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Il blog del Movimento Federalista Europeo – sezione di Vicenza

Politica estera

Se mi lasci non vale…

“Siamo l’unica realtà su una Terra che, immaginandola sferica, colombiana, rotonda, si è completamente unta di sapone, e si scivola, si scivola, si scivola…”: così, in un’intervista risalente ai suoi anni giovanili, Carmelo Bene si esprimeva intorno alla realtà ritratta, anzi: obiettivamente còlta, dalle pellicole di Buster Keaton. Ebbene: alcuni fatti recentemente accaduti nel luogo d’origine del celebre attore del cinema muto, ossia gli Stati Uniti d’America, sembrano provare la scivolosità tragicomica e fatale di questa Terra.

Tra il 22 e il 23 febbraio, ai caucus del Nevada, il senatore del Vermont Bernie Sanders ha conquistato l’ennesima vittoria elettorale dopo il successo in New Hampshire. Attualmente, stando a quanto viene riportato dai maggiori organi mediatici, il “democratico socialista” desideroso di imporsi contro l’establishment del suo partito è il candidato in corsa alle primarie munito del più alto livello di consensi. Pare, secondo quanto viene riferito da “La Stampa”, che alla base del momentaneo successo di Sanders vi sia un netto miglioramento delle sue strategie politiche e comunicative. Ad attestarlo, un risultato legato ai recenti caucus che lo stesso Sanders non avrebbe mai potuto agguantare nel 2016: all’epoca, in uno stato dall’elettorato democratico significativamente multietnico quale il Nevada, fu sostenuto quasi esclusivamente dagli elettori bianchi. Quest’anno, invece, Sanders ha riscosso il 53% delle preferenze da parte degli ispanici e tra i neri ha incassato un consenso non molto distante da quello dell’ex vice-presidente Joe Biden, che rimane però il favorito tra l’elettorato afroamericano. Rispetto al 2016, la macchina elettorale di Sanders sembra essersi trasformata in un organismo più inclusivo: il senatore del Vermont ha dedicato particolare enfasi a temi come la riforma dell’immigrazione e la protezione dei lavoratori illegali. In occasione dei caucus da poco terminati, il suo ufficio – guidato da figure quali Chuck Rocha e Luis Alcater – ha diffuso anche dei messaggi elettorali in lingua spagnola. Se Sanders proseguisse lungo la scia del successo e guadagnasse una schiacciante vittoria persino al Super Tuesday del 3 marzo, quando a esprimersi saranno ben quattordici stati contemporaneamente (tra i quali alcuni dei più popolosi, come California e Texas), allora l’establishment del partito – più favorevole a un candidato moderato – potrà ben poco contro la sua definitiva affermazione a candidato democratico per le presidenziali. Già ottenendo una vittoria in South Carolina, dove si voterà il 29 febbraio, Sanders potrebbe assurgere a un grado di consenso tale da vanificare persino la corsa di Biden, che proprio in South Carolina – essendo uno Stato dove il voto dei neri rappresenta il 63% dell’elettorato locale – è chiamato a conseguire un’energica vittoria.

Finora si è parlato di successo. In apertura, però, si è alluso al carattere scivoloso di questa Terra. Ci si stava forse riferendo al sindaco dell’Indiana Pete Buttigieg, che dopo l’incerto successo conquistato in Iowa sembra essere precipitato in una spirale discendente? Oppure ci si stava riferendo all’accademica e senatrice del Massachusetts Elizabeth Warren, sempre più incapace di costruirsi un’ampia base di consensi e pertanto sempre più insignificante? O, ancora, ci si stava riferendo alla senatrice del Minnesota Amy Klobuchar, che al pari degli altri candidati – come riferisce il “New York Times” – non intende abbandonare la corsa pur sembrando condannata a un ruolo sempre più marginale? Non ci si stava riferendo a nessuno di questi candidati. Chi scivola, infatti, al momento è uno dei personaggi più controversi delle primarie democratiche di quest’anno: il miliardario e già tre volte sindaco di New York Michael Bloomberg.

Bloomberg, che Trump ha già ribattezzato “Mini Mike” servendosi della sua crassa ironia, è attualmente uno degli uomini più ricchi del pianeta – secondo “Il Post” la sua ricchezza è pari a 60 miliardi di dollari, una grandezza vicina a quella del PIL della Bulgaria. L’origine del suo patrimonio può essere sostanzialmente ricondotta a una serie di investimenti azzeccati. Nel 1981, assieme ad alcuni collaboratori, Bloomberg investì nella produzione del computer che assumerà poi il nome di Bloomberg Terminal: secondo “Vox”, tale dispositivo “ospita montagne di dati su aziende, strumenti finanziari, operazioni di scambio, mette a confronto investimenti e compie analisi”. Il Bloomberg Terminal, per coloro che lavorano nella finanza ad alti livelli, è tuttora considerato uno strumento imprescindibile; tuttavia, può essere soltanto noleggiato e per farlo occorrono tra i venti e i ventiquattromila dollari all’anno. Al momento ne esistono circa 325mila. Nel 1990, già ricco e influente, Bloomberg fondò “Bloomberg News”, divenuta una delle agenzie di stampa più affidabili al mondo soprattutto in materia economico-finanziaria. Dopo questi e altri successi, nel 2001 Bloomberg si candidò a sindaco di New York uscendo contestualmente dal partito democratico per inserirsi nel GOP, così da poter sfruttare la popolarità dell’uscente Rudy Giuliani. Fu rieletto sia nel 2005 sia nel 2009. Gli anni della sua amministrazione destano tuttora pareri discordanti: alcuni ne ricordano le grandi opere, come la riqualificazione di alcune aree della città, la costruzione di piste ciclabili, e la riconversione della High Line in un parco; altri, invece, ne contestano determinate misure e determinati atteggiamenti: il sistema di controlli e perquisizioni dai risvolti razzisti conosciuto come “stop and frisk”, il sistema di sorveglianza nei confronti delle persone di fede musulmana che tentò illegalmente di instaurare dopo l’11 settembre, i comportamenti tacciati di sessismo, le accuse di molestie da parte di alcune donne, le polemiche con il movimento #MeToo, la freddezza dimostrata nei confronti delle minoranze etniche.

Relativamente al controverso percorso di Bloomberg, una è la costante che non può essere trascurata: la potenza economica del suo patrimonio e l’uso massiccio che della stessa ha fatto per occuparsi di cause dai risvolti più o meno politici. Ha donato centinaia di milioni di dollari per rendere restrittive le leggi sulle armi da fuoco (e non casualmente a uno dei suoi ultimi comizi, come raccontato da Giuseppe Sarcina su “Il Corriere della Sera”, si è presentato un drappello di “difensori del Secondo emendamento”), ha investito mezzo miliardo di dollari in progetti finalizzati alla chiusura delle centrali a carbone in tutti gli Stati Uniti, ha speso circa cento milioni di dollari per finanziare decine di candidati democratici nel Paese, e secondo il “New York Times” nel solo 2018 ha destinato 770 milioni di dollari alla beneficenza. A queste cifre vertiginose si devono poi sommare i molteplici fondi donati a teatri, centri culturali, e persino ad associazioni per i diritti delle donne.

Nonostante l’ingegnere nato a New York non sia ancora sceso in campo ufficialmente e attenda il Super Tuesday per farlo, tanta è l’attenzione che sul medesimo già si è concentrata. Su Twitter ha ricevuto molteplici attacchi da parte di Trump. Senza battere ciglio, Bloomberg ha risposto agli stessi con prontezza alimentando uno scontro per certi versi adolescenziale. In passato, però, Bloomberg e Trump sono stati più amici che nemici, come sottolineato da Alberto Flores D’Arcais su “La Stampa”. Entrambi miliardari, entrambi newyorchesi, entrambi legati agli stessi ambienti, agli stessi party, alle stesse conoscenze. Che oggi occupino schieramenti diversi, tuttavia, è stato precisato dallo stesso Bloomberg in occasione del comizio documentato dal già citato Sarcina: nelle periferia di Richmond, presso la Hardywood Park Craft Brewery, il 15 febbraio ha detto, riferendosi a The Donald: “Lui ha ereditato la sua ricchezza; io l’ho costruita da solo. Lui crede alle teorie più strampalate sul climate change; io sono un ingegnere e mi fido della scienza. Lui ha diviso il Paese; io lo voglio unificare”. Tra i vari segnali che evidenziano l’attenzione attirata da Bloomberg aderendo all’agone democratico, poi, il sostegno incassato da parte di Clint Eastwood, l’attore e regista premio Oscar storicamente legato al partito repubblicano. Secondo quanto riportato dall’Agi, l’89enne Eastwood ha asserito che “la cosa migliore che possiamo fare è semplicemente mettere là Michael Bloomberg”. Dell’ex sindaco di New York Eastwood sembra apprezzare i modi pacati (che invece non possiede Sanders, accusato dall’opinionista del “New York Times” David Leonhardt di avere qualche difficoltà con ciò che concerne il rispetto) e la qualità sulla quale, come testimonia lo slogan scelto da Bloomberg (ossia “Mike will get it done”), lo stesso Bloomberg sembra aver puntato, quasi ricalcando le orme di Trump: la concreta esperienza legata ai risultati ottenuti come imprenditore e come sindaco di una delle città più importanti al mondo. Al di là del “marchio Bloomberg”, però, sembra stagliarsi ben poco. Non casualmente la senatrice dem della Virgina Jennifer McClellan ha dichiarato: “Il punto più forte di questa candidatura è il tentativo di unire i progressisti; il più debole è che Mike non ci ha spiegato che cosa vuole fare concretamente (che ironia!, ndr) per i nostri elettori, in particolare per gli afroamericani”.

Ad summam, Bloomberg rappresenta uno dei candidati più singolari delle primarie democratiche di quest’anno. Certo, la sua entrata ufficiosa nello scontro, avvenuta il 19 febbraio in occasione del dibattito televisivo tra democratici trasmesso in diretta nazionale, non è stata delle migliori. Anzi: considerando quanto viene riferito dai maggiori quotidiani, la si potrebbe considerare una vera e propria scivolata. Una scivolata che nemmeno un “et voilà!” di momentaneo equilibrio ha salvato, riprendendo le parole di Bene menzionate in principio. Secondo il “The Guardian”, a causa della sua disastrosa apparizione televisiva Bloomberg avrebbe perso circa venti punti percentuali di gradimento tra gli elettori democratici. Durante il dibattito Sanders e Warren più degli altri lo hanno ricoperto di accuse taglienti e attacchi sferzanti: dai milioni spesi per “comprare” il partito a suon di campagne pubblicitarie agli errori commessi nel suo passato politico, ogni punto debole di Bloomberg è stato colpito da affondi e stoccate. Nessuna parata in risposta. Soltanto repliche monotone e poco persuasive. Il moto di decisa e radicale re-azione guidato da Bernie Sanders è l’unica, seppur divisiva, risposta possibile all’azione di Donald Trump? Il capitalismo illuminato del quale Bloomberg sembra volersi rendere il campione, palesando così alcuni aspetti in comune con il noto George Soros, è reputabile un approccio efficace se rapportato alla prospettiva di uno scontro diretto con Trump? L’elettorato democratico e prima ancora statunitense è forse stanco dei miliardari pronti a guidare come una delle loro aziende il Paese? Domande gravide d’incertezza: l’incertezza che al momento, nonostante la sempre più convinta cavalcata di Sanders, sembra riecheggiare inquietante tra i democratici. Una certezza, però, c’è. Una certezza minima, forse un’illusione vestita di certezza. Una delle immagini più rappresentative di queste presidenziali, oltre allo scatto del Trump trionfante con quotidiano la cui prima pagina ne dichiara a lettere maiuscole l’assoluzione, è stata dipinta da Bloomberg durante il dibattito di cui prima. Un magnifico autoritratto: gli occhietti smarriti, il volto lievemente contratto, la posa forzatamente composta… Sembrava quasi che, subitaneamente intristito dall’ostilità palesata dalla base democratica, nella sua testa avesse cominciato a risuonare la voce di Julio Iglesias, che anni or sono cantava: “Se mi lasci non vale…”

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