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Politica interna

Perché parlare di Halle?

Perché parlare di Halle?

“Non c’è alcuna tolleranza” ha detto la cancelliera Angela Merkel a un congresso del sindacato dei metallurgici a Norimberga, in Baviera, riferendosi ai terribili fatti che hanno coinvolto la città di Halle, in Sassonia.

“La Storia ci ammonisce, il presente ci impegna” ha dichiarato il presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier davanti alla sinagoga della cittadina tedesca, oggetto dell’attacco antisemita. È stato richiesto a tutti i cittadini un atteggiamento di solidarietà nei confronti degli ebrei, poiché questi ultimi restano tedeschi, al pari dei cristiani o dei membri di altre confessioni religiose.

Ad oggi sono passati pochi giorni dall’attentato avvenuto ad Halle contro la comunità ebraica locale, portato a termine da un antisemita dichiarato proprio in occasione della festa ebraica dello Yom Kippur.

Questa ricorrenza indica il giorno dell’espiazione dei peccati e della riconciliazione con Dio nell’immaginario religioso: non è un caso, dunque, che la “punizione” portata dall’attentatore sia giunta proprio in quel momento. Lo scopo dell’uomo era quello di fare una strage: è stato un gesto premeditato ed organizzato il suo, aveva comprato tute le armi necessarie e aveva filmato la preparazione di quella che lui voleva trasformare in una carneficina. Le sue dichiarazioni ci sono giunte grazie a quei video di trentacinque minuti dove lo si sente chiaramente urlare “la radice di tutti i mali sono gli ebrei”. Per questo il ministro dell’Interno, Horst Seehofer, non ha potuto far altro che confermare le motivazioni “antisemite” dell’attentato compiuto dall’estremista.

Grazie a queste dichiarazioni si è arrivati a comprendere la ragione profonda dietro tutta quella malvagità: un acuto senso di dolore e insoddisfazione lo ottenebrava. “Era sempre arrabbiato, non era mai in pace né con sé né col mondo, dava sempre la colpa agli altri” ha raccontato di lui il padre, rimarcando come il proprio figlio cercasse sempre qualcuno da incolpare per i “mali” che lo affliggevano. Il tutto non stupisce: la situazione di Halle è quella di tutta la Germania orientale, che ha vissuto sotto il blocco sovietico, ancora più povera e arretrata della parte occidentale del Paese.

E come la storia ci insegna davanti all’arretratezza e alle difficoltà di un Paese nasce l’odio per il diverso e si sviluppa l’ignoranza. Ciò aveva dato origine al nazismo e alle persecuzioni contro gli ebrei negli anni Trenta del Novecento e oggi ha dato nuovo slancio all’antisemitismo, accompagnato da un altro grande ed inquietante fenomeno: il negazionismo.

Nato dal pensiero di David Irving negli anni Settanta, il punto centrale di tale elaborazione consiste nella volontà di negare che il nazismo abbia creato i campi di concentramento e le camere a gas. Nulla di tutto questo sarebbe mai accaduto secondo questa impostazione e tali avvenimenti sarebbero nati da macchinazioni e inganni.

Ovviamente tali tesi non sono avvalorate dagli storici, che hanno affermato con veemenza come tutto ciò sia logicamente insostenibile, ma queste opinioni rivelano dei dati inquietanti: che esista qualcuno che abbia il coraggio, l’ardine, di negare tali eventi.

Proprio per queste ragioni ci si è interrogati se tali affermazioni, contrarie per se stesse al principio democratico, siano coperte dalla libertà di manifestare la propria opinione ex art.21 della nostra Costituzione. Dove inizia e finisce il diritto di non essere perseguitati per le proprie opinioni? Fin dove la democrazia ammette di essere sfidata? Fin dove essa si può spingere per autoconservarsi?

Si può proibire di esprimere opinioni che mettono in pericolo lo Stato stesso?

La riposta è stata data chiaramente in Germania, laddove si è affermato che “negare il genocidio degli ebrei da parte dei nazisti non attiene alla sfera della libertà di espressione”. Il negazionismo, infatti, “supera i limiti della serenità dei dibattiti pubblici e costituisce un disturbo per la pace pubblica”, secondo quanto ha annunciato la Corte costituzionale tedesca. “La diffusione consapevole di accuse la cui falsità è stata stabilita non può costituire un contributo alla libertà di espressione e quindi non è coperta dalla libertà di espressione”, ha insistito la Corte, interpellata da Ursula Haverbeck, figura di spicco del negazionismo tedesco e rappresentante del “revisionismo storico”, condannata più volte per aver negato l’Olocausto. La sua ultima condanna risale all’ottobre 2017, quando le è stata comminata una pena di sei mesi di reclusione per avere dichiarato pubblicamente in un ristorante di Berlino che il genocidio degli ebrei da parte dei nazisti non era mai esistito e che non c’erano mai state camere a gas ad Auschwitz. Sostenendo che queste osservazioni facevano parte della sua libertà di espressione, Ursula Haverbeck si è quindi appellata alla Corte costituzionale tedesca. Ma per la Corte “una condanna per negazionismo è fondamentalmente compatibile con l’articolo della Costituzione tedesca che regola la libertà di espressione nel Paese”. Finalmente una battaglia giudiziaria ha posto fine a tale interrogativo, con il preciso scopo di evitare che vecchi errori arrivino a ripetersi.

Eppure i fatti di Halle non possono lasciarci indifferenti e ci fanno riflettere su una fondamentale questione: finché l’ignoranza e la malvagità riusciranno a farsi strada negli uomini nessuno può dirsi veramente al sicuro e nessuna delle certezze dei nostri Stati democratici veramente tutelata.

La nostra, dunque, deve essere una battaglia continua: per il diritto, il progresso, l’educazione e la vita.

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