Il nostro Movimento sostiene che l’integrazione europea debba procedere a velocità diverse, distinguendo tra un nucleo centrale avanzato ed una periferia più arretrata. Le diversità riguardano anche il mondo del lavoro, che vede la leadership delle economie del centro Europa ed in particolare della Germania. L’Italia è ad un critico stadio intermedio e per non scivolare in zona retrocessione deve anzitutto abbandonare battaglie ideologiche vecchie di mezzo secolo.

La Germania è considerata il Paese all’avanguardia nell’utilizzo delle tecnologie, che sintetizzano ingegneria e informatica. La loro sigla ci è oscura (IoT, in cui si contrae “Internet of Things”), ma ne abbiamo un’idea con i sensori che fanno rallentare le nostre auto di fronte di un ostacolo, o con la domotica che gestisce impianti di riscaldamento, elettrodomestici, antifurti nelle case più moderne. In ambito industriale, consentono di scandire al meglio i tempi di produzione, programmare le manutenzioni, ottimizzare acquisti e vendite, gestendo una gran quantità di dati  in cloud anche da un punto remoto. Tutte queste applicazioni stanno segnando l’inizio di una nuova rivoluzione industriale, la quarta dopo quelle prodotte dai telai meccanici e dalla macchina a vapore nel ‘700, dai motori e dalla elettricità nell’800, dalla robotizzazione nella seconda metà del ‘900. Oggi siamo entrati nell’era del digitale, per la quale è stato coniato il termine Industry 4.0 usato non a caso per la prima volta alla Fiera di Hannover del 2011.

Grazie anche alla relativa rapidità nell’implementare le nuove tecnologie, la Germania è diventata la prima economia dell’Ue. Ha un Pil che rappresenta il 30% di quello dell’eurozona e cresce da qualche anno oltre la media europea, trainato dalla vivacità degli investimenti e dei consumi. La sua bilancia commerciale è strutturalmente attiva, mentre la disoccupazione è scesa al livello che gli economisti definiscono frizionale.

In un quadro di diffusa prosperità, è maturata una svolta significativa nelle relazioni sindacali. Lo scorso febbraio, Confindustria e sindacato metalmeccanici hanno siglato un accordo per ridurre l’orario di lavoro da 35 a 28 ore settimanali. Riguarda 4 milioni di lavoratori del Baden-Wurttemberg, che potranno scegliere se avvalersi di tale facoltà con una riduzione meno che proporzionale del proprio salario, oppure rimanere ad orario pieno ed anche aumentarlo a 40 ore se avranno bisogno di guadagnare di più. Non è difficile prevedere che si estenderà presto ad altri settori ed altri Land e arriverà a coinvolgere gran parte dei 45 milioni di lavoratori tedeschi, tra i quali non è certo meno avvertita l’esigenza di conciliare al meglio condizioni di vita e lavoro. Il movimento sindacale ha quindi conseguito un significativo risultato e ha posto fine ad un lungo periodo nel quale era stato costretto ad accettare un sostanziale blocco dei salari, mentre poteva osservare da vicino cospicui incrementi di produttività in molti settori industriali.

In Italia l’economia sta dando qualche segnale di reazione. L’export nel 2017 ha raggiunto livelli incoraggianti con picchi particolarmente elevati nel nord est e nella nostra regione. Anche l’occupazione segna un trend positivo. Lo scorso novembre l’Istat ha contato oltre 23 milioni di occupati, il livello più alto da quando ha iniziato la rilevazione delle serie storiche, superiore di 345 mila unità al dato dello stesso mese del 2016. Il tasso di crescita del Pil  resta però al di sotto della media europea, mentre la diffusione delle tecnologie digitali è appena agli inizi e molte imprese hanno difficoltà a dotarsene. In sintesi, abbiamo confermato la nostra tradizionale capacità di penetrazione nei mercati internazionali ed in parte recuperato le condizioni precedenti la crisi del 2008. Non siamo ai livelli della Germania, ma nemmeno tanto distanti.

Le differenze riguardano la qualità delle relazioni sindacali. Da noi torna continuamente il tema dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori del 1970, che ha imposto la riassunzione del lavoratore licenziato senza giusta causa o giustificato motivo nelle imprese di dimensione non piccola. Ha sempre avuto vita difficile, è passato nel 2000 attraverso un referendum per l’abrogazione (fallito) e ha subito mille riforme. Oggi l’obbligo del reintegro ricorre soltanto nei casi di licenziamento discriminatorio per religione, etnia, sessualità, mentre in ogni altro caso è previsto un indennizzo economico crescente in proporzione all’anzianità. E’ la disciplina introdotta nel 2015 dal Jobs act, che riflette gli orientamenti normativi di molti altri Paesi, Germania compresa.

Questa riforma è stata fortemente contrastata da parte cospicua del movimento sindacale, che in breve tempo ha raccolto tre milioni di firme per indire un ulteriore referendum abrogativo e si appresta ora a presentare un dossier al nuovo Parlamento, per averne il sostegno. E’ una battaglia di retroguardia, che appartiene ad un contesto sociale inghiottito dalla storia e non coglie le profonde trasformazioni in atto nel mondo del lavoro. Una recente pubblicazione ricorda che sono in crisi tutte le tradizionali categorie contrattuali e che è sempre meno percettibile la stessa distinzione tra lavoro dipendente e lavoro autonomo. Perfino in un settore tradizionale come il metalmeccanico molti lavoratori devono saper assumere decisioni, prendendosi la relativa responsabilità e curando le relazioni con i colleghi. La cultura del lavoro operaio nella grande industria di tipo fordista è al tramonto, mentre stanno emergendo figure di “lavoratori imprenditivi”, che sviluppano caratteristiche autonome anche all’interno di un medesimo processo produttivo. (Daniele Marini, Fuori Classe – Il Mulino 2018)

Queste figure, come le nuove professioni stimolate dalla diffusione dell’informatica, delle bioscienze, della robotica, delle nanotecnologie, non hanno un vero posto di lavoro e meno ancora hanno bisogno che venga difeso. Ciò che chiedono sono soprattutto un reddito dignitoso, formazione, partecipazione ed un welfare tagliato sulla loro persona, indipendentemente dalle qualifiche rivestite nel corso della vita lavorativa. Sono questi i temi sui quali serve una rinnovata sensibilità da parte delle associazioni d’impresa e delle organizzazioni dei lavoratori. Per rilanciare la nostra economia e agganciarla al cuore forte dell’Europa.