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Il blog del Movimento Federalista Europeo – sezione di Vicenza

Economia

Uno sguardo sulla fuga di cervelli

Viviamo in un mondo sempre più mobile. I voli aerei ultra-economici, Skype, il roaming gratuito in Europa e la pace promuovono gli spostamenti, sia temporanei che permanenti. Il numero di immigrati presenti nei venti paesi monitorati dal centro di ricerca tedesco IAB è raddoppiato dal 1990 al 2010, passando da 36,8 milioni a quasi 72. Una marea umana che ha trovato ospitalità lontano da casa. 

Non c’è crescita che tenga: tutti i paesi dell’Unione Europea hanno conosciuto un incremento delle uscite. Sia gli stati più forti e attrattivi (come Danimarca e Germania) che quelli emergenti (come l’Est Europa) vedono sempre più giovani varcare dei confini sempre più labili, alla ricerca di nuove esperienze o di un futuro migliore. Tuttavia, la situazione è particolarmente seria nelle nazioni che venivano etichettate come “PIIGS” (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna). In particolare, gli ultimi tre paesi citati hanno subito una grave emorragia di cervelli a partire dalla Grande Crisi. Tali paesi non sono ancora riusciti a rimarginare le ferite e a contenere le perdite, continuando a salutare tanti giovani di belle speranze, magari formatisi alle spese dei contribuenti. In merito a questo, l’OCSE suggerisce che il costo della fuga di cervelli per l’Italia si aggira attorno ai 6 miliardi di euro all’anno, conteggiati come il costo di fornire l’istruzione ai 100.000 giovani che ogni anno decidono di fare le valigie. Capiamo quindi che stiamo parlando di una vera e propria emergenza, che peraltro darà i suoi frutti avvelenati sul lungo periodo, in un’Italia già in seria difficoltà.

Come invertire tale trend? Non è semplice, ma la politica dovrebbe iniziare a lavorare in tal senso. Ci sono, infatti, alcuni paesi che guadagnano dalla fuga di cervelli – naturalmente, per un paese di uscita ce n’è uno di ingresso. Il Portogallo ha visto il più grave incremento dei laureati in fuga fra il 1980 e il 2010, ma negli ultimi anni si è adoperato nel migliorare la propria attrattività e oggi è fra i paesi che riceve più studenti Erasmus rispetto alla propria popolazione. Come ha fatto? Il caso portoghese è diventato famoso per una felice combinazione di marketing a livello statale (è stato fra i primi paesi a vendersi come destinazione per trascorrere la propria vita e mettere su famiglia) e riforme strutturali, che hanno aggiustato l’evasione e reso più flessibile il mercato del lavoro – pur senza tagliare il welfare, se non durante gli anni peggiori della crisi.

Qualcuno potrebbe però argomentare che il Portogallo sia un caso isolato e difficilmente replicabile. Quali sono allora gli elementi che favoriscono l’attrattività di uno stato o di una regione? Analizzando i paesi OCSE, si ricavano alcune deduzioni interessanti. In particolare, si notano due gruppi di paesi che si mettono in mostra. Il primo è composto dai paesi anglofoni – USA, UK, Canada, Australia, Nuova Zelanda e Irlanda: ciascuno vanta più del 40% di immigrati altamente istruiti (ossia con almeno la laurea triennale). Nel 2010, questi sei paesi ospitavano quasi 23 milioni di cervelli in esilio volontario: persone che non trovano un’occupazione adeguata a casa e che vogliono mettere a frutto le proprie competenze in un ambiente che riconosca il loro valore. Il secondo gruppo sono i paesi scandinavi – Svezia, Norvegia, Finlandia e Danimarca; in particolare, le prime due accolgono un immigrato laureato ogni tre ingressi, contro i quattro di Finlandia e Danimarca. Anche questi paesi nordici sembrano quindi capaci di attrarre personale altamente qualificato. 

Il precedente paragrafo sembra suggerire che la lingua sia una conditio sine qua non attrarre laureati. I paesi anglosassoni partono chiaramente avvantaggiati, eliminando quasi del tutto la barriera linguistica. Anche i quattro paesi scandinavi godono di un inglese fluido, secondo l’indice EF EPI. 

Un secondo elemento è la quantità di immigrati presenti nel paese. Più immigrati significano ricongiungimenti familiari e passaparola, nonché un effetto di abbattimento dei costi fissi tipici dell’emigrazione (consigli su pratiche burocratiche, ricerca di casa e lavoro, etc.), spesso attirando persone con un livello di istruzione simile al proprio. Tutti i paesi sopra menzionati hanno una lunga storia di immigrazione e alcuni sono stati costruiti da stranieri. Due esempi che vi colpiranno sono Australia e Canada, dove più di un cittadino su dieci è un cervello formatosi in un altro paese. Sono stati che hanno scelto di crescere grazie all’immigrazione qualificata. 

Un terzo punto che vale la pena sottolineare è come le persone tendano a stabilirsi in paesi che meglio rispecchiano le proprie caratteristiche. Ciò significa che un laureato preferisce spostarsi dove il tasso di laureati è più alto, perché è lecito aspettarsi opportunità di lavoro più in linea con il proprio profilo. 

Non sorprende, quindi, che l’Italia ceda il passo a tanti paesi europei e mondiali quando si parla di bilancia di cervelli in e out. Si dice che “fare il portoghese” quando si utilizzano i mezzi pubblici senza pagare la corsa, ma forse la politica dovrebbe guardare con maggiore interesse verso questo stato, che ha saputo risollevarsi da una situazione simile alla nostra. Il tempo stringe, quindi bisogna mettersi all’opera.

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