Mfe Veneto ha un proprio Ufficio del dibattito, che organizza periodicamente momenti di riflessione culturale, nel solco di quanto fa l’omologo Ufficio nazionale. Domenica scorsa a Sezano nel veronese si è svolta l’ottava edizione di questa iniziativa col titolo “Europa, immigrazione, profughi” aperta da un intervento del nostro Segretario regionale Matteo Roncarà, che ha richiamato l’esigenza di una politica che sappia affrontare il fenomeno migratorio a livello europeo nei suoi vari aspetti.
Tre relatori hanno poi approfondito la tematica sotto differenti aspetti. Alfonso Sabatino, membro del Comitato centrale Mfe, ha analizzato la natura dei flussi, sottolineando come non siano solo aumentati per intensità ma siano anche profondamente diversi da quelli del passato. Accanto ai migranti economici abbiamo oggi quelli in fuga da contesti territoriali lacerati da guerre, nelle quali l’Occidente ha una parte di responsabilità. L’Unione ha accolto nei suoi Trattati la Convenzione di Ginevra ed è pienamente coinvolta nel fenomeno per ragioni anche giuridiche, non solo morali. Deve quindi ripensare il proprio modo di essere e la propria organizzazione, provvedendo al controllo dei confini esterni finora precariamente affidati agli Stati e ai loro egoismi, che stanno mettendo a repentaglio gli accordi di Schengen. D’altra parte, non si deve nemmeno arrivare ad una Europa chiusa come una fortezza. Al contrario servono politiche di cooperazione internazionale a partire dai Paesi mediterranei, dai quali dobbiamo aspettarci ondate continue di disperati se teniamo conto dell’andamento demografico e dello scarto di sviluppo economico e sociale. Anche se è problematico, va fatto il tentativo di identificare le persone che ci arrivano, dando priorità ai richiedenti asilo e cercando di avviarli alle destinazioni finali senza passare per i centri di accoglienza.
Jean – Pierre Piessou, docente di antropologia africana presso il Cum (Centro unitario per la cooperazione missionaria), ha portato l’attenzione sul volto dei migranti. Chi arriva ha una identità umana ben precisa, che non è nemmeno tanto diversa dalla nostra, se pensiamo alle intense relazioni che in passato vi sono state fra Europa e Africa. Risentivano del peso del colonialismo, ma ci sono state e ognuna guardava l’altra. Nelle scuole europee  si studiava l’Africa e in quelle africane si studiava l’Europa. Le due civiltà avevano cominciato a conoscersi, mentre adesso tutto questo patrimonio è andato disperso e prevale un senso di indifferenza alimentato dall’ignoranza. I risultati li vediamo tutti i giorni e sono le colonne di africani che da tutte le regioni si dirigono verso la Libia, come punto di partenza per le coste europee distanti pochi km. Chi riesce ad arrivare  non può tornare indietro e non ha altra possibilità che provare ad attraversare quel braccio di mare, rischiando la vita se è riuscito a salvarla attraversando il deserto sahariano. Per superare questa situazione disumana, serve un approccio culturale profondo come premessa per riscoprire un grande patrimonio comune e dare respiro alle politiche di cooperazione.
Raimondo Cagiano di Azevedo, Professore ordinario di demografia all’Università la Sapienza di Roma e Vice Presidente Mfe, ha trattato gli aspetti demografici, economici e sociali dell’immigrazione, partendo dalla sua sovraesposizione mediatica. Le migrazioni appartengono alla grande famiglia della mobilità e ci sono sempre state, perché scompensi regionali fra natalità e mortalità sono normali. Attualmente si spostano ogni anno 250 milioni di persone, che sono poca cosa in un pianeta di 7 miliardi di abitanti, anche se va tenuto conto che le maggior pressioni si concentrano in pochi contesti specifici come il confine tra Usa e Messico, alcune regioni asiatiche ed il Mediterraneo. L’Italia, dopo il picco fatto segnare nel dopoguerra ha una  natalità bassissima, ma non è l’unico Paese in questa condizione. Avrebbe oggi solo 54 milioni di abitanti, se non ci fosse stato l’apporto degli immigrati, albanesi e marocchini in una prima fase, molte altre etnie in seguito. Per quanto concerne l’Europa, ha bisogno di stabilire nuove relazioni con i Paesi limitrofi e di riprendere le politiche di prossimità e vicinato che preesistevano  non solo all’Unione ma anche alla Cee e alla Ceca. Ancora prima che ci fosse l’Europa come la intendiamo oggi, era stato costituito il Consiglio d’Europa, un organismo intergovernativo che ha sede a Strasburgo e raccoglie 48 Paesi, comprese Russia e Turchia con le quali dobbiamo necessariamente relazionarci. Anche se non ha grandi poteri, possiamo valorizzare questa istituzione e farne lo strumento per affrontare i molti problemi verso est e nel Mediterraneo.
Nel pomeriggio è stato lasciato largo spazio agli interventi degli iscritti, dei segretari di sezione, come pure del nostro Presidente nazionale Giorgio Anselmi, promotore dell’iniziativa. Non sono mancati riferimenti alla nostra realtà regionale, che in pochi anni ha saputo integrare centinaia di migliaia di immigrati ed attende ora che il problema sia affrontato in una prospettiva più ampia. Valutazioni positive, pur con qualche riserva, sono state espresse sul Migration compact, la proposta presentata a Bruxelles dal Governo italiano che rappresenta un deciso avanzamento rispetto alle timide e parziali misure finora adottate dall’Unione.