eurovicenza

Il blog del Movimento Federalista Europeo – sezione di Vicenza

Politica interna

Un’Europa sempre più diversa

Negli ultimi due anni ho avuto il piacere di leggere ben tre libri di Federico Fubini. Il vicedirettore del Corriere della Sera è particolarmente prolifico e si misura con tematiche fra loro diverse. L’ultimo suo lavoro, L’impero diviso, è impostato come un dialogo-intervista fra lui e Ivan Krastev, intellettuale di origini bulgare che scrive per le maggiori testate al mondo – fra cui il New York Times e il Guardian.

Il libro è una chiacchierata tra due quasi coetanei, nati nella seconda metà degli anni Sessanta. Erano quindi poco più che ventenni quando il muro di Berlino è stato abbattuto e l’URSS si è improvvisamente disintegrata; avevano vissuto dalla parte opposta della cortina di ferro e hanno pertanto background e punti di vista diversi. Ciò rende L’impero diviso estremamente interessante. La storia, infatti, non è altro che la base di partenza per poi discutere del presente e del futuro dell’Unione Europea. Si scoprono molti aspetti delle dinamiche politiche dei paesi dell’Est Europa, grazie alla profonda conoscenza di Krastev.

Mano a mano che si procede fra le pagine del libro, la lettura diventa sempre più densa e interessante, finendo per riflettere sulle minacce per le istituzioni continentali. Krastev e Fubini fanno risalire gran parte dei problemi alla crescente disparità salariale e geografica: mentre le aree metropolitane continuano a guadagnare investimenti, cervelli e servizi di ogni tipo, le periferie e le campagne si spopolano sempre di più. Si creano così fenomeni di abbandono e isolamento, che deprimono ancora di più delle aree che avrebbero un terribile bisogno di risorse. Intere province nel Sud Italia o in alcuni stati dell’Est hanno perso qualsiasi appeal per i giovani e i lavoratori, in favore dei centri più grandi e moderni. Il risultato è una forte polarizzazione politica che non fa bene alla democrazia. Guardiamo alla Brexit: Londra è stata una piccola roccaforte del “Remain”, circondata da circoscrizioni di Brexiters. I più liberali e aperti di mente sono gli individui più propensi a fare le valigie per lasciare la propria terra d’origine, che rimane quindi in mano ai più conservatori e tradizionalisti. Questa polarizzazione si vede in qualsiasi paese, anche al di fuori dell’UE: il Presidente turco Erdogan è stato eletto grazie al supporto dei musulmani in Anatolia, mentre le grandi città – e in particolare Istanbul – rimangono in maggioranza liberale.

L’Unione Europea deve rispondere quanto prima a questa emergenza. Con Schengen in funzione e una massa di persone che vota con i piedi (ossia spostandosi verso gli stati dove le condizioni di vita sono più favorevoli), alcuni paesi membri soffrono un’emorragia di cervelli. Per tutta risposta, la politica diventa sempre più nazionalista e i conservatori guadagnano terreno in queste periferie. Con questo fenomeno si spiega il diffuso senso di malessere che ha portato al trionfo di Orban e Kaczyński, oltre alla repulsione per il diverso – nonostante Ungheria e Polonia abbiano meno del 5% della popolazione non autoctona.

Quale sarebbe la soluzione? Difficile dirlo. Già oggi l’UE spende gran parte del suo limitato bilancio nel Fondo di Coesione, con cui finanzia quelle aree più svantaggiate. Tuttavia, parliamo di poche centinaia di milioni di euro: nulla, di fronte a cambiamenti di carattere strutturale e pervasivi. Gli stati membri non sembrano nemmeno intenzionati ad aumentare il bilancio comunitario e gli agricoltori fanno pressioni per non ridurre le risorse destinate a loro, che attualmente sono circa un terzo del bilancio totale. Un’alternativa sarebbe maggiore coesione politica, magari nella forma di uno stato federale, grazie a cui si potrebbero destinare fondi e policy comuni per risollevare le aree depresse e così beneficiare tutto il continente – un po’ come quando il Texas pagò il default della California, pochi decenni fa.

Tuttavia, anche questa strada sembra impervia. Se il muro di Berlino divideva simbolicamente due Europe – il blocco capitalista e quello comunista – oggi ne abbiamo almeno tre. Gli stati del Sud (Portogallo, Spagna, Grecia e in parte l’Italia) hanno ancora una forte componente di centro-sinistra al Parlamento; l’Est Europa vota partiti estremamente conservatori, quasi di ultra-destra; e il centro-Nord Europa vede una forte crescita dei Verdi, mentre la Francia fa storia a sé e il Regno Unito si prepara ad uscire. Il continente non è mai stato così diviso, pure in un momento in cui abbiamo un disperato bisogno di stringerci attorno alle cause comuni. Il motto del federalismo – in varietate concordia – non sembra attirare i popoli europei, che si vedono sempre con maggiore diffidenza, a causa di una forte propaganda nazionalista. A distanza di trent’anni dalla caduta del muro, quando la Storia sembrava essere giunta al capolinea (come suggeriva il best seller di Fukuyama), è quantomai evidente che saremo presto chiamati a scelte importanti. Se non impareremo ad accettare e gestire la nostra diversità, le istituzioni che oggi conosciamo imploderanno. Questo è ciò che sta accadendo oggi.

Lascia una risposta

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Tema di Anders Norén