Fece le sue prime esperienze nella fabbrica paterna, di cui quest’anno ricorre il secondo centenario della fondazione. Ebbe una formazione di livello europeo e portò l’alto vicentino a competere con le città della prima rivoluzione industriale. Coltivò un’idea di sviluppo dell’Altopiano di Asiago rimasta incompiuta

 

Della figura di Alessandro Rossi ci è rimasto molto. Discendeva da una famiglia di pastori di Lusiana, che nella seconda metà del ‘700 si era trasferita a Sovizzo, prendendo in affitto alcuni terreni. Lì era nato il padre Francesco, che diversamente dai fratelli aveva subito dimostrato una spiccata attitudine per il mondo degli affari, entrando in rapporto con i fabbricanti lanieri di Schio. Lungo la Roggia Maestra esistevano magli, mulini, folli, che si sarebbero moltiplicati con la soppressione delle limitazioni corporative sui panni alti e quindi con la possibilità di effettuare lavorazioni di qualità più fine e a maggior valore aggiunto. Nel tempo, era maturata una cultura artigiana competente ed affidabile, che dava lavoro ad abili maestranze e arricchiva famiglie non solo locali. I Tron, i Bologna, i Beretta erano affermate dinastie imprenditoriali con solide relazioni anche al di fuori del distretto laniero e non mancavano uomini di spicco attenti al mondo della politica non meno che a quello dell’impresa come Pietro Maraschin, i fratelli Pasini e Fusinato.

Francesco sposa Teresa Beretta nipote di Sebastiano Bologna, intensifica le proprie relazioni imprenditoriali e familiari e nel 1817 fonda un proprio opificio sull’ambitissimo argine della Roggia, con una cinquantina di addetti in parte a domicilio. Nell’opificio paterno il giovane Alessandro apprende i primi rudimenti del mestiere, ma lo abbandona presto per compiere un lungo viaggio nelle città della prima rivoluzione industriale. A Manchester, Birmingham, Sheffield in Inghilterra a Verviers in Belgio ed in altre città francesi, visita grandi lanifici, miniere, industrie chimiche e siderurgiche, conosce imprenditori, ingegneri, tecnici e, d’altra parte, si rende conto delle terribili condizioni del lavoro operaio. Si convince che l’industria debba essere un fattore di modernizzazione non solo per generare profitti, ma anche per far crescere culturalmente e socialmente le comunità che vi gravitano attorno.

Tornato a Schio, si impegna nell’ammodernamento dell’impresa del padre e ne assume la direzione alla sua morte nel 1842. Soprattutto matura l’idea di edificarvi accanto un nuovo grande opificio sul modello di quelli che aveva avuto modo di visitare e nel 1862 realizza  la Fabbrica Alta dotandola di energia a vapore. E’ un grande salto tecnologico e dimensionale rispetto ai modesti opifici artigiani alimentati dall’energia idraulica ed un momento di separazione dalla natura mercantile delle storiche famiglie imprenditoriali. Aumenta la produzione e l’occupazione con pesanti turni di lavoro e rilevanti problemi di equilibrio sociale. Alessandro ne è consapevole e risponde col villaggio operaio, unitamente ad opere di carattere assistenziale ed altre di pubblico interesse d’intesa con l’Amministrazione comunale. Avverte il bisogno di nuove infrastrutture e promuove il collegamento ferroviario con Vicenza, con le successive diramazioni verso Torrebelvicino e Rocchette.

Tutto questo è abbastanza noto ed è stato ben scandagliato negli aspetti storici, economici, sociologici. Molto meno considerata è invece la scelta che fa attorno agli anni ’80, quando la sua avventura imprenditoriale ed umana è all’apice. Ha sessant’anni, ha aperto ulteriori stabilimenti nei Comuni limitrofi, fatto quotare la Lanerossi alla Borsa di Milano,  esteso le sue attività a settori diversi da quello tessile, è conosciuto e stimato in mezza Europa, da diverse legislature è Senatore del Regno e rappresenta autorevolmente gli interessi della sua  categoria. Eppure il suo spirito d’iniziativa non si placa e comincia a pensare all’Altopiano, non solo sentimentalmente come terra degli avi.

L’Altopiano era allora relativamente isolato. Era difficile da raggiungere e la carrozzabile del costo realizzata in terra battuta alla metà del secolo richiedeva diverse ore di salita, mentre l’età automobilistica era di là da venire. Non era stato toccato dallo sviluppo generatosi in pianura e la sua economia manteneva i secolari caratteri silvo pastorali, integrati da modeste attività di estrazione del marmo e della lavorazione del legno. Rossi pensa quindi ad una ferrovia di collegamento, con un ragionamento inverso a quello che aveva fatto per Schio. In questo caso erano state le attività economiche a indurre le infrastrutture, mentre per l’Altopiano sarebbero state queste a portarvi lo sviluppo, tenendo conto che era terra di emigrazione ed un grande bacino di manodopera.

Finanzia allora un primo progetto con tracciato in aderenza lungo la Val d’Assa, secondo i canoni tecnici seguiti in altre zone montane come le Alpi svizzere. Vi rinuncia tuttavia per la opposizione dei Comuni, che vuole coinvolgere assieme ad autorità statali e provinciali in una società mista per la realizzazione e la gestione dell’opera. Resta disponibile a proposte diverse e sostiene la soluzione a cremagliera lungo il costo, quando si rende conto che raccoglie i maggiori  consensi. Lo farà fino all’ultimo senza tuttavia poter vederne il progetto esecutivo, che viene presentato nel 1899 un anno dopo la sua morte.

Sempre negli anni ‘80 avvia una seconda iniziativa per l’Altopiano, meno clamorosa della prima ma ugualmente significativa. Fa costruire infatti all’orlo di un bosco tra Asiago e Gallio un grande chalet, intuendo le possibilità di valorizzazione climatica di un ambiente incontaminato e suggestivo, affiancato dal figlio Francesco che diviene un dinamico animatore della locale sezione del Cai.

La grande guerra comprometterà questi progetti e sconvolgerà l’intero territorio. Lo chalet viene ridotto in macerie e non sarà più ricostruito, mentre una sorte migliore viene riservata alla ferrovia che viene ripristinata e funzionerà ancora per qualche decennio. I grandi opifici tessili sono da tempo silenziosi e sono oggi valorizzati come monumenti di archeologia industriale e contenitori di attività culturali. Ma attorno ad essi si è creata la più estesa e diversificata area industriale italiana e forse europea, che continua in forme diverse la grande tradizione imprenditoriale dell’alto vicentino.

Qualcuno sostiene oggi che questa espansione si sarebbe verificata anche senza Alessandro Rossi, estendendo l’osservazione alla vicina valle dell’Agno. Altri aggiungono che sarebbe stata anzi di ostacolo la sua inopinata conversione al protezionismo, quando aveva già messo da parte una fortuna colossale ed il liberismo non era più la dottrina migliore per difenderla. La sua figura appartiene alla stagione del capitalismo paternalistico e non è priva di ombre, come è nel destino degli uomini di frontiera. Ma è difficile negare che sia stato un imprenditore coraggioso e lungimirante, capace di guardare oltre il cortile di casa e di creare sinergie positive col mondo politico, di cui oggi non solo l’Altopiano avverte la mancanza.