L’Unione Europea è spesso sotto i riflettori mediatici. A volte è dipinta come la nostra salvatrice, altre come la madre di tutte le sciagure. A dire il vero, ultimamente prevale la visione negativa; è perciò naturale che siano emerse molte domande sulla forza dell’Unione e su quale possa essere il suo destino. Le teorie sono molte, ma si possono riassumere in quattro categorie: la prima chiede che l’Europa diventi uno stato “a cerchi concentrici”, ossia con diversi livelli di integrazione; la seconda, che io chiamo di “avanzamento ordinato”, vorrebbe che tutti gli stati membri diventassero una federazione; la terza è l’esatto contrario della seconda: siccome l’Unione non funziona, è bene cancellarla e tornare agli stati nazione; la quarta, infine, non sostiene proprio nulla: è quella a favore del mantenimento dello status quo.

Fra le quattro, credo che la teoria più dannosa sia la quarta, ancor più della terza. Il motivo principale che mi spinge a fare un’osservazione del genere è che è evidente che quest’Europa abbia fallito su quasi tutti i fronti: pochissimi cittadini si riconoscono come europei, e c’è un malcontento generale verso i proclama di Bruxelles. Se vogliamo evitare l’implosione dell’Unione, è bene agire in favore di un rapido cambiamento della situazione attuale. La storia ci ha dimostrato quanto sia pericolosa la frustrazione.

È inutile che vi dica che, da federalista, la terza strada – ossia la disgregazione dell’Unione – non sia assolutamente percorribile. Più che una strada la vedo più come una pericolosa mulattiera che si affaccia su un ripido burrone. Vogliamo finirci dentro? No, grazie. Eppure sembra che gli inglesi abbiano preferito questa via; sembra anche che se ne siano amaramente pentiti già il giorno successivo al voto. Per farvene un’idea vi basta andare su Facebook e cercare l’hashtag #Bregret. La credibilità politica dell’isola britannica è sprofondata a livelli ancora più bassi di quelli della nostra Unione dopo che aveva concesso a Cameron alcuni vantaggi in caso di vittoria del Remain.

Appurato che la terza e la quarta opzione sono da evitare, passiamo alla seconda. La domanda è: “è realistico, in questo momento storico, un avanzamento ordinato verso un governo unitario e federale da parte degli stati europei?” La risposta è negativa, senza ombra di dubbio. Se anche passassero le bufere che tengono il nostro mare in tempesta – quali crisi bancarie, migratorie, terroristiche, etc. – i leader che si sono affermati in questo periodo rimarrebbero sotto i riflettori, e l’opinione pubblica non si sposterebbe di granché nel breve periodo. Mi azzardo a dire che finché avremo paesi come la Polonia, l’Ungheria e la Slovacchia (e perché no? Anche l’Austria), l’integrazione europea non si muoverà dal livello attuale. Anzi, c’è il rischio che il virus del populismo euroscettico prenda il sopravvento anche nell’Europa occidentale.

Ahimé, dunque, il sogno federalista sembra non avere futuro nel medio termine. A meno che non si segua la prima teoria: l’Europa dei cerchi concentrici potrebbe essere un’ottima soluzione per tutti, a parte per chi non solo vuole stare al margine di un’UE sana e forte, ma che addirittura vuole impedirne la nascita. Mi spiego: l’Unione è attualmente spaccata a metà, fra paesi spiccatamente euroscettici e paesi più europeisti. Di fronte alla minaccia del crollo delle istituzioni create dopo lunghi anni, alcuni politici hanno capito che chi crede davvero nell’Europa deve compattarsi e fare uno sforzo comune contro chi non ci crede. In sostanza, questi politici chiedono che i paesi europeisti creino una sorta di zoccolo duro all’interno dell’UE, i cui stati membri sarebbero uniti sotto un unico governo federale. Il processo non sarebbe diverso da quello che ha accompagnato la nascita dell’Euro e dell’Unione Europea stessa: si parte da un piccolo gruppo di stati che credono in un progetto sovranazionale; se poi il progetto funziona, è naturale che gli stati limitrofi chiedano di entrare a farne parte. Se non funziona, invece, tutto crolla, e si torna alla situazione di partenza.

È piuttosto scontato che, in questo panorama, è quantomeno inopportuno parlare di allargamento dell’Unione. Anzi, proprio l’allargamento a Est può essere la causa della debolezza delle istituzioni europee. Prima di fare promesse o considerazioni sull’ampliamento, dobbiamo guardare al nostro interno e raccogliere i cocci di un federalismo sempre più sofferente. Se il sogno di un avanzamento ordinato non è attualmente possibile, il federalista deve alzare la propria voce in favore dell’Unione a cerchi concentrici. Lasciamo fuori chi non ci crede, e tutti saremo più felici.