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Migrazioni, Politica estera

Un piano per l’Africa? Non lasciamolo fare alla Cina

L’Africa è stata abbandonata dall’Europa e vede adesso la massiccia presenza di Paesi emergenti, Cina in testa. Le possibilità di assecondare un processo di crescita con un forte partenariato europeo sono esigue, ma esistono e possono essere colte dalla nuova Commissione di Ursula von der Leyen. Se avrà più coraggio e coesione della precedente

Nel suo discorso programmatico del 16 luglio scorso davanti al Parlamento europeo, che l’ha eletta Presidente della Commissione, Ursula von der Leyen (Vdl) ha parlato anche di migranti. Ha fatto appello alla solidarietà per migliorare i sistemi di accoglienza ed integrazione, magari riformando il regolamento di Dublino, ma l’Africa dalla quale provengono le è rimasta estranea. Nessun progetto per questo diseredato continente. L’ultimo rimane il c.d. processo di Barcellona, datato 1995, quando l’Unione europea e 12 Paesi africani e mediorientali affacciati sul Mediterraneo stipularono un partenariato molto ampio, esteso ad aspetti economici, sociali e culturali. Il progetto fallì dopo pochi anni per varie cause, ma fondamentalmente per l’opposizione dei Paesi del nord Europa ed in particolare dell’Inghilterra di Tony Blair, che temeva di favorire la leadership della Francia in quel delicato quadrante. D’altra parte fallì anche per il disimpegno dei Paesi africani non appena ebbero la sensazione di essere dei partner di livello inferiore alla mercè di decisioni maturate altrove e per interessi diversi dai loro.

Dopo quel fallimento l’Europa si è girata dall’altra parte. Il sostanziale disinteresse è stato interrotto ogni tanto da dichiarazioni accalorate, che sono arrivate ad auspicare addirittura un piano Marshall per l’Africa. Hanno usato questa espressione diversi leader ed anche Antonio Tajani negli ultimi mesi di presidenza del Parlamento europeo, quando ha proposto un cospicuo  impegno finanziario finalizzato ad investimenti di sviluppo. L’hanno ripetuta uomini dello spettacolo come Antonio Banderas, impegnato quest’estate con Richard Gere a difendere la Ong spagnola Open Arms mentre una sua nave vagava nel Mediterraneo con 160 migranti a bordo. Potrebbe l’Europa spingersi a tanto?

George Catlett Marshall è stato un generale americano molto apprezzato per le sue doti di organizzazione. Chiamato da Harry Truman alla Segreteria di Stato, tenne il 5 giugno 1947 un celebre discorso all’Università di Harvard per annunciare un piano di aiuti all’Europa, che avrebbe portato il suo nome oscurando quello ufficiale (European Ricovery Program). Il piano prevedeva aiuti materiali e finanziari per 14 miliardi di dollari per la durata di tre anni e corrispondeva effettivamente alle prime necessità delle popolazioni e dell’economia europee, che trovarono le energie per il grande sviluppo degli anni ’50 e ’60. Il piano rimane un esempio di grandiosità e di successo anche politico, ma è poco pertinente per il problema africano. L’Europa aveva una nuova classe politica vittoriosa sul nazifascismo e poteva contare su una dirigenza tecnica preparata, in parte mutuata dal precedente regime. Aveva inoltre infrastrutture e reti industriali lesionate ma non distrutte, che potevano essere prontamente ricostruite.

L’Africa non ha niente di tutto questo. E’ un continente con un miliardo e mezzo di abitanti, diviso in 55 Stati solo in parte degni di questa denominazione. Lo sono Senegal, Ghana, Marocco, Algeria, Sudafrica, Kenya, Etiopia per citarne alcuni, mentre non lo sono gli Stati della cintura subsahariana, Mali, Burkina Faso, Niger, Ciad ed altri ancora. E’ un continente in chiaroscuro, con picchi di modernità alternati a condizioni  primordiali, esposto al terrorismo e alla corruzione.

Ma la differenza principale è data dal fatto che sull’Africa l’Europa non ha alcuna egemonia paragonabile a quella a suo tempo subita dall’America. Sul territorio africano hanno infatti gettato basi economiche e militari i maggiori Paesi emergenti. La Cina vi è presente da decenni, avendo bisogno di risorse minerarie ed energetiche per il suo impetuoso sviluppo. Di recente ha annunciato  un piano di 60 miliardi di dollari per interventi in vari settori, compreso il porto keniano di Mombasa destinato a diventare un hub ferroviario di prima grandezza, con diramazioni verso nord e verso la costa atlantica. La Russia vende armi da tempo e ha “istruttori militari” in molte località. Varie potenze si contendono poi il corno d’Africa per la sua posizione strategica, tra cui gli Emirati Arabi che vi hanno già installato basi militari e intendono aggiungerne altre.

Per contro l’Europa è in forte ritardo e, a causa delle sue divisioni, ha scarsissimo peso. La Commissione europea ha in bilancio poco più di 3 miliardi destinati teoricamente a mobilitarne altri 40  per  sostenere investimenti nei settori dell’’energia, delle risorse idriche, della formazione. Ma è riuscita a realizzare soltanto alcuni interventi spot ed alcune iniziative di cooperazione in Nigeria, ottenendo qualche risultato nel trattenere i migranti diretti verso le coste mediterranee.

In questo vuoto di strategia, la Signora Vdl deve darsene presto una. Le sarà facile e non avrà bisogno di evocare alcun generale, se si farà consegnare il Migrant Compact  presentato tre anni fa dall’Italia. Per sostenere lo sviluppo dell’Africa prevedeva strumenti  specifici, come la emissione di eurobond, il miglioramento della resa delle rimesse, la creazione di prodotti finanziari condivisi con le autorità locali, l’integrazione del Trust Fund lanciato a La Valletta nel 2015 e destinato prioritariamente al Shael, al Ciad, al Corno d’Africa, alle regioni settentrionali. Queste proposte hanno incontrato la resistenza di molti Stati all’interno della Commissione, che ha messo il progetto italiano in un cassetto, dopo averlo discusso, modificato, svilito. L’ha ripreso all’inizio di quest’estate Moavero Milanesi, Ministro degli Esteri del Governo allora in carica, che ha ribadito la necessità di stabilire accordi anche economici con i Paesi di origine e di transito dei flussi migratori, o comunque con forze rappresentative di tali territori; e di creare parallelamente “aree franche” in tutti i Paesi  mediterranei dove i migranti potrebbero essere accolti e poi smistati.

Non servono ulteriori studi, né nuovi documenti. I dati ci sono tutti e sono chiari anche i punti sui quali la nuova Commissione deve dimostrare coesione, superando la contrapposizione tra Paesi mediterranei e settentrionali. L’immigrazione è il tema più urgente e imbarazzante, posto da una umanità disperata che attraversa deserti e sfida il mare. Un banco di prova per Vdl che ha ricevuto fiducia da una coalizione eterogenea, allargata a popolari, socialisti, liberali di Alde e di En Marche, sovranisti polacchi e ungheresi, 5Stelle italiani. Capiremo presto quale sia la sua caratura ed insieme la forza della Germania della Sig.ra Merkel, che l’ha proposta all’alto incarico.

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