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Il blog del Movimento Federalista Europeo – sezione di Vicenza

Politica estera, Ritratti

L’ultimo Cavaliere della Regina

Dopo aver perso l’Impero, il Regno Unito rischia di perdere parti consistenti del proprio territorio a causa della brexit. In assenza di una classe politica all’altezza, Boris Johnson è arrivato al potere minacciando il no deal nel nome di una inesistente grandezza nazionale. E’molto probabile però che stia bluffando per strappare condizioni migliori di quelle concesse a Theresa May.

Quando nel luglio scorso Elisabetta II ha incaricato Boris Johnson (BJ) di formare un nuovo Governo, molti hanno avuto l’impressione che avesse messo in campo l’ultimo Cavaliere rimastole per la sfida della brexit. David Cameron si era suicidato con l’inconsulto referendum del 2016 e Theresa May non si era dimostrata all’altezza del compito. Non rimaneva che l’intransigente nemico dell’Europa, da tempo in evidenza nei media per l’aspetto stravagante, la disposizione alle spacconate, uno stile di vita non proprio irreprensibile. Apparentemente una personalità poco raccomandabile.

Ma a Buckingham Palace conoscevano bene il suo curriculum. BJ è stato un brillante studente prima a Eton, dove ha beneficiato di una prestigiosa borsa di studio come King’s Scholar, poi ad Oxford dove si è laureato in lettere classiche e ha messo alla prova la sua naturale inclinazione alla politica come presidente dell’Unione studenti. Ha cominciato a conoscere l’Europa in famiglia attraverso il padre Stanley, che è stato parlamentare europeo dal 1979 al 1984 e ha lavorato a fianco di Altiero Spinelli. Completati gli studi, ha coltivato la vocazione per la scrittura, diventando giornalista e pubblicando diversi saggi, compresa una biografia di Winston Churchill, che ha sempre ammirato per la personalità eccentrica e coraggiosa.

La robusta formazione culturale, il carattere sanguigno e la retorica efficace gli hanno dato accesso all’alta politica. Eletto al Parlamento di Westminster nel 2001 nelle file dei Tory, è stato Sindaco di Londra per due mandati consecutivi a partire dal 2008 ed è arrivato al secondo grazie al successo del primo e alle Olimpiadi organizzate nella capitale inglese nel 2012, che gli hanno aperto una prima finestra sulle relazioni internazionali. Poi la scalata agli incarichi governativi, seguita passo dopo passo dalle cronache non solo nazionali. In sintesi, una ascesa politica per gradi molto tradizionale e lontana dai salti in alto senza esperienza, che registriamo da tempo in casa nostra.

Al momento dell’incarico, si è messo sulle spalle un compito gigantesco. Il sistema politico inglese è andato in pezzi e non assomiglia nemmeno lontanamente a quello bipolare, che vedeva fronteggiarsi conservatori e laburisti col solo incomodo di un piccolo partito liberale di mezzo. La politica inglese ha mantenuto per lunghi decenni una sua chiarezza e stabilità, cui noi abbiamo guardato con interesse, cercando di imitarne il sistema elettorale maggioritario. Chi vinceva andava al Governo e l’altro faceva opposizione, cercando di prevalere la volta successiva. Oggi i partiti inglesi sono frammentati e irriconoscibili. Sia i laburisti che i conservatori hanno al loro interno fazioni pro e contro la brexit, in qualsiasi versione la si voglia intendere. All’interno dei conservatori c’è poi il partito unionista nord irlandese, che non vuol sentir parlare di backstop, cioè del mantenimento di un confine poroso fra Irlanda del Nord e Repubblica irlandese che assorbirebbe la prima nella seconda, sottraendola al Regno Unito a brexit completata. Per completezza va aggiunto il partito nazionale scozzese, che ha 35 deputati alla Camera bassa ed è contrario ad ogni ipotesi di uscita dall’Unione europea. Questa frammentazione spiega perché Westminster ha votato tre volte contro l’accordo stipulato con l’Unione e nello stesso tempo ha approvato una mozione, che fa divieto di uscire senza accordo.

Visto lo stato confusionale del Parlamento, a fine agosto BJ ha chiesto e ottenuto di sospenderne i lavori dal 12 settembre al 14 ottobre, per arrivare senza dover tanto discutere a ridosso della scadenza del 31 ottobre fissata dalla Ue per la decisione finale. Ma il Parlamento gli si è rivoltato contro, reclutando tra gli oppositori una ventina di deputati del suo stesso partito. Si è convocato i primi di settembre per trasformare in legge la mozione contro il no deal e chiedere una nuova proroga a Bruxelles, mettendo insieme una maggioranza che si è espressa anche contro la prospettiva di elezioni anticipate voluta dal premier. Alla fine del medesimo mese, la Corte Suprema ha poi giudicato illegittima la sospensione trascinando in una figuraccia l’ultranovantenne Regina che aveva controfirmato il provvedimento.

Impossibile dire quali potranno essere i prossimi passaggi della crisi, se vedremo cioè affermarsi i laburisti, nascere una nuova coalizione politica, indire un nuovo referendum, la Corona assumere un ruolo di indirizzo, o addirittura di supplenza, mai esercitato che non si può tuttavia escludere in un Paese senza Costituzione scritta. In ogni caso, nessuna soluzione è alle viste per contrastare il declino in atto da tempo. Il Regno Unito sta anzi rischiando la disgregazione e potrebbe essere costretto a cambiare perfino denominazione, se, perduta la Scozia dopo l’Irlanda, tornasse ad essere nient’altro che una piccola Inghilterra senza domini oltremare.

In una situazione così fluida e pericolosa, BJ sta apparentemente tenendo fede all’originaria linea del no deal, che gli ha consentito di raccogliere tanti consensi tra l’elettorato populista e all’interno del suo stesso partito. Continua a ribadirla nelle dichiarazioni, ma nella nuova responsabilità di premier deve essersi accorto che stava trascinando il proprio Paese verso il disastro. Cosa sono state se non manifestazioni di disponibilità alla trattativa gli incontri a quattr’occhi con Angela Merkel ed Emmanuel Macron del settembre scorso? Non fosse stato così, avrebbe trovato porte chiuse sia a Berlino che a Parigi. Perché sarebbe poi andato da una vecchia volpe come Juncker, se non per cercare una mediazione? Non bastasse, la settimana scorsa ha presentato un nuovo documento incentrato sul caso irlandese, che ha intitolato significativamente Un onesto e onorevole compromesso per dare una ulteriore prova di disponibilità alla negoziazione, pur accompagnandolo con alcune focose dichiarazioni di segno opposto.

BJ rimane un personaggio controverso, umorale, spregiudicato, provocatorio, ma con tutte le sue follie è attualmente l’unico leader in grado di arginare in qualche misura il declino del suo Paese. Ha in agenda le date del 17-18 ottobre, quando il Consiglio europeo si riunirà per pronunciarsi sulla brexit con le carte che avrà in mano. Lo conosce bene e sa quante miserie, divisioni, esitazioni coltivi al suo interno, nonostante la compattezza finora dimostrata sul dossier inglese. Sapremo presto se riuscirà a strappare qualche concessione, o se rimarrà solo con i suoi fantasmi e l’ombra sbiadita dell’Inghilterra che fu.

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