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Cultura

L’identità può essere usata per unire (e vincere il nazionalismo)?

Trenta anni fa, caduta l’Unione Sovietica, una parte consistente dei politologi e dei sociologi politici europei e statunitensi (e non solo) teorizzava la fine della storia, il trionfo della democrazia liberale, il successo della razionalità come metro fondamentale di giudizio delle relazioni sociali. Nei gloriosissimi anni ‘90 molti di questi intellettuali si sono dedicati anima e corpo a capire quali fossero gli elementi centrali per definire la qualità di una democrazia. Tra loro uno dei più noti è sicuramente Francis Fukuyama, autore del celeberrimo “The End of History?” (“La fine della storia?”), uscito nel 1989.

30 anni dopo lo stesso Fukuyama, con il libro “Identità”, ci tratteggia con chiarezza un mondo diverso, profondamente lontano da quello che appariva essere il futuro dell’umanità appena pochi decenni fa. Questo, in realtà, non è particolarmente strano: un bravo scienziato sociale non si occupa di predire il futuro bensì di leggere il presente e di chiarire quali sono le opzioni sul tavolo.

Non a caso il primo capitolo è interamente dedicato alle promesse rimaste tesi della rivoluzione liberaldemocratica globale: l’impoverimento del ceto medio nei Paesi occidentali, il profondo mutamento dei costumi sociali in molti Paesi in via di sviluppo, gli enormi flussi di migranti economici, i problemi ambientali (anche se in realtà appena accennati). Ovviamente sono considerati anche alcuni aspetti positivi, purtroppo troppo poco considerati in Europa oggi: il complessivo crollo della povertà, un’ondata di democratizzazione e di aumento delle libertà personali per centinaia di milioni di umani, una crescente interdipendenza economica.

Il libro, coerentemente con lo spirito del nuovo tempo in cui siamo immersi, si chiama Identità. Il concetto centrale dell’analisi del politologo statunitense si può riassumere proprio nel fatto che “la domanda di riconoscimento della propria identità è un concetto base che unifica gran parte di quanto sta accadendo oggi nella politica mondiale”.

Una domanda di riconoscimento che accomuna sia le battaglie che spingono gruppi di persone a richiedere una pari dignità (isotimia) che quelle che spingono al desiderio di essere riconosciuti come superiori (megalotimia). L’origine di queste due parole si ritrova nella terza parte dell’anima nell’analisi platonica, ossia nel thymos, sede  del bisogno di essere riconosciuti degni di un valore.

In altre parole i movimenti per la parità di diritti delle persone omosessuali e i movimenti nazionalisti, secondo questa analisi, si ancorano allo stesso istinto umano a voler vedere riconosciuta la propria identità, nel primo caso al pari di altri gruppi, nel secondo caso volendo dominare gli altri (e considerandosi superiori).

E’ un cambio paradigmatico profondo (ma che si ritrova in sempre più libri di politologi giovani e meno giovani): ci troviamo di fronte al pieno superamento della folle idea che le azioni umane siano tutte guidate da un mero calcolo razionale. Con questo non si vuole dire che la politologia abbia perso di vista le politiche di identità. Ma che questa parte di analisi è rimasta sotto traccia a lungo, sommersa da un pensiero unico dominante che ricercava sempre negli aspetti economici le ragioni di un mutamento politico o sociale.

Fukuyama, poste queste premesse, ripercorre il concetto di identità da Platone a Rousseau fino alle analisi psicologiche novecentesche, rafforzando la sua analisi con la chiara spiegazione del perchè oggi un essere umano sia spinto a reputare di avere un io interiore che non è pienamente espresso per via di una società che lo limita e che il suo fine esistenziale sia esprimere pienamente questo io interiore. 

E’ anche vero, però, che questa evoluzione del concetto di identità sussisteva ben prima del ritorno delle politiche dell’identità. In questo l’analisi portata dal libro è meno solida di altre pubblicazioni attuali, riprendendo solamente un concetto già ripetuto da molti ma che è sempre fondamentale ricordare (anche perchè è probabilmente l’elemento decisivo del ritorno del nazionalismo): come spiega Samuel Hungtington il gruppo più politicamente destabilizzante tende a essere non quello dei disperatamente poveri, ma piuttosto quello dei ceti medi che si sentono in procinto di perdere la propria posizione rispetto ad altri gruppi.

L’Italia di oggi è un esempio perfetto di una società assolutamente non povera ma decisamente impoverita, in cui una perdita di status sommata a flussi migratori che hanno evidentemente mutato il contesto sociale in maniera profonda (e per certe coorti anagrafiche drammaticamente diversa dalla propria infanzia) sia l’innesco perfetto per una reazione nazionalista (o megalotimica, seguendo lo schema del libro).

Per concludere è opportuno considerare come questa analisi sulle identità ci porti a riflettere anche sul ruolo dell’Unione Europea, giustamente citato come modello della rivoluzione democratica-liberale trionfante tra il 1989 e il 2008 ma soprattutto considerato come un modello in crisi per l’incapacità di creare una vera identità europea, indebolendo quelle nazionali ma non riuscendo a costruire un “attaccamento emotivo”. Per quanto l’analisi sulla formazione delle identità nazionali e quella sulle ragioni della debolezza dell’Unione siano molto semplificate, è sicuramente vero il fatto che la mancanza di un’identità europea costruita e pensata per diventare elemento pre-politico (cioè il sentirsi tutti europei a prescindere dalle scelte politiche dei singoli Paesi e delle singole istituzioni in un dato momento) è una mancanza che nei momenti di crisi si sente drammaticamente. 

Fukuyama conclude la sua opera con una dichiarazione che vale in generale ma che, posto quanto appena detto sopra, vale in maniera fondamentale per la nostra Unione: “L’identità può essere usata per dividere ma anche per integrare. Questo sarà il rimedio contro le politiche populiste del presente”. Anche noi, federalisti europei, dobbiamo ricordarci che l’identità europea è l’unico vero strumento per integrare i nostri cittadini e vincere il populismo nazionalista e illiberale. 

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