Sono passati alcuni mesi da quando, l’8 marzo 2015, il presidente della commissione Jean-Claude Juncker ha dichiarato in un’intervista nel “Welt am Sonntag” che l’Europa avrebbe vantato in futuro un proprio esercito con l’obiettivo di “far capire alla Russia che la UE è seria nel suo sostegno ai valori europei”.

Una sentenza carica di determinazione, ma priva dell’adeguato appoggio: la Gran Bretagna, infatti, ha ribadito l’ineluttabile “mai e poi mai”, l’Italia ha mantenuto il silenzio, la Francia fa orecchie da mercante. A 100 anni dalla Prima Grande Guerra, gli europei rifuggono l’idea di combattere insieme.

Eppure l’idea di un esercito europeo è un progetto vecchio di quasi 70 anni, non mancante di opinioni audaci ma nemmeno di bruschi ripensamenti: all’inizio, grazie al trattato di Bruxelles nel 1848, si voleva essere pronti per fronteggiare un’eventuale ripresa tedesca, o il pericolo comunista rappresentato dall’unione sovietica. Il riarmo tedesco suscitava ancora attenzione, tanto che, nel 1952, il piano Pleven, un’iniziativa voluta dalla Francia, costituì un “esercito europeo” dalla funzione prettamente anti-tedesca. Furono, tuttavia, proprio i parlamenti d’Italia e Francia che, nel 1954, sotto pressione dei partiti comunisti, decisero di annullare il piano, e così l’idea rimase accantonata.

La proposta comunque permane, tanto che verrà scritta sulla carta del Trattato di Maastricht nel 1992. Il progetto verrà poi ribadito con il Trattato di Lisbona nel 2007 che indica, nell’articolo 42, la necessita di una “graduale definizione di una politica di difesa comune dell’Ue”.

La prima forma di una politica di sicurezza comunque prende vita grazie al documento per una Strategia di Sicurezza Europea, subito messa all’azione con la missione di peace-keeping in Macedonia: la Eufor (European Union Force) Concordia. Ne fanno parte 27 Paesi europei, ma ancora non si può ben parlare di Ue, in quanto non prevedeva l’impiego di un esercito europeo, ma utilizza le strutture della Nato.

Nel 2007 nascono gli Eu Battlegroup, sempre rientranti nella Strategia di Sicurezza Europea: essi consistono in 18 battaglioni che agiscono a rotazione, in modo che almeno 2 siano sempre disponibili. Uno strumento valido, ma fino ad ora mai utilizzato.

Ma perché un esercito comune dovrebbe essere tanto importante? Grazie ad un esercito unico l’Europa potrebbe dotarsi di una capacità di difesa comune contro la forte instabilità geopolitica nel Mediterraneo e in Medio Oriente. Mettendo in comune le forze armate si risparmierebbero decine di miliardi di euro all’anno ed eliminando duplicazioni e inefficienze (un esercito comune offre una risposta rapida) fornirebbe un contributo importante all’equilibrio dei conti e alle politiche di bilancio.

A ciò aggiungiamo anche la Russia di Vladimir Putin, che viene percepita sempre di più come un pericolo per l’Ue: non possiamo pensare che l’elemento della forza abbia perduto ogni rilevanza nelle relazioni internazionali e nemmeno che gli interesi dell’Unione Europea coincidano sempre e comunque con quelli della Nato, cioè degli Stati Uniti.

Date le crescenti pressioni esercitate dai terroristi nel cuore delle sue capitali, pare migliorare la prospettiva di una difesa unitaria. Il think-tank della Commissione ha prodotto uno studio che riassume le ragioni per le quali l’esercito europeo oggi è diventato necessario e indica un percorso possibile: ripartire dalla Pesco (Permanent Structured Cooperation) prevista dal Trattato di Lisbona.

In aggiunta alle esortazioni della Commissioni e del Ppe, che pensa all’esercito unico come un modo per tenere sotto controllo le mire espansionistiche della Russia e dare invece manforte alla Turchia, arriva ora la decisione, nel summit del G20 di Antalya, di affrontare la minaccia terroristica in maniera collaborativa.

Proprio il G20, inizialmente nato per affrontare le tematiche finanziarie, mostra un’intesa realista tra i due leader Obama e Putin: sebbene le differenze di strategia rimangano forti, entrambi hanno sollecitato un’immediata soluzione per la crisi siriana.

Il 15 novembre, al summit, i due presidenti hanno parlato face to face per 35 minuti, abbozzando la mappa per la transizione politica guidata e gestita dai siriani.

Il G20, dunque, sembra rappresentare non solo una presa di coscienza da parte degli europei, ma anche un cambio di rotta comunitario verso un problema globale. “Solo cooperando con lo scambio di informazioni sulle transizioni sospette potremo essere più efficaci” ha sottolineato il presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk, spiegando che “non c’è formula migliore di questo vertice per affrontare anche il problema del finanziamento al terrore che arriva da molti paesi”.

Ora che la questione viene affrontata in maniera più ampia, riuscirà l’Europa a prendere una posizione efficiente e di far sentire la sua voce grazie ad un esercito unico? La storia ci ricorda che i grandi cambiamenti hanno sempre seguito delle grandi crisi. L’Europa stessa è il prodotto di grandi conflitti.

Ora abbiamo la crisi, cominciamo a pensare al cambiamento.