L’Irlanda è probabilmente uno dei pochi stati europei dove il globalismo non è mai stato messo in discussione. L’apertura al mondo è stata il fattore determinante per la ripresa economica dopo la devastante crisi del 2008, che aveva messo in ginocchio gli istituti di credito gaelici. La popolazione sa bene quanto debba alle multinazionali e al commercio internazionale, per cui si guarda bene dal sostenere quelle forze populiste che invece spadroneggiano in molti paesi europei. Al contrario, Leo Varadkar è espressione di questa apertura della società e non intende abbandonare la strada che ha già permesso alla Repubblica di crescere a ritmi cinesi. Ma chi è il nuovo Primo Ministro irlandese? In questo articolo vi parlerò di lui e dei suoi progetti per il futuro.

Leo Varadkar è figlio di padre indiano e madre irlandese, entrambi occupati nel settore medico. Si è dichiarato gay nel giorno dell’approvazione del referendum per il matrimonio omosessuale (curiosità: la cattolicissima Irlanda è diventato il primo paese al mondo, nel 2015, a legalizzare i matrimoni gay con un voto popolare). Ha appena 38 anni, perciò rappresenta la nuova schiera di giovani politici progressisti che sembrerebbero capaci di cambiare il mondo. Non è un caso che il primo invito ufficiale sia arrivato proprio a Trudeau, il quarantacinquenne premier canadese con cui abbiamo chiuso con successo le trattative per il CETA.

Varadkar è stato nominato Primo Ministro solo pochi mesi fa, il 14 giugno, perciò ha ancora tutto da dimostrare. Nonostante la ancora giovane età, è comunque un politico piuttosto navigato: dopo la laurea in Medicina e le esperienze nelle amministrazioni locali, ottiene un seggio al Parlamento già nel 2007, a ventott’anni. Appartiene al Fine Gael, il partito di centro-destra irlandese, di ispirazione cristiana e progressista. Oggi gode di una maggioranza risicata e traballante, frutto della coalizione con il Partito Laburista, e si trova con molte grane da dover gestire.

Prima di tutto c’è la Brexit: l’Irlanda non può permettersi di perdere un partner commerciale come il Regno Unito, il cui governo non sembra avere le idee molto chiare sul proprio futuro. La preoccupazione numero uno per Varadkar è quella di evitare il ripristino dei controlli al confine con l’Irlanda del Nord, che manderebbe in fumo decenni di faticoso dialogo. Per questo motivo il Primo Ministro irlandese sta diventando il principale mediatore tra due parti che non sembrano molto propense a discutere in termini morbidi.

Nonostante il recente battibecco tra i galeici e l’Unione Europea (causato dall’obbligo per Apple di pagare le tasse al governo irlandese per evitare competizione fiscale fra i paesi membri), l’Irlanda rimane uno degli stati più spiccatamente europeisti. Varadkar non vuole sentir parlare di Irexit, ricordando che il suo paese ha seguito spesso un percorso diverso da quello del Regno Unito, dall’indipendenza nel 1921 alla moneta unica nel 1999. Il supporto popolare alle istituzioni comunitarie rimane forte, raggiungendo addirittura l’80% pochi mesi fa. L’isola risulta quindi il vero cuore pulsante dell’Europa, e ciò determina la sua posizione nel mondo.

Varadkar dimostra anche una lucidità politica degna dei migliori leader. Ha recentemente dichiarato, per esempio, che “la tradizionale classificazione tra destra e sinistra, capitale e forza-lavoro, interventismo e laissez-faire, alta tassazione e bassa tassazione non definisce più la politica come succedeva nel passato. Oggi notiamo l’emergenza di nuove divisioni.” Non vi ricordano le parole di Spinelli nel Manifesto di Ventotene? Non voglio accostare due figure tanto diverse e non posso illudervi: Varadkar non sarà il nuovo Spinelli, senza ombra di dubbio. Manterrà la tassazione per le imprese al 12.5% – livello più basso in Europa – e non esclude altri accordi come quello siglato con Apple, che ha pagato solamente lo 0.005% nel 2014. Se non possiamo contare su di lui per avviare il processo di integrazione politica, possiamo perlomeno stare tranquilli che non remerà contro nei prossimi anni. Tutto ciò vale solo se rimane al potere, cosa tutt’altro che scontata viste l’agenda d governo e la composizione della maggioranza.

L’Unione Europea deve giocare bene le sue carte e non trascurare un importante alleato, che supporta le istituzioni comunitarie e l’apertura al mondo. Ciò significa anche ascoltare le richieste irlandesi sulla Brexit, che potrebbe essere un argomento tanto spinoso da far saltare il governo Varadkar. Il celodurismo che si vede sia nella Commissione che nel governo inglese non è di buon auspicio, ma speriamo che sia solo una strategia per far capire chi comanda all’inizio delle trattative.