Il blog del Movimento Federalista Europeo - sezione di Vicenza

Politica interna

The Iron Lord

Forse ci siamo. Dopo 3 anni e mezzo dal fatidico referendum del 23 giugno 2016 l’uscita dall’Unione Europea da parte del Regno Unito diventa un obiettivo a portata di mano per gli inglesi.

Dopo le seconde elezioni anticipate in 2 anni, infatti, i conservatori guidati dal loro leader Boris Johnson, sono riusciti a ottenere la maggioranza assoluta in parlamento con 364 seggi contro i 326 necessari, il risultato più alto dall’87 sotto la guida di Margaret Thatcher, potendo quindi far approvare il documento d’accordo per l’uscita dall’UE. Una campagna elettorale fortemente incentrata sulla Brexit da parte dei Conservatori, che nonostante le numerose gaffe di BJ sono riusciti a presentarsi con una linea di pensiero solida e concreta, strappando numerosi seggi ai laburisti e riuscendo addirittura a sfondare il cosiddetto Red Wall, ovvero le roccaforti laburiste del nord che da ormai 40 erano per i Labour un bacino sicuro di voti.

Delle elezioni storiche anche per questi ultimi, anche se per tutt’altra natura. Il partito di Corbyn infatti ha fatto registrare il risultato peggiore dal 1935 con appena 203 seggi conquistati – perdendone ben 59 rispetto alle elezioni del 2017. Molti Laburisti in questi giorni stanno imputando questo tracollo a Corbyn stesso, accusandolo di aver presentato un programma troppo radicale e soprattutto di non aver preso una posizione chiara per quanto riguarda la questione Brexit – per la quale queste elezioni erano considerate quasi come un secondo referendum. Una sconfitta che ha spinto Corbyn a compiere un esame di coscienza e a dimettersi da leader del partito.

Pesante sconfitta anche per i LibDem che ottengono solo 11 seggi e vedono la propria leader Jo Swinson perdere il proprio seggio e contestualmente presentare le proprie dimissioni.

Un successo invece per il Scottish National Party (SNP) che dei 59 seggi scozzesi ne ha ottenuti ben 48, riprendendosi dai soli 35 di due anni fa e lanciando un messaggio chiaro e forte a Londra: la Scozia non è l’Inghilterra! In un discorso post elezioni infatti la leader Nicola Sturgeon ha affermato che la Scozia “ha detto no a Boris Johnson e alla Brexit” e ha deciso di seguire un’altra strada rispetto al resto del Regno Unito. Il primo ministro Johnson nei prossimi mesi sarà quindi costretto ad affrontare nuovamente la questione secessione in un nuovo scenario e con delle prospettive totalmente diverse alla luce dei risultati elettorali e per la concretezza che la Brexit ha assunto grazie ad essi.

Il primo ministro non ha infatti esitato a manifestare la volontà di discutere immediatamente l’accordo ottenuto con Bruxelles ad ottobre e di voler avviare il processo di uscita dall’UE già prima del 31 gennaio 2020, termine ultimo della terza delega concessa al Regno Unito dall’Unione.

Da tutto il mondo sono arrivati messaggi di sostegno per i Conservatori e il loro leader. Non è stato da meno il presidente Trump, che con un tweet esalta l’alleato d’oltre oceano e la coraggiosa scelta inglese di abbandonare l’Unione, auspicando un nuovo accordo anglo-americano che, a suo dire, ha il potenziale di diventare un accordo più grande e lucroso di quanto un qualsiasi accordo con l’UE avrebbe mai potuto essere.

Al di là delle infinite possibili speculazioni, ciò che è certo è che queste elezioni hanno proiettato il Regno Unito di fronte a un futuro estremamente incerto e imprevedibile. Non solo la strada per la Brexit è ormai spianata e ciò muterà radicalmente la posizione e i rapporti internazionali inglesi, ma anche la vita politica interna si trova in un momento di forte rottura con il passato; la stessa conformazione del Regno Unito potrebbe cambiare non solo per il possibile distaccamento della Scozia ma anche per la questione irlandese che la Brexit riporterà quasi certamente sotto i riflettori.

Lascia una risposta

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.