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Il blog del Movimento Federalista Europeo – sezione di Vicenza

Cultura, Ritratti

TOGLIERE TOGLIERE TOGLIERE

Si tratta di un semplice cartello. Un riquadro destinato a ospitare inserzioni pubblicitarie che chiunque, percorrendo la strada statale che da Nogara – il mio piccolo paese d’origine – conduce a Verona, può ammirare all’altezza di Ca’ di David, centro situato ai margini della città. Fondo rosso, lettere bianche, un unico slogan. Si tratta di un verbo ripetuto per tre volte: togliere, togliere, togliere. Non essendo mia intenzione asservire queste righe a una qualche forma di promozione legata al marchio che con tale cartello ha deciso di pubblicizzarsi, mi affretto a precisare le ragioni che mi hanno persuaso ad aprire questo testo menzionando tale oggetto: oggi, puntando lo sguardo al corrente scenario politico, mi pare che tale slogan ne riassuma con lodevole sinteticità i connotati salienti. Togliere, togliere, togliere. Una politica fatta per lo più di quel scintillante tesoro al quale la politica stessa consente di approdare: il potere. Una politica spasmodicamente addensata in quel congegno dal dubbio profilo etico che tutti e tutto ingloba: la propaganda. Il resto? Tolto.

Il caso che meglio esemplifica quanto abbozzato finora è sicuramente costituito da due figure ben note ai più: il popolarissimo ministro Luigi di Maio e il suo Movimento 5 Stelle. (Lo ammetto: non sono sicuro che si possa impiegare l’aggettivo possessivo “suo” per collegare Di Maio al M5S. Poco importa, ad ogni modo: è tempo di togliere, togliere, togliere. Meno riflessioni, dunque.) In tempi ormai lontani, ossia nel febbraio dello scorso anno, su TV8 sono state trasmesse le puntate di una serie intitolata “Il candidato va alle elezioni”: un programma del conosciuto Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, all’interno del quale quest’ultimo intervistava in maniera informale e ravvicinata, in piena coerenza con il suo stile, coloro che in quel periodo risultavano essere alcuni dei maggiori candidati alle elezioni che si sarebbero poi svolte in marzo – sì: proprio il famoso marzo 2018. Una delle puntate coinvolgeva la figura di Di Maio. Ancora una volta, avvertendo il rischio che queste righe possano essere interpretate come uno spot legato al programma di Pif, intendo accelerare il ritmo del ragionamento e, come si suol (e si ama) dire, puntare al sodo: oltre alle tante parole con le quali Di Maio tenta di definire la propria immagine e alla pacata ironia di Pif, infatti, durante la lunga intervista è possibile assistere a un’illuminante scambio. Proprio a tale scambio intendo rivolgere la mia attenzione.

Quando Pif muove l’intervista verso argomenti quali la famiglia e la scuola, Di Maio si abbandona alla narrazione di un aneddoto riguardante i tempi del liceo e la nascita del suo interesse per la politica. Un giorno il suo professore di Storia e Filosofia, discutendo con il giovane Di Maio di un malfunzionamento riguardante i termosifoni dell’istituto, gli disse: “Non devi immaginare la politica come destra o sinistra, ma come la soluzione di quel problema.” Mai parole più sciocche furono pronunciate. Purtroppo, però, è nell’esiguo spazio occupato da tale frasuccia che si può rintracciare non soltanto l’essenza di alcune delle mosse di Di Maio, ma anche uno degli schemi di pensiero più radicati all’interno dell’intero Movimento 5 Stelle.

Nato come forma di contestazione contro tutti e contro tutto, oggi il Movimento stringe tra le mani una corposa porzione di potere: dagli scranni del Parlamento al Municipio di Roma. Da qualche tempo a questa parte, però, i sondaggi relativi al consenso verso il M5S registrano soltanto cali e discese. Le ultime tornate elettorali (si pensi soprattutto al terreno costituito dalle regionali) hanno rappresentato esclusivamente una preoccupante scia di insuccessi. I pentastellati appaiono sempre meno coerenti e sempre più goffi: una classe politica dagli obiettivi poco chiari che avanza faticosamente, come un bimbo smarrito in una foresta che passo dopo passo lo inquieta con crescente intensità. Non casualmente, “L’Espresso” ha da poco pubblicato un numero la cui copertina pone in netta evidenza il presunto ritorno alla consueta contrapposizione tra destra e sinistra. La domanda, allora, sorge intuitiva: perché sembra che il Movimento sia stato d’un tratto inghiottito dalle tenebre?

La risposta rimanda proprio alla frasuccia di cui prima: la politica non è soltanto la soluzione  da associare a un problema. Credere che la politica possa essere riassunta da un’idea simile significa basare il proprio ragionamento su presupposti grossolani e pericolosi. Se io penso alla politica secondo la dicotomia problema-soluzione, allora trasformo la realtà, di per sé polimorfa e in  eterno divenire, in uno spazio che vive secondo un processo meccanico e idoneo a ospitare forme di astrazione assolutistiche: nasce un problema, serve una soluzione, la soluzione da individuare – per definizione – non può che essere la risposta “giusta”, si individua tale soluzione – che si pensa essere univoca -, e il ciclo si ripete. Troppo semplice, troppo banale. In primo luogo, la stessa esistenza del problema non si può considerare lontana da dubbi: scrutare la realtà attraverso una certa prospettiva significa, infatti, scorgere determinati problemi, che però potrebbero non esistere o avere rilevanza ben diversa all’interno di un’altra prospettiva. In secondo luogo, occuparsi di politica significa sì individuare delle soluzioni, ma che cosa sia una soluzione è questione tutta da disputare. Posto che, come ricordato in precedenza, la soluzione può essere definita essenzialmente come una risposta “giusta”, ecco palesarsi in un batter d’occhio una domanda dalla consistenza estremamente gravosa: che cosa è una risposta “giusta”? E, proseguendo: che cosa è “giusto”? Domande tanto fondamentali quanto elementari, è vero: si tratta, però, delle domande alle quali il Movimento non ha mai voluto rispondere fino in fondo. Prima di elaborare strategie elettorali e programmi dal carattere pragmatico, infatti, qualsiasi ente politico dovrebbe scolpire un insieme di principi organicamente compatti e coerenti sulla base dei quali costruire una vera e propria identità politica.

Collettore di frustrazioni e delusioni d’ogni sorta, il Movimento raccolse inizialmente una varietà alquanto eterogenea di sostenitori. Li accomunò nascondendone le diversità e sottraendosi a qualsiasi sforzo di definizione delle proprie fondamenta politiche. Teso verso il potere, desideroso d’attuare vendette, confortante nei confronti di chi si sentiva privo di volto, efficace sul piano propagandistico. Oggi, un’entità politica in condizioni critiche. Togliere, togliere, togliere non sempre è la tattica migliore. Quando si toglie alla politica l’insieme di elementi che da sempre ne reggono l’essenza, s’intraprende un percorso rischioso: una scorciatoia irta d’ostacoli che potrebbe terminare con un burrone fatale. Spogliare la politica sino a renderla una macchina per consensi volta alla conquista del potere non è soltanto opinabile sul piano etico, ma anche pericoloso e precario: il Movimento, infatti, tra vent’anni verrà ricordato come niente più che un temporaneo blackout?

In attesa di una risposta, meglio ricordare che la politica è fatta di posizioni – e non di decisioni estemporanee -, e che ogni posizione è frutto di una visione, ossia di un pensiero organico sorretto da valori definiti. Togliere, togliere, togliere ogni forma di riflessione sino a degradare la politica a mero strumento di controllo – operazione che oggi, in Italia, non coinvolge soltanto il M5S – dovrebbe allarmare. E non poco.

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