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Diritto, Politica estera

Not guilty

Non è di certo arrivata come un fulmine a ciel sereno la notizia che lo scorso mercoledì il presidente degli Stati Uniti d’America Donald Trump è stato assolto nel processo di impeachment da entrambe le accuse di abuso di potere e ostruzione del Congresso.

Ricordiamo che le accuse rivolte a Trump erano in particolare quelle di aver fatto pressioni, la scorsa estate, sul presidente ucraino Volodymyr Zelens’kyj, per aprire un’indagine nei confronti di Joe Biden, democratico rivale di Trump, e del figlio, promettendo in cambio aiuti militari ed economici, e di aver inoltre ostacolato il Congresso quando cercava di far luce sull’accaduto tentando di seppellire ogni tipo di informazione.

 “Not guilty”, dichiara il presidente del Senato. L’impeachment era stato votato in dicembre dalla Camera dei Rappresentanti con maggioranza semplice. Ai fini della rimozione dalla Casa Bianca sarebbe servito il voto favorevole dei 2/3 dei membri del Senato: qui però Trump possiede la maggioranza delle poltrone, ed era praticamente scontato che il partito repubblicano non gli avrebbe voltato le spalle nel momento più delicato per il suo presidente. Questo è stato sin dall’inizio un processo politico, perciò la sentenza non poteva che essere politica. A dirla tutta però, le sorti dell’impeachment erano già state sostanzialmente scritte il 31 gennaio, quando il Senato aveva respinto la richiesta dei democratici di ammettere nuovi testimoni al processo, cosa che invece è avvenuta negli altri casi di messa in stato d’accusa. A lasciare tutti di stucco invece è stato il voto del repubblicano Mitt Romney, ex candidato alla Casa Bianca che perse contro Obama, il quale è andato controcorrente e ha dichiarato Trump colpevole: questa infatti passerà alla storia come la prima volta che un senatore vota a favore dell’impeachment di un presidente del suo stesso partito. Romney parla di questa decisione come di una presa di coscienza: “un giorno voglio poter dire ai miei figli che il loro padre ha fatto ciò che doveva fare”.

Dopo l’assoluzione, Trump parla dalla Casa Bianca e definisce l’impeachment come “una vergogna. Una grande ingiustizia per tre anni portata avanti da gente bugiarda. Non so se un altro presidente sarebbe riuscito a superare questa situazione”. Sempre sfacciato, Trump però con una frase ha perfettamente colto il senso di ciò che è successo: “Nella mia vita ho fatto cose sbagliate, ma alla fine il risultato è questo” dice, sventolando vanitosamente la prima pagina del Washington Post che recita “Donald Trump acquitted” (=assolto). Certo è che il fallimento dell’impeachment ha finito per fortificare la posizione del tycoon nella sua campagna elettorale: mancano otto mesi alle elezioni, e possiamo dire che ogni scenario è ancora possibile. A confermare che i giochi sono ancora del tutto aperti ci hanno pensato le prime primarie presidenziali tenutesi lo scorso 3 febbraio nello Stato dell’Iowa, dove i risultati del voto che porterà ad eleggere il candidato che dovrà correre contro Trump sono arrivati con un ingiustificabile ritardo. La dirigenza del partito democratico ha spiegato che ci sono state delle incongruenze nel conteggio dei voti, ma ormai il danno era fatto. L’inizio della campagna per i democratici appare quindi decisamente critico, soprattutto perché manca il protagonista. Il partito deve appunto ancora scegliere il candidato che dovrà conquistare le folle per poter fronteggiare Trump il prossimo 3 novembre.             

 La messa in stato d’accusa del presidente americano ha quindi finito per dare una spinta alla sua campagna: questo processo non ha scosso gli animi dei cittadini americani, perché incredibilmente poco o niente gli è interessato, e di conseguenza la percezione che avevano del loro presidente non è cambiata, anzi. Emerge infatti che Trump ha addirittura conseguito un gradimento popolare del 43%, che, anche se non è un dato particolarmente degno di nota, rimane comunque il più alto degli ultimi tre anni. Insomma, Donald Trump si trova a godere di un aumento del godimento popolare, di una crescita dell’economia (ricordiamo infatti che lo scorso mese ci sono stati più di 220mila nuovi posti di lavoro) e soprattutto di un partito avversario che si trova in seria difficoltà.

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