattolica, gli ambientalisti e le popolazioni indigene.

Secondo quanto è stato dichiarato da Trump attraverso Twitter, Bolsonaro “sta facendo un grande lavoro per la gente del Brasile”. Non stupisce che tali parole provengano proprio dal tycoon più discusso degli ultimi anni: è mediante tali parole che si può tornare negli Stati Uniti per estrarre da New York il toro realizzato da Di Modica e, risemantizzandolo in misura consistente ma non totale, tramutarlo nell’emblema più rappresentativo della figura di Bolsonaro. Imbestialito, avido, imperiosamente distruttivo, corrotto dall’aggravante populista: un toro pronto a radere al suolo qualsiasi ostacolo situato lungo il cammino del presidente brasiliano. Persino ciò da cui dipende il fragile equilibrio del pianeta al quale è indissolubilmente intrecciata la sopravvivenza dell’umanità stessa.

Non si deve dimenticare, tuttavia, che oltre al toro brasiliano descritto in precedenza oggi esiste anche una fearless girl sostenuta da molti: nata nel 2003 in Svezia, il suo nome è Greta Thunberg. Di lei la stampa si è già abbondantemente occupata: non è così difficile, dunque, immaginarla come una fearless girl che, lottando con innocente e al contempo brillante determinazione, contribuisce anche alla questione della parità dei diritti, benché attraverso un percorso indiretto. Recentemente è stata a New York, nel territorio di The Donald, come a volerlo fronteggiare replicando la significativa posizione in cui era stata posta la scultura bronzea realizzata dalla Visbal. Con l’eloquio che la contraddistingue – cristallino e lineare, forte della compatta intelligenza della propria sostanza – si è espressa anche in opposizione a Bolsonaro. Sicuramente la giovane svedese continuerà a stagliarsi impavida dinanzi a qualsiasi minaccia climatica, consapevole della rilevanza di massimo grado legata alla preservazione del pianeta, ineluttabile premessa rispetto alla vita di qualsiasi essere umano. Tanti l’accompagnano: non è sola. Forse, allora, stavolta sarà il toro a subire la rimozione. Quantomeno, è ragionevole augurarselo.

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