Il quadro internazionale è  in rapido cambiamento ed è un terreno favorevole per l’affermazione di nuovi leader. Ma la scena europea continua ad essere dominata da Wolfgang Schauble e Angela Merkel, che si sono formati in una diversa stagione e sono prigionieri di una logica di potenza nazionale

 

Negli ultimi tempi in Europa e ai suoi confini è successo di tutto, ben oltre le capacità di previsione degli analisti più attenti. Senza andare molto indietro nel tempo e archiviando tra le vicende remote le primavere arabe e l’annessione della Crimea alla Russia, il quadro politico europeo all’inizio dell’estate è stato sconvolto in pochi giorni dalla Brexit, dall’indecifrabile golpe turco e dal massacro di Nizza. Tre fatti in rapida sequenza che da soli basterebbero a buttare alle ortiche molte delle linee politiche fin qui seguite assieme ai loro interpreti e a far emergere nuovi volti con idee all’altezza della situazione. Ma la politica europea non reagisce a tanti cambiamenti e continua ad essere presidiata da protagonisti, che si sono formati in una diversa stagione e restano prigionieri di una logica di potenza nazionale

Individuarli non è difficile. Volendo citarne un paio, si impone anzitutto per la lunga e prestigiosa carriera il nome di Wolfgang Schauble, che potrebbe capeggiare una ipotetica graduatoria di nazionalisti travestiti da federalisti. Nato a Friburgo nel 1942 ed educato in una rigorosa famiglia protestante, è approdato alla politica tramite le formazioni giovanili della Cdu e siede nel Bundestag ininterrottamente dal 1972. Ministro degli affari speciali (1984-1989), Ministro degli Interni (1989-1991), Capogruppo Cdu (1991-2000), attualmente Ministro delle Finanze, è noto soprattutto per essere stato il delfino di Kohl e per aver elaborato su suo incarico il progetto di riunificazione della Germania. Ha dato prova di grande carattere affrontando durissime battaglie fuori e dentro il suo partito per portare la capitale da Bonn a Berlino e soprattutto per imporre la parità monetaria in un momento in cui il marco della Repubblica democratica valeva 10 volte meno di quello della Germania federale. In ambito europeo si è fatto stimare per un Rapporto elaborato nel 1994 con Karl Lamers, nel quale sosteneva che dopo la caduta del blocco sovietico e nella prospettiva di un allargamento ad est, l’Unione doveva darsi un nuovo assetto, limitando l’integrazione ad un numero selezionato di Paesi sotto la guida della Germania. Gli altri sarebbero potuti entrare nel club per fasi successive, previo severo esame delle loro condizioni economiche e finanziarie, godendo intanto dei benefici del mercato unico. E’ la tesi dell’Europa a due velocità, sposata dal nostro Movimento, che Schauble ha affossato con le recenti clamorose dichiarazioni a favore del ruolo degli Stati non avendo più bisogno dell’intermediazione di Bruxelles per affermare la propria egemonia. Non devono ingannare alcune parallele affermazioni circa la opportunità di mettere insieme un esercito europeo, fatte peraltro circolare con l’aiuto del suo vice Jens Spahn. Sono affermazioni del dopo Brexit, nell’evidente intento di accelerare l’estromissione del Regno Unito e rompere l’alleanza militare da questo stretta nel 2010 con la Francia, che si è affrettata a riaffermarla nel segno della supremazia nucleare.

Il secondo nome è quello di Angela Merkel. Nata ad Amburgo nel 1954 e cresciuta in un piccolo paese della Repubblica democratica, ha scalato velocemente le gerarchie della Cdu fino a diventare Cancelliera nel 2005, scavalcando proprio Schauble lambito in quegli anni da uno scandalo di fondi neri. Per la rapidità della sua ascesa, molti cristiano democratici l’hanno lungamente considerata un’outsider, dovendo tuttavia arrendersi alla sue indubbie doti politiche e alla preparazione anche in campo internazionale che le consente di parlare disinvoltamente in inglese con Obama ed in russo con Putin. Durante la crisi ucraina, ha svolto una paziente attività di mediazione fra Washington e Mosca ed oramai tutti sanno che per telefonare all’Europa bisogna fare il suo numero. Lo ha fatto anche Theresa May appena insediata a Downing Street, prima di volare a Berlino per chiedere a lei e non agli eurocrati di Bruxelles più ampi margini di tempo per gestire il distacco dall’Unione (se ci sarà).

Quanto alla sua linea politica, i metodi non contano meno dei contenuti se dobbiamo prestar fede a chi l’ha definita Merkiavelli, volendo sottolineare la sua attitudine a fiaccare l’avversario con una varietà di astuzie come temporeggiare, non esporsi, non promettere, non farsi capire. Con l’Europa non è né solidale, né contraria. Dipende. Se è in gioco l’interesse tedesco, è questo che deve prevalere. Si spiega così come sia contraria alla federalizzazione dei debiti nazionali, alla garanzia bancaria europea, all’emissione di euro bond per lo sviluppo, ad un piano continentale per l’immigrazione, per fare alcuni esempi.

Quanto potrà durare questo gioco al rinvio? Anche a questo interrogativo si può rispondere dipende: da chi continua a permetterglielo, da chi ha scarsa percezione delle urgenze che ci stanno investendo da ogni parte, dalla mancanza di leader che sappiano parlare alle popolazioni europee anziché ai propri elettorati. Il gatto di Friburgo e la volpe di Amburgo non sono certo esseri spregevoli come nel racconto di Collodi, ma sono alleati nell’obiettivo di rafforzare l’egemonia tedesca fino a renderla incontrovertibile. Se nel loro cammino incontreranno solo ingenui burattini di legno, avranno molte possibilità di riuscirci.