È un momento difficile per l’Europa questo, pieno di sorprese e paure, di ansie e di attese. E molte di queste vengono dalla nostra vicina Turchia.

Dal 15 luglio del 2016 la situazione sembra essere precipitata dopo il golpe fallito dei militari contro il Presidente Erdogan, le purghe del Capo di Stato e gli sguardi, inorriditi, spaventati e confusi, degli Stati membri dell’UE.

Eppure è dal 2005 che la Turchia ha cercato di avvicinarsi a noi, cominciando a sottoscrivere i negoziati di adesione all’Unione, condizionati dal riconoscimento di nuovi diritti e libertà civili, e nel marzo 2016 sembrava che ci sarebbero stati nuovi sviluppi grazie al raggiungimento di un accordo sui migranti, che vede lo Stato di Erdogan ospitare 3,5 milioni di rifugiati nei loro campi profughi.

Ma dopo i fatti di luglio il Paese sembra come impazzito. 15 900 sono i militari arrestati da allora, 3000 i magistrati, 44 200 gli insegnanti, 13 100 gli esponenti del mondo politico e 500 i religiosi.

Numeri impressionanti, che confermano che a breve le tensioni, dentro e fuori lo Stato, non svaniranno, ma che al contrario esse sono destinate ad aumentare. A partire dalla risoluzione del Parlamento europeo, che ha definito le azioni del leader turco come violazioni dei diritti umani, e che ha invitato la Commissione e i governi a sospendere le trattative per entrare nell’UE.

Non si è lasciata attendere la risposta del Presidente, che ha rivolto parole dure, di rabbia nei confronti dei leader europei: non solo sono accusati di non aver dato alla Turchia i 3 miliardi di euro promessi in seguito all’accordo sui migranti, ma di aver stanziato solo 700 milioni, e di essere disumani, indifferenti di fronte alla tragedia dei profughi. E nelle nostre menti non possono non scorrere le immagini tragiche dei morti in mare e dei bambini riversi a terra, senza vita. Una tragedia che non si può facilmente scordare.

Eppure chi fa veramente paura oggi, chi incute timore è proprio Erdogan. Dietro i suoi modi controllati e pacati, c’è l’uomo che non ha esitato ad eliminare i propri oppositori, dando il via ad una vera e propria caccia alle streghe, che ancora oggi non si sa se sia giunta effettivamente al termine.

È per questo che i rappresentanti dei maggiori partiti politici che siedono a Bruxelles sono contro di lui: i Popolari, i Socialisti, i Liberali e i Verdi sono tutti uniti contro Erdogan e non si fermeranno facilmente.

In un mondo e un’epoca di sempre maggiori incertezze non è facile dare la propria fiducia ad un cambiamento così forte e radicale, anche se le parole dell’Alto rappresentante Federica Mogherini sono di altro genere: “sarebbe un errore perdere la Turchia, il suo isolamento non aiuterebbe né noi né loro”. Ma non sono certo queste le aspettative dei parlamentari, che vedono ancora tutte le contraddizioni del Paese: se da una parte infatti ci sono arresti, dall’altra c’è il ritiro della legge sulle spose bambine.

Il partito di Ergogan, l’Akp, – anche dietro le pressioni internazionali- si è fatto carico di risolvere questa questione, proibendo alle minori di 17 anni di sposarsi e avere rapporti sessuali con uomini ben più grandi. Bisogna ricordare che questo non è certamente un fenomeno insolito nel Paese della Mezzaluna, nonostante negli ultimi anni questo abbia cercato di rendersi più moderno e sensibile ai bisogni della popolazione.

Ma gli avvenimenti dell’ultimo periodo sembrano un deciso cambiamento di rotta rispetto a quanto è stato già fatto.

E ora che cosa accadrà? Cosa succederà in Europa?

È difficile a dirsi. Se da una parte l’UE si trova con le mani legate a causa dei migranti, ci sono ancora molte perplessità, innanzitutto riguardo alle sorti degli arrestati e di coloro che potrebbero trovarsi, loro malgrado, nell’occhio del ciclone.

La Turchia potrebbe sperare in un ravvicinamento solo se evita di alzare troppo la voce, altrimenti non otterrà niente, forse nemmeno l’amicizia che fino ad ora c’è stata, nel bene e nel male.

Sembra però ormai escluso che questo Stato candidato all’adesione diventi un membro effettivo dell’UE, anche secondo quanto affermato da Mustafa Akyol in un’intervista al Corriere della Sera.

“Dobbiamo prendere atto che l’ingresso nella famiglia europea non ci sarà. È importante farlo perché così si può lavorare su una soluzione alternativa in modo da salvaguardare la democrazia”, ha affermato lo scrittore turco, che esprime inoltre la sua preoccupazione per i fatti che agitano il suo Paese d’origine da ormai svariati mesi.

Non c’è una facile soluzione a breve termine ed è difficile comprendere cosa ne sarà del nostro mondo se ci dovesse essere anche un’ulteriore spaccatura, così vicina all’Europa che sta cercando di gestire l’emergenza legata all’immigrazione, causa dei tanto vituperati muri che dividono gli Stati membri.

Barriere fisiche e mentali, nonché culturali, che in questo momento di crisi dobbiamo abbattere per creare un’Unione nuova.