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Il blog del Movimento Federalista Europeo – sezione di Vicenza

Politica interna

Più o meno democrazia?

Questo inizio anno è stato a dir poco burrascoso e frenetico: dalle tensioni internazionali, alla più pressante emergenza del Covid-19, che sta mettendo a dura prova i sistemi sanitari di diversi paesi. A causa di ciò è passato sotto silenzio il prossimo appuntamento elettorale, già non particolarmente sentito nella popolazione. I cittadini italiani dovranno decidere sulla proposta di taglio dei parlamentari avanzata Movimento Cinque Stelle e approvata dal Parlamento con una maggioranza (in prima lettura) non sufficiente a renderla immediatamente efficace.

Il progetto di riforma non è nuovo nella sua intenzione, ossia quella di ridurre i costi della politica. Da decenni si parla della funzionalità e tenuta del nostro sistema democratico e istituzionale, ma fin qui ogni progetto aveva accompagnato alla riduzione dei costi una riforma complessiva dell’architettura istituzionale. Un taglio così secco senza toccare altri aspetti che la nostra Carta fondamentale presenta fa emergere alcuni punti critici, anche in riferimento a ciò che accade in ambito europeo. Il primo di questi punti è a mio avviso la perdita di rappresentanza dei cittadini. L’indice di rappresentanza andrebbe sotto alla media europea, dovendo un deputato della Camera rappresentare circa 150000 abitanti. Tutto ciò avverrebbe a fronte di un risparmio minimo da parte delle casse dello Stato. Inoltre, la perdita di rappresentanza non si misurerebbe solo nel rapporto cittadino/eletto, ma anche nell’inevitabile svantaggio che avrebbero molte aree interne e periferiche, soprattutto considerando zone e regioni meno densamente popolate. Più che un referendum pro o contro la “casta” e i privilegi, il passaggio della riforma comporterebbe la concentrazione di più potere nelle mani di pochi, in tutti i sensi. Infatti, il nostro sistema ancora sostanzialmente proporzionale e a lista bloccata lascia ai partiti le nomine dei candidati alle elezioni. Con meno parlamentari da eleggere non solo i parlamentari avrebbero in proporzione un potere esagerato, ma anche i pochi notabili a capo delle correnti e delle segreterie dei partiti aumenterebbero a dismisura la loro capacità di influenza. Insomma, la proposta è solo l’ultimo tassello dell’ondata di antipolitica che l’Italia affronta da diverso tempo e come ogni proposta antipolitica si dimostra essere contraddittoria e illogica.

Tuttavia il problema in sé considerato non è del tutto assurdo. La riforma tenta di rispondere a una crisi di fiducia nella democrazia e nei partiti che coinvolge tutti i paesi occidentali, ancor di più un paese come l’Italia che ha visto sconvolgere il suo sistema politico come nessun altro. Filosofi, politologi, sociologi, storici hanno scritto fiumi d’inchiostro sulle ragioni che hanno portato a questa situazione ed è un problema che non può non essere considerato da noi che proponiamo la rivoluzione istituzionale per eccellenza, il federalismo. Come uscire dalla crisi di fiducia nella democrazia? La democrazia liberale è diventata obsoleta e inadeguata a rappresentare e sintetizzare i diversi interessi?

A questo proposito sono convinto che vi siano due strade verso cui indirizzarci per regolare il nostro vivere insieme. La prima strada porta a un rafforzamento della democrazia verso il basso, per il quale le istituzioni favoriscano e implementino processi decisionali locali deliberativi e partecipati in cui le autorità pubbliche facciano da negoziatori tra diverse forze sociali. Queste pratiche sono già diffuse in alcune realtà, ma costituiscono ancora solo degli esempi virtuosi, piuttosto che l’inizio della diffusione di un modello.  La seconda strada da percorrere porta dall’altro lato all’implementazione di una vera e proprio “democrazia internazionale”. È cruciale proprio questo punto: i cittadini sentono, a torto o ragione, il proprio voto sempre meno importante rispetto alle decisioni delle autorità indipendenti, delle organizzazioni internazionali e dai gruppi d’interesse. 

La responsabilità di questo cambio di passo però non può prescindere da una constatazione: lo strumento dello stato nazione non può e non deve essere l’unico strumento di democrazia, quale oggi fondamentalmente è, nonostante si voti comunque anche a livello locale ed europeo. È proprio dall’Unione Europea e dai federalisti che deve partire questa nuove concezione della politica. Cominciando intanto a non tagliare la democrazia

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