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Il blog del Movimento Federalista Europeo – sezione di Vicenza

Frammenti di mondo, Vario

Nessuno vuole il cambiamento. Ma ci sarà e non per il meglio

Un ascoltato economista americano sostiene che i segnali di cambiamento sono solo apparenti. In realtà siamo conservatori, appagati e stanchi. Ma seduti sopra un vulcano che prima o poi esploderà

Non è vero che stiamo vivendo un periodo di cambiamenti. Anzi tendiamo a chiuderci nel nostro particolare e a conservare ciò che abbiamo, mentre il futuro ci fa paura e ne rifiutiamo tutti i rischi. E’ questa la sorprendente tesi che Tyler Cowen sostiene ne La classe compiaciuta (Luiss University Press, 2018). Il quarto di copertina ci informa che l’autore è professore di economia alla George Mason University e titolare di un blog molto seguito, che riflette nella denominazione la sua impostazione culturale di fondo. Il blog si chiama infatti Marginal Revolution e ricorda la corrente di pensiero economico affermatasi in Austria a fine ‘800 in opposizione a quella classica di Adam Smith, per sostenere che nella determinazione del valore di un bene entrano anche componenti soggettive da questa trascurate. Cowen rivendica questa appartenenza e non fa mistero del suo spirito controcorrente che rende esplicito fin dalla prima pagina, dedicando il libro “al ribelle che c’è in ognuno di noi”. E’ arrivato insomma nelle nostre librerie un testo scritto da un economista marginalista alle prese con i problemi del mondo d’oggi, che ci propone molte osservazioni fuori dal coro e di grande suggestione.

Rispettandone lo spirito anticonvenzionale, si può cominciare la lettura dalle ultime pagine. Alle originarie 216 dell’edizione americana del 2017, Cowen aggiunge per quella italiana una postfazione per far sapere di avere scritto il libro nel 2016 e di sentirsi in dovere di qualche ulteriore considerazione, visto il lasso di tempo trascorso. Dice qui che l’intera campagna presidenziale Usa di quell’anno ha guardato al passato, come si può capire dall’età dei due contendenti, tra i più anziani che si siano mai candidati a quella carica.

Hillary Clinton ha condotto la sua campagna sulla scia dell’amministrazione Obama, ripetendo le stesse promesse in quantità maggiore. Era sicura che bastasse rifarsi al suo predecessore in carica da 8 anni per entrare nella Casa Bianca ed era anzi convinta che milioni di americani temessero il suo avversario per le novità che avrebbe potuto portare.

Dal canto suo, Donald Trump si è comportato come un candidato degli anni’50. Si è fatto sostenitore dell’industria manifatturiera labour intensive, di quella automobilistica in particolare, e ha generosamente messo risorse nel bilancio dell’apparato militare come monito ad alleati e avversari. Ha guardato all’America di Eisenhower, più di mezzo secolo dopo, salvo che a quel tempo solo un cenno di amicizia con la Russia avrebbe portato la gente in piazza. Il che non è avvenuto e ad una società statica è andato bene un Presidente statico.

E Silicon Valley, Google, Amazon, Facebook, Apple? Roba del passato, anche se recente, risponde Cowen. Il salto tecnologico è avvenuto per opera dei fondatori, mentre i manager attuali  sono intorpiditi e incapaci di offrire prodotti nuovi ai loro utenti, tutti chiusi in casa davanti ai loro pc a fumarsi questo nuovo oppio dei popoli.

Non hanno certo voglia di muoversi i benestanti. La upper class americana guadagna bene, è istruita, liberale, cosmopolita, tollerante, spesso munifica. Il 3-5% della popolazione è in questa condizione e naturalmente non è per niente disponibile a cambiamenti che la mettano a rischio, anche se non ha nulla in contrario a che altri arrivino al suo stesso livello.

Appena sotto c’è la fascia con minor reddito e minori opportunità di avanzamento, costituita da professionisti, piccoli imprenditori, insegnanti in prevalenza. Hanno tutti una loro casa, arrivano senza patemi a fine mese, ma non possono permettersi di sgarrare dal trend di vita nel quale sono ingabbiati. Devono pagare le rate dei mutui, sostenere gli studi dei figli, assicurarsi l’assistenza sanitaria. Vivono in condizioni più che dignitose e fanno di tutto per tenersele strette.

Al bottom sociale ci sono quelli meno fortunati, con un’istruzione sotto la media, bassi redditi e magari dipendenti da qualche tipo di droga. Apparentemente è in questa fascia che dovrebbero generarsi fermenti di protesta, ma non succede. Non sono certo compiaciuti come chi sta nelle precedenti due, ma sono bloccati e accomunati da uno scarsissimo impegno a rovesciare una situazione che li vede perdenti. E’ paradossalmente la fascia più statica con le aspettative più limitate: un lavoro anche occasionale, qualche forma di assistenza sociale, una pensione. Se esiste qualche dinamica è in quella media. In questa si possono notare smottamenti verso il basso, di cui si fa un gran parlare, ma anche movimenti verso l’alto poco rappresentati dai media. Con un po’ di approssimazione, si può concludere che un buona parte degli americani se la passa piuttosto bene, anche senza considerare i paperoni, e nessuno ha interesse a mettere seriamente in discussione questa spartizione del bottino.

Cowen non si occupa molto dell’Europa, ma è evidente che la sua analisi ci riguarda. Quello che noi chiamiamo nazionalpopulismo non è altro che conservatorismo ed i suoi leader puntano a tenere fermo l’orologio della storia, anzi a metterne indietro le lancette. Potrà essere sempre così? Evidentemente no. Negli Usa vi sono dei malcontenti, soprattutto nei segmenti più poveri ed in alcune minoranze etniche come quella afroamericana. Non sono ancora abbastanza evidenti, ma esistono ed emergono in occasione di manifestazioni e serpeggiano nei campus universitari, producendo conseguenze diffuse e apparentemente sproporzionate. E’ poi da considerare che, nonostante lo creda l’attuale inquilino della Casa Bianca, l’America non è un’isola ma è impegnata in parecchie aree di crisi in Siria, Iraq, Iran e deve inoltre vedersela con Paesi emergenti come Cina, India, Russia con i quali ha ingaggiato una guerra commerciale. Persino il quadrante mediterraneo è diventato problematico, dopo che l’Unione europea si è dimostrata incapace di garantirne gli equilibri e la Turchia è praticamente uscita dalla Nato.

Numerosi segnali di politica interna ed internazionale portano pertanto a ritenere che il lungo periodo di stabilità e prosperità successivo all’ultima guerra stia per finire. Oggi l’idea che il mondo sia destinato ad un progresso continuo è sempre meno credibile proprio a causa della caduta dello spirito di innovazione che la sosteneva e c’è per contro una sempre maggiore attenzione per i modelli ciclici nell’interpretazione non solo dell’economia ma anche della storia. Questi ultimi sono stati lungamente relegati negli scantinati del pensiero umano, ma è venuto il tempo di riscoprire alcuni intellettuali come Giambattista Vico e di imparare a leggere la storia guardando ai cicli segnati nel passato. Cowen cita espressamente il grande filosofo napoletano e si espone a prevedere che al Grande Reset, come chiama la scontata inversione del ciclo, non manchi poi molto. Una prospettiva drammatica enunciata nel sottotitolo (Come abbiamo smesso di innovare e perché ce ne pentiremo) e, nell’anno appena iniziato, un monito più che un augurio.

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