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Macron cambierà la Nato?

La Nato deve essere riformata, ma nessuno ha il coraggio di provarci per non incorrere nelle ire di Washington. Si sta esponendo il solo Macron, che con la brexit guadagna peso nell’Unione

La Nato ha da poco compiuto 70 anni. Lo scorso dicembre, i Capi di Stato e di Governo dei 29 Paesi alleati si sono dati appuntamento a Londra per celebrare la ricorrenza, invitati dal segretario generale Janes Stoltenberg. Sono stati ospitati al Grove Hotel, un esclusivo resort immerso nella campagna ad una trentina di km a nord della capitale, dove hanno tenuto i discorsi ufficiali e le conferenze stampa. Il cerimoniale si è poi completato a Buckingham Palace imbandierato a festa come pure il Mall, il grande viale che collega il palazzo reale con Trafalgar Square e fa storicamente da cornice alle più importanti manifestazioni della Corona.

Ma non è stata una festa. L’ha rovinata da par suo Emmanuel Macron, con un’intervista rilasciata all’Economist qualche settimana prima nella quale sosteneva che la Nato era finita fuori della storia. Era sorta come baluardo contro il pericolo sovietico, ma ora che questo era venuto meno aveva perso la sua funzione ed era entrata in stato confusionale. Ne era una prova il disimpegno non concordato degli Usa dalla Siria in complicità con la Turchia, che ne aveva approfittato per attaccare i curdi nostri alleati nella lotta al terrorismo islamico ed occupare militarmente parte del territorio siriano. Se Damasco dovesse reagire e dichiarare guerra ad Ankara, cosa dovremmo fare? Applicare l’art. 5 del patto atlantico e andare paradossalmente in soccorso della Turchia? Questa la domanda posta da Macron in uno dei passaggi più incisivi delle sue dichiarazioni, a significare che l’alleanza era caduta in coma cerebrale.

Quest’ultima espressione è stata ripresa dai principali media e amplificata dai social, creando un gigantesco caso diplomatico. Donald Trump sapeva del malcontento degli europei, ma non si aspettava che Macron si pronunciasse in termini così duri interpretando il sentimento dei leader meno coraggiosi. Contava anzi sulla loro divisione, pensando alla comprovata fedeltà dei Paesi dell’ex cortina di ferro e alla storica vicinanza del Regno Unito, avviato alla brexit. Appena arrivato a Londra si era precipitato all’ambasciata americana per ribadire che la Nato godeva di ottima salute ed accusare Macron di aver gratuitamente offeso una organizzazione, cui la Francia doveva molto. Anziché lamentarsi, la Francia dovrebbe adeguare il proprio contributo finanziario ancora al di sotto di quanto previsto dai protocolli e dar buon esempio ai Paesi europei ugualmente inosservanti. Durante il summit le tensioni non si erano placate e alcuni leader si erano lasciati andare a commenti salaci sui comportamenti del presidente americano, che se n’era adombrato tornando anzitempo a Washington.

Nella sua chilometrica intervista all’Economist (52160 caratteri, oltre 20 pagine), Macron ha ampiamente motivato la sua posizione. Ha voluto ricordare che l’Europa era nata fondamentalmente come partner junior degli Usa, con il sostegno del piano Marshall in un sistema di equilibri basato sul mantenimento della pace ed il dominio dei valori occidentali. Tuttavia gli Usa avevano cambiato strategia, da quando avevano cominciato a guardare ad oriente e a ritenere del tutto secondario il quadrante mediterraneo. Trump aveva detto che tutto ciò che vi succedeva era affar nostro. Potremmo aggiungere che già Obama si era considerato presidente del Pacifico e che nel corso dei suoi otto anni di mandato si era guardato bene dall’andare anche una sola volta a Bruxelles. Insomma l’Atlantico è da tempo diventato più largo ed il progetto di integrazione europea ha perso il suo indispensabile sostegno esterno.

Quest’analisi è oggi ampiamente condivisa ed ha il suo focus nei rischi per la sicurezza, di cui anche le popolazioni sono diventate consapevoli dopo aver visto terroristi attraversare impunemente i loro territori e spargere sangue innocente in Spagna, Francia, Germania, Regno Unito, Belgio, Svezia. Non sarebbe fuori luogo se Macron tenesse a mente che i tentativi finora fatti per una difesa comune sono caduti per responsabilità di Parigi. E’ successo nel 1954, quando il Parlamento francese dominato da De Gaulle ha bocciato la Ced (Comunità europea di difesa) già sottoscritta dai Governi di Germania, Italia, Belgio, Olanda, Lussemburgo e della stessa Francia; ed è successo 4 anni dopo quando ancora De Gaulle ha mandato all’aria un progetto di costruzione di ordigno nucleare europeo avviato dalla Francia assieme a Germania e Italia, decidendo che avrebbe dovuto essere solo francese.

Ma è storia passata. Macron resta l’unico leader con una visione autenticamente sovranazionale, anche se nel suo protagonismo ha provocato inevitabili attriti. Nei due anni di presidenza che gli restano dovrà impegnarsi ad attenuarli, dissipando il sospetto che stia usando la retorica europeista per coprire ambizioni sovraniste. Non gli sarà difficile farlo con la Germania, che per un decennio ha cercato di affermare la sua leadership, chiedendo rigore economico ed un impossibile allineamento degli alleati ai suoi standard di bilancio. La coppia Merkel-Schauble, che ha pervicacemente sostenuto questa linea, è sul viale del tramonto e non ha eredi in una Germania attraversata da divisioni e scossa da ripetute affermazioni della destra estrema.

Più complicate si presentano le relazioni con gli Usa. I Paesi europei hanno 28 eserciti, che messi insieme non ne fanno uno di buono, pur spendendo la ragguardevole cifra di 230 miliardi di euro/anno, cinque volte la Russia. Lo si è visto quando hanno chiesto aiuto a Clinton per fermare Milosevic nel 1999 e ad Obama per detronizzare Gheddafi nel 2011. Esistono molti altri esempi, ma bastano questi due per capire che l’Unione può avere una realistica possibilità di costruire un proprio sistema di sicurezza, solo facendosi affiancare dal potenziale militare degli Usa e della Nato. Se vuole fare da capofila a quest’impresa, Macron dovrà ricucire i rapporti con la Casa Bianca e provare a convincere l’inquilino di turno che al maggior impegno finanziario europeo nella Nato dovrà corrispondere una maggiore voce nella scelta delle  strategie. Al momento non insiste nella polemica e dopo l’uccisione del Gen. Soleimani ha condiviso con Angela Merkel e Boris Johnson un invito ad abbassare la tensione internazionale, indirizzato peraltro più a Teheran che a Washington. Ma dopo la brexit, la Francia sarà l’unico Paese dell’Unione dotato di un arsenale nucleare e titolare di un seggio permanente al Consiglio di sicurezza dell’Onu. E’ consapevole di questo privilegio e non mancherà di farlo pesare.

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