Enrico Letta ha dato un titolo volutamente provocatorio al suo ultimo libro sull’Europa. Ma nell’elegante analisi non va oltre il già detto e nelle proposte politiche è solo apparentemente  innovativo

 

Enrico Letta appartiene alla ristretta cerchia di politici capaci di inquadrare i problemi nazionali in una dimensione europea. Lo ha testimoniato con pubblicazioni, articoli, interviste e negli incarichi parlamentari e governativi, cui è arrivato come esponente di un partito non proprio tetragono sull’argomento. Lo ha confermato a Vicenza lo scorso marzo, presentando in una affollata sala il suo ultimo libro (Contro venti e maree – Idee sull’Europa e sull’Italia, Il Mulino 2017) e rispondendo con lucidità alle domande di un giornalista preparato e per niente intimorito dalla caratura dell’ospite. Il libro deve la sua struttura alla collaborazione di Sébastien Maillard, corrispondente del quotidiano cattolico francese La Croix, che gli ha posto almeno una domanda per ognuna delle 156 pagine con il focus costantemente incentrato sul quadro europeo ed internazionale. Nelle risposte, si avverte il segno dell’esperienza che Letta sta maturando come Decano della Scuola Affari Internazionali dell’Università SciencesPO di Parigi, dopo aver lasciato polemicamente la carica parlamentare e la vita attiva di partito.

Alla domanda che oggi tutti si pongono sul destino dell’Unione, risponde ricordando tre grandi momenti della sua costruzione. Il primo è stata la scelta fatta dai padri fondatori negli anni ’50. Non avevano alcun obbligo, ma hanno intuito che solo con l’integrazione i rispettivi Paesi avrebbero potuto risollevarsi dalle distruzioni della guerra e darsi una prospettiva di pace e prosperità, sfruttando le favorevoli condizioni del contesto internazionale. Il secondo è collocabile negli anni ’90 ed ha avuto la sua massima espressione nella moneta unica, anch’essa frutto di una scelta e di una visione politica condivisa. Il terzo è quello davanti a noi. Anche ora si tratta di operare una scelta, ma diversamente dal passato l’Europa non è più il centro del mondo. Il baricentro demografico si sta spostando verso l’Africa che a fine secolo avrà una popolazione quattro volte quella attuale e pari al 40% di quella mondiale; quello economico e politico verso l’Asia, dove già si fa sentire l’importanza di nuovi protagonisti di dimensione continentale. Invece di reagire a tale evidente perdita di peso, gli europei non manifestano alcuna ambizione, lasciando spazio a pericolose forme di neo nazionalismo e a movimenti antisistema. Se si aggiungono il disinteresse, se non l’ostilità, della politica isolazionista di Donald Trump e le pressioni espansionistiche di Vladimir Putin, il quadro diventa a tinte fosche.

A dispetto dell’evidenza nel sottotitolo, l’Italia non ha grande spazio e trova considerazione principalmente nella parte relativa ai vantaggi dell’euro. Viene qui dimostrato con l’aiuto di un grafico come la moneta unica abbia alleggerito il debito nazionale, che smette di crescere nei due ultimi decenni e deve la sua esplosione ai tempi della lira. Analisi queste già note da tempo al pari di molte osservazioni sul quadro europeo, ma riesposte qui con elegante chiarezza e accompagnate dall’avvertenza di non lasciarsi disorientare dalle bugie sui danni dell’euro e dell’integrazione.

Bisogna attendere le ultime pagine per trovare una proposta politica interessante. Prende spunto dal deficit democratico dell’Unione, che esiste ma non va esagerato. I parlamentari europei sono eletti, il Presidente della Commissione e gli stessi Commissari devono avere il gradimento del Parlamento, anche se tutto questo viene poco percepito. Un’opportunità per avvicinare maggiormente i cittadini è offerta adesso dalla Brexit, che se arriverà a compimento lascerà liberi 73 seggi parlamentari. Sarebbe sbagliato mettersi a litigare per suddividerli, mentre sarebbe opportuno proporli all’elettorato in un’unica circoscrizione in cui possano candidarsi rappresentanti di tutti i 27 Paesi, in sorprendente sintonia col programma presidenziale di Emmanuel Macron. E’ un modo per cominciare a superare la dimensione nazionale dell’attuale sistema elettorale e vincolare i nuovi rappresentanti a programmi effettivamente sopranazionali.

La proposta avrebbe qualche possibilità di ascolto se fosse prima rimossa la vera causa dell’impasse dell’Unione: l’indisponibilità dei partiti nazionali a dare vita a formazioni di livello europeo. E’ un tema che Letta conosce bene essendo stato anche parlamentare europeo, ma non esplicita e addirittura sembra voler bypassare con un maggior coinvolgimento dei Parlamenti nazionali nei lavori europei. Alcuni passi verso strutture federative sovranazionali sono stati fatti in passato dal solo partito radicale, mentre nessun partito di massa ci ha nemmeno provato, preferendo sopportare calo di consensi e crisi interne. I politologi hanno cercato di spiegare le ragioni di un simile comportamento. Lo ha fatto efficacemente, tra gli altri, Piero Ignazi, sostenendo che, nonostante la perdita di legittimità democratica, i maggiori partiti si reggono su un formidabile intreccio di poteri col sistema finanziario e industriale. Controllano cioè i consigli di amministrazione di banche e imprese, ove possono nominare propri rappresentanti e far sentire la loro influenza nella gestione di affari grandi e piccoli (Forza senza legittimità, Laterza 2012). Insomma, in Italia possono contare ancora su cospicue rendite di posizione e non intendono avventurarsi in sfide oltre confine, in buona compagnia con altre organizzazioni di massa come quelle imprenditoriali e sindacali.

Quell’intreccio si sta tuttavia sfilacciando. La Fiat è andata negli Usa e ha anche cambiato nome, l’Alitalia è passata agli arabi, la Pirelli ai cinesi, la San Pellegrino ai francesi, Mediaset è sotto attacco, Monte dei Paschi è capofila di un sistema bancario territoriale fallito, mentre Eni ed Enel sono controllati appena per il 30% dallo Stato, che sta pensando di scendere ancora per fare cassa. L’Italia è diventata terreno di caccia di molti operatori globali, mentre la nostra classe dirigente continua a rimanere seduta sul comodo ramo nazionale. Si accorgerà per tempo che qualcuno lo sta segando?