Il potente Ministro delle Finanze dei Governi Berlusconi continua a prestare attenzione ai temi europei, ma non crede più al progetto federale. Negli scritti più recenti sostiene che gli Stati debbano riconquistare piena sovranità e riconoscersi in una Confederazione, affrontando in questo modo i temi della modernità

Giulio Tremonti è un politico, che non ha mai dimenticato di essere anche un accademico. Professore di Scienza delle Finanze, ama spingersi oltre la sua stretta disciplina con analisi di più vasto interesse favorito da una non comune conoscenza degli ambienti di potere, che ha lungamente frequentato. A tutte fa da sfondo la globalizzazione intesa come fenomeno traumatico e gravido di pesanti conseguenze sul piano politico, economico, ambientale. Nei suoi primi libri (Rischi fatali, 2005; La paura e la speranza, 2008), l’ha descritta come una evoluzione che avrebbe richiesto fisiologicamente decenni, mentre nel nostro tempo è esplosa di colpo, liberando forze  incontrollabili. Una massa di un miliardo di uomini è passata in breve tempo dal circuito chiuso dell’economia agricola a quella di mercato. Faceva vita a sé, coltivava campi e allevava animali, ma all’improvviso ha cominciato a lavorare, consumare, muoversi più o meno come noi, attingendo a risorse alimentari, minerarie ed energetiche che una volta erano solo nostre. E’ in atto un processo forse storicamente inevitabile, ma anche voluto e accelerato dai fanatici, che nel 1994 hanno sottoscritto a Marrakech l’atto costitutivo del Wto. Da allora il mondo non è più stato lo stesso. I libero commercio su base planetaria ha provocato sconquassi identitari e culturali, unificando la geografia mondiale e tracciando un nuovo ideale di uomo, intollerante di differenze di pensiero e consumo. Un uomo di taglia unica.

 Sul piano economico ha portato al mercatismo, un incrocio tra liberismo e comunismo, riprendendo dal primo il principio di libertà e dal secondo le leggi di sviluppo. Il comunismo era crollato col muro di Berlino nel 1989 e il liberismo, dopo essersi illuso di aver vinto, è crollato a sua volta perdendo la propria identità laica, critica, empirica e mutuando dal campo avverso l’idea che le vite degli uomini possano essere indirizzate da una legge economica universale. Dell’anarchia conseguente al declino delle vecchie ideologie hanno approfittato in molti in settori diversi e soprattutto una finanza predatoria, senza regole e senza confini, che ha asservito l’economia e la stessa politica, sconvolgendo la vita di intere popolazioni e affermandosi come nuova superpotenza.

Il mondo arabo ha rifiutato questa mutazione, pure con differenziazioni al proprio interno. L’ha invece fatta propria quello asiatico con la Cina, che nel 2001 è stata accolta nel club dei fanatici arrivato oggi a 164 Paesi, mentre altri premono per entrarci. L’ha fatta propria anche l’Europa, che tuttavia si è fatta trovare impreparata ed  ha subito la pressione dei nuovi poteri, monopoli, oligopoli, fondi sovrani, economie comunque di comando, mantenendo l’illusione di poter avere al proprio interno un mercato perfetto.

Come arrestare questa decadenza? Riscoprendo l’importanza di alcuni blocchi concettuali, come l’orgoglio identitario, i valori familiari, il senso del dovere e della responsabilità. In campo istituzionale, il federalismo. La nostra democrazia è in crisi, perché sono in crisi gli Stati nazionali e può essere salvata con quella formula di aggregazione propugnata negli anni ’50 da uomini della statura di Schuman, Adenauer, De Gasperi. Se non riusciamo ancora ad intravedere i loro eredi, possiamo comunque darci un Parlamento capace di rappresentare un nuovo grande spazio di democrazia europea e di innescare un corso politico all’altezza dei problemi.

Giulio Tremonti ha ribadito più volte le sue analisi in articoli, interviste, interventi vari, trovando sempre un argomento in più per arricchirle. Ma quanto ai possibili rimedi, negli ultimi scritti ha cambiato opinione e ce lo fa sapere in Mundus furiosus (2016) e Rinascimento (2017). Confessa di aver perso fiducia nella prospettiva federale, che ci ha portato in una terra di nessuno dove gli Stati si sono indeboliti e l’integrazione non avanza. Per levarsi da questa scomodissima posizione, non c’è altro da fare che mettere indietro l’orologio della storia e tornare ai Trattati di Roma del ’57 e alla loro impostazione confederale. Bisogna cioè tornare a credere negli Stati – nazione, non però singolarmente perché sarebbero travolti dalle forze globali, ma legati in una Confederazione per poche essenziali materie. A titolo di esempio cita la difesa e la sicurezza, ma non ne aggiunge altre.

E l’euro? Tremonti non ne parla, dopo aver ripetutamente sostenuto che è stato un errore al momento non rimediabile. Un problema col quale dobbiamo convivere. Non torna sul tema, ma ritiene che l’Italia debba cominciare a prendere le distanze dall’Unione con un referendum per rimuovere dalla nostra Costituzione il vincolo europeo, ponendo la questione a Bruxelles. E’ questo il primo passo da fare, per avere un giorno un’Italia molto simile al Regno Unito pre Brexit e alla potente Germania, dove tutte le decisioni comunitarie devono essere filtrate dai massimi organi costituzionali.

Data la cadenza delle sue pubblicazioni, ne aspettiamo presto un’altra capace di immaginare cosa sarebbero oggi l’Oregon, il Texas e la stessa popolosa California se non avessero aderito alla federazione Usa e non avessero adottato il dollaro come valuta. A ben guardare, però, federazione e confederazione sono schemi concettuali del passato, mentre oggi si avverte l’esigenza di una entità sovranazionale originale e compatibile con la storia e la forza degli Stati europei. Un tema per studiosi appassionati e politici responsabili. Giulio Tremonti sarà fra questi?