Egregio Presidente,

da questo microscopico blog, guardiamo con interesse alla scena internazionale e ci rivolgiamo ai suoi protagonisti quando escono vittoriosi da una battaglia elettorale e assumono importanti mandati politici. Sappiamo che la nostra voce ha una probabilità dello zero virgola di giungere anche solo nei loro paraggi, ma lo facciamo lo stesso. Lo abbiamo fatto con Trump all’indomani della sua sorprendente affermazione alle presidenziali americane, per invitarlo a dismettere i toni populisti che gli avevano guadagnato tanti consensi e ad analizzare in profondità i temi internazionali, quelli europei in particolare.

Lo facciamo anche con lei per dirle anzitutto che non siamo nel coro di quanti la accusano di essere l’esponente di un establishment, che ha avuto l’astuzia di mandare avanti una faccia giovane e pulita per perpetuare se stesso. Un utile idiota insomma, per cambiare tutto perché niente cambi. La sua estrazione elitaria, i legami con la grande finanza, il precedente governativo, la sua formazione alla prestigiosa scuola dell’Ena sono evidenti a tutti, ma nella sua fulminea ascesa alla Presidenza della Repubblica vediamo soprattutto forti elementi di discontinuità, che possono aprire orizzonti nuovi non solo per la Francia. I partiti usciti sconfitti dal confronto elettorale proveranno certo a strumentalizzarla per  salvarsi l’anima al minor prezzo. Per questo l’hanno sostenuta nel ballottaggio, sconfiggendo intanto Marine Le Pen a capo di un partito fuori dalla storia. Per questo stesso motivo, le offriranno il braccio nelle legislative del prossimo giugno sapendo che lei è senza partito e qualche voce e magari una maggioranza dovrà pure averla nel nuovo Parlamento. Dovrà per questo affrontare faticose trattative, nelle quali confidiamo voglia considerare non negoziabili due punti del suo fortunato programma presidenziale.

Il primo è l’economia. Lei si è dichiarato consapevole che la Francia non è più quella di un tempo ed ha oggi un tasso di crescita molto basso ed una disoccupazione strutturale molto alta, il doppio della Germania. I suoi conti pubblici non sono migliori di quelli italiani, con un indebitamento in crescita ed un rapporto deficit/Pil oltre il limite europeo del 3%. Per questi motivi, Hollande aveva annunciato all’inizio dello scorso anno un piano d’emergenza per riportare la situazione in equilibrio e farne la leva per la propria ricandidatura. Ma l’aveva concepito su base nazionale e la manovra non gli è riuscita, pagando il fallimento con la fine della carriera politica. Per non cadere nel medesimo errore, le basterà rimanere fedele alla prospettiva europea che ha intelligentemente scelto quando nessuno lo faceva. Ma deve adesso approfondirla. Dica a voce alta che è tempo di ristrutturare  l’eurozona con essenziali interventi di carattere federativo: non solo un bilancio autonomo alimentato da entrate fiscale proprie ed un Commissario o Ministro che ne sia responsabile, ma anche misure concrete come la mutualizzazione dei debiti sovrani, la emissione di euro project bond per lo sviluppo, la trasformazione dell’Esm (il fondo salva Stati a gestione intergovernativa) in un Fondo monetario europeo. Si associ a quanti sostengono queste misure, che sono state finora tenacemente ostacolate dalla Germania nell’inseguimento della propria supremazia economica e politica.

Il secondo punto è la politica estera. Se qualcuno la tirerà per la giacca per richiamarla all’orgoglio nazionale, gli ricordi cos’ha prodotto negli ultimi anni. Nel marzo 2011, Sarkozy ha mandato i caccia francesi a bombardare una colonna dell’esercito di Gheddafi per cavalcare l’onda delle primavere arabe e conquistarsi una posizione di favore tra i rivoltosi, credendoli prossimi al potere. Com’è andata e con quali conseguenze, lo vediamo ancor oggi. Nell’agosto 2013, quando Obama ha commesso la sua più grande gaffe internazionale annunciando l’attacco Usa alla Siria,  Hollande non ci ha pensato due volte e gli si è schierato a fianco senza consultare nemmeno la Nato. Nel novembre 2015, Parigi ha subito il più sanguinoso attacco terroristico nel quartiere del Bataclan e l’opinione pubblica europea ha fatto sentire ai francesi tutta la sua solidarietà. Ma Hollande non se ne è accorto, ha ordinato un immediato bombardamento di Raqqa ancor prima di sapere chi fossero i responsabili del massacro, ha chiesto maggiori poteri presidenziali, si è impegnato in un vorticoso giro di consultazioni bilaterali con Washington, Mosca, Berlino, Roma, Londra. Il terrorismo è tornato poi a Nizza nel luglio 2016 e nella stessa Parigi nell’imminenza delle elezioni, dopo aver colpito altre grandi città europee a rendere ancora più evidente che sicurezza e politica estera sono strettamente intrecciate ed entrambe di dimensione sovranazionale.

Il fervore nazionalistico non sarà l’unico rischio da cui dovrà guardarsi. Ai primi appuntamenti oltre confine, si troverà immerso in un contesto geo politico indecifrabile e pericoloso, dove il gioco delle parti è ancora tutto da stabilire. Ad ovest, dovrà fare i conti con i sentimenti anti europei di Trump, già sperimentati da Angela Merkel quando è stata ricevuta a Washington perfino con maleducazione; ad est con le mire espansionistiche di Putin, che non solo preme ai confini ma sta anche sostenendo al loro interno movimenti antisistema; nel Mediterraneo col protagonismo autoritario di Erdogan e la instabilità dei regimi sulla costa nord africana; a nord con la trattativa della Brexit, complicata adesso dalle elezioni annunciate dalla Signora May per il prossimo mese di giugno. Sentirà presto sulla sua pelle che l’Europa è accerchiata e che il superamento degli Stati nazionali è l’unica possibile salvezza per i 500 milioni di abitanti che la popolano. In Francia qualcuno ha cominciato a capirlo e a sventolare la bandiera europea assieme a quella nazionale.

In Italia non succede. Molti pensano anzi di acquisire consensi attaccando Bruxelles, senza accorgersi che il tracollo dei partiti tradizionali sta aprendo enormi spazi politici nel segno dell’ integrazione. Non capendone il senso, non sanno fare altro che ripetere slogan populisti come “lo ha deciso l’Europa”, “ce lo chiede l’Europa” ed altri peggio ancora.  Ci dia una mano per non sentirli più.