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Cultura

Non esistono più le mezze stagioni

Asserire con spavalda e granitica certezza che l’ontologica ossatura del Reale appartenga, come sostengono anche alcuni esegeti del testo biblico, alla Parola – ossia il trito Logos di greca memoria che qualsiasi studente del liceo classico è costretto a ingurgitare e, talvolta, a rigurgitare – è proposito decisamente sproporzionato rispetto alle striminzite pretese di queste righe e alle modeste competenze dello scrivente; tuttavia, all’interno d’una società avanzata (avanzata?) quale l’attuale realtà occidentale, pare evidente che, non essendo questione altamente urgente lo svolgimento di pratiche primitive legate alla satisfazione di necessità essenzialmente animalesche (e pertanto primarie nonché primitive), la Parola debba essere considerata alla stregua d’un tassello dalla cruciale rilevanza rispetto ad alcuni dei fatti umani oggi più degni d’attenzione e meditazione. Esiste, volendo avvalersi d’un caso idoneo ad appropinquarsi al mutevole protagonista di questo testo, un indirizzo della geopolitica, ossia la geopolitica critica, che – citando da “Geografia umana” di Fellman, Bjelland, Getis e Getis – «si occupa dell’analisi del discorso con cui vengono veicolate e giustificate le pretese geopolitiche da parte sia degli stati che da parte dei gruppi minoritari»: l’esistenza d’una corrente simile nel dominio costituito dagli studi geografici non testimonia soltanto che, come specificato in precedenza, la Parola è oggi uno dei pilastri portanti delle architetture sociali nelle quali vivono gli uomini, ma anche che uno dei fattori più influenti rispetto al tempo, allo spazio e agli esseri che tali dimensioni abitano, ossia la politica, impiega la Parola come mezzo d’azione sempre più ineludibile. In particolare, riducendo la quota d’altitudine della riflessione in costruzione, l’attuale scenario italiano – complici alcune forze politiche e alcuni spazi mediatici sorti negli ultimi decenni – può essere indicato come buon esempio di “politica del luogo comune”: un singolare spazio nel quale il consenso dei cittadini viene conquistato anche a colpi di campagne virtuali nelle quali gli animi della moltitudine vengono eccitati ed esalatati dal ricorso a pungoli (o slogan?) che, essendo l’abitudine al pensiero sempre meno incoraggiata, non paiono troppo diversi dai consueti luoghi comuni. Laconici e lapidari: oltremodo banali. Eppure più persuasivi della brutale frustata con la quale il fantino sprona il proprio cavallo a raggiungere il traguardo.

Tra i vari attori dell’attuale momento politico esiste una formazione che più di altre, pur di assicurarsi il facile consenso di certe masse, ama riversare negli spazi virtuali ingenti quantità di luoghi comuni: si tratta della Lega di Matteo Salvini. Tra le varie pensate che tale “partito” ha recentemente tramutato in trapananti bercia mediatiche, due meritano un’analisi ben definita e qualche limpida considerazione. Si tratta di luoghi comuni che la Lega ha impiegato a più riprese per schermarsi da una delle accuse che l’opposizione le ha frequentemente rivolto, ossia l’accusa d’essere una formazione politica dal carattere e dai modi filo-fascisti. Per dimostrare il contrario i leghisti hanno testardamente propalato due gabbie del pensiero contraddistinte dalla seguente configurazione: da un lato, il luogo comune, presente soprattutto nelle dichiarazioni di Salvini, secondo il quale “fascismo” e “comunismo” rappresenterebbero delle categorie totalmente inadatte alla politica del presente perché ormai facenti parte del “passato” e della “storia”; dall’altro, il luogo comune del “libero pensiero”, ossia il luogo comune secondo il quale il contesto democratico, in quanto aperto a tutti, dovrebbe tollerare anche chi sostiene posizioni prossime, o addirittura sovrapponibili, al fascismo. I due luoghi comuni in esame si sono rivelati assai efficaci perché in grado di penetrare con facilità nell’istinto dei più e di sedurlo sino a indurre i sostenitori della Lega a brancolare inconsapevoli in una fetida palude di falsità.

Relativamente al primo dei luoghi comuni menzionati, ecco quanto necessita di essere posto in evidenza: i fenomeni rientranti nella storia, è vero, debbono essere considerati come intrecci di fatti irripetibili; tuttavia, al di là dell’unicità legata a quanto appartiene al dominio della storia, nulla vieta di sviluppare analisi che si sforzino non soltanto di sottolineare diversità e discontinuità, ma anche analogie, ripetizioni, similarità. Non bisogna scordare, infatti, che gli uomini di qualsiasi tempo e di qualsiasi spazio non cessano mai di somigliarsi differenziandosi e di differenziarsi somigliandosi. Inoltre, suggerire implicitamente che non possa esservi rapporto tra storia e presente, e pertanto che storia e presente divergano, significa diffondere un’idea tanto pericolosa quanto sciocca: Marc Bloch, tra i più acuti e brillanti storici del Novecento, in “Apologia della storia” si sofferma in maniera assai significativa sugli imprescindibili e fecondi rapporti sussistenti e individuabili tra ciò che si percepisce come “passato” e ciò che si percepisce come “presente”. Scrive, infatti: «[…] non c’è conoscenza autentica senza una certa gamma di comparazione.»  Proprio per ragioni simili a questa, più avanti lo stesso Bloch giunge a definire la storia come la «scienza degli uomini nel tempo, la quale senza posa necessita di unire lo studio dei morti a quello dei viventi.»

La neutralizzazione del secondo luogo comune alberga nell’attenta considerazione di alcuni concetti piuttosto elementari. Che la democrazia si presti al pluralismo delle idee e delle voci, è indubbio: alla propria base, infatti, la democrazia palesa il desiderio di evitare che il volere di uno o di pochi sia tale da zittire qualsiasi forma di alterità e imporsi prepotentemente sulla moltitudine. Ora, ecco quanto ci si deve domandare: può essere tollerato in democrazia chi, attraverso la propagazione delle proprie idee, tenta di diffondere posizioni palesemente contrarie alle forme di confronto e di convivenza tipiche di un contesto democratico? Se un soggetto dichiara di sostenere il fascismo, ossia un’ideologia profondamente anti-democratica che alla propria base presenta il rigoroso rispetto delle gerarchie e della volontà di un unico soggetto, cioè il dittatore (o duce, dir si voglia), è accettabile che tale soggetto venga considerato come un “libero pensatore” e che il medesimo abbia la possibilità di veicolare le proprie teorie alla stregua di qualsiasi altra forza politica rispettosa del fondamento democratico dell’attuale stato italiano? La risposta ai quesiti formulati pare facile: più che ovvia. Oggi, però, tanti tendono a dimenticare che la democrazia non è una discarica a cielo aperto, bensì una forma della dimensione politica che postula anche il rispetto di alcuni doveri e di alcuni modi: vivere in democrazia, infatti, significa far politica democraticamente e non, invece, abusare della democrazia stessa trasformandola in un veicolo attraverso il quale instillare nella cittadinanza idee che tra i propri fini celano il distruttivo capovolgimento del contesto democratico.

Molti altri sono i luoghi comuni della politica italiana attuale che meriterebbero qualche riflessione; tuttavia, questa sede non è la più idonea allo sviluppo di una disamina esaustiva e approfondita. Oggi, è chiaro, urge più che mai un quotidiano allenamento del pensiero che impedisca al medesimo di adagiarsi mortalmente tra le trappole che alcuni, folli e privi di scrupoli, disseminano intenzionalmente tra gli spazi sociali. Soltanto le menti capaci di critica eviteranno, incontrandosi in futuro, di scambiarsi frasucce riguardanti la pluriennale e tanto discussa scomparsa delle mezze stagioni.

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